CROI 2013 - Bollettino 3

CROI 2013 - Terzo BollettinoLILA Onlus - Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids, in collaborazione con NAM, è lieta di fornirti la copertura scientifica ufficiale on-line della XX Conferenza su Retrovirus ed Infezioni Opportunistiche (CROI 2013), in corso presso il Georgia World Congress Center di Atlanta, negli Stati Uniti, dal 3 al 6 marzo 2013.


  

LE NOTIZIE DEL TERZO BOLLETTINO

La profilassi con cotrimoxazolo nei bambini
Continuare a somministrare quotidianamente la profilassi con cotrimoxazolo ai bambini anche dopo l'inizio della terapia antiretrovirale porta significativi benefici per la salute, stando ai risultati di uno studio condotto in Uganda e Zimbabwe.

L'antibiotico cotrimoxazolo è raccomandato nella profilassi delle persone HIV-positive con un sistema immunitario depresso. È un farmaco che fornisce un'importante protezione da una polmonite AIDS-definente, la PCP.
Spesso, dopo l'inizio della terapia per l'HIV, la profilassi viene interrotta perché le difese immunitarie si rafforzano.
Tuttavia, il cotrimoxazolo (Septrin, Bactrim) protegge anche da una serie di altre infezioni, tra cui la malaria.
Gli autori di questo studio hanno voluto verificare se ci fossero benefici continuando a somministrare questo farmaco anche dopo l'inizio della terapia antiretrovirale ai bambini in contesti poveri di risorse.
Per lo studio sono stati arruolati 758 bambini in Uganda e Zimbabwe, randomizzati per interrompere o proseguire la profilassi con cotrimoxazolo.
Dopo oltre due anni di follow-up, l'interruzione del cotrimoxazolo è risultata associata a un maggior rischio di ospedalizzazione o morte.
Continuare la profilassi, invece, riduce il rischio di ospedalizzazione perché protegge da infezioni come malaria, polmonite, sepsi e meningite.

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HIV ed epatite B
Un regime antiretrovirale composto da farmaci attivi sia contro l'HIV che contro l'HBV si è dimostrato efficace nel prevenire l'infezione da epatite B. È probabile che questi farmaci svolgano una sorta di profilassi pre-esposizione contro l'epatite.

I virus dell'HIV e dell'epatite B si trasmettono con modalità simili. A tutte le persone sieropositive, se non sono già immunizzate, viene raccomandato di vaccinarsi contro l'epatite B. La somministrazione avviene in tre dosi, dopodiché si raccomanda sempre di monitorare regolarmente il livello degli anticorpi e, se necessario, effettuare dei richiami.
Tuttavia spesso l'assorbimento del vaccino è lento, e inoltre ci sono persone che non ricevono tutte e tre le somministrazioni o che non hanno una risposta anticorpale sufficiente a proteggere l'organismo dall'infezione.
Eppure, in un grande centro specializzato in HIV di Amsterdam, dei medici hanno notato che il tasso di nuove infezioni da HBV tra pazienti sieropositivi restava basso. Perciò hanno voluto verificare se questo poteva essere dovuto al fatto che molti assumevano farmaci antiretrovirali efficaci sia contro l'HIV che contro l'epatite B.
I farmaci in questione sono il tenofovir (Viread, contenuto anche nei combinati Truvada, Atripla, Eviplera/Complera e Stribild), il 3TC (lamivudina, Epivir), e l'FTC (emtricitabina, Emtriva).
Dei 3000 pazienti osservati, all'inizio dello studio ne sono stati individuati 871 come suscettibili all'infezione (vale a dire che non avevano mai contratto l'epatite B né erano stati vaccinati).
Da rilevazioni successive è emerso che solo il 20% dei pazienti suscettibili era stato vaccinato contro l'epatite B, mentre il 50% non aveva contratto l'infezione e il 4% (35 pazienti) mostrava invece un'infezione recente.
Di contro, nella stessa popolazione si sono avute 200 nuove infezioni da epatite C. I ricercatori ritengono dunque che le nuove infezioni da epatite B di fatto siano state "rare".
I pazienti che non assumevano i farmaci a doppia azione hanno sviluppato l'epatite B prima di quelli che li assumevano. Soprattutto il tenofovir si è mostrato efficace nel prevenire l'infezione.
Secondo i ricercatori, la spiegazione di questo basso tasso di trasmissione potrebbe essere da ricercare proprio nell'impiego di farmaci efficaci contro entrambi i virus. Questi dati possono avere delle implicazioni sul trattamento dei pazienti sieropositivi, che potrebbero non avere più bisogno di richiami di vaccino anti-epatite B se già assumono i farmaci a doppia azione.

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Tubercolosi
La terapia standard per la tubercolosi (TBC) prevede somministrazioni quotidiane di farmaci per un totale di sei mesi.

Durante i primi due, la terapia è composta da quattro farmaci; nella fase di mantenimento, per i successivi quattro mesi, si scende a due.
I risultati di un nuovo studio sembrano aprire alla possibilità di semplificare il regime farmacologico durante la fase di mantenimento.
Sono stati infatti ottenuti buoni risultati con una nuova terapia combinata a base di rifapentina e moxifloxacina, da assumere una sola volta alla settimana.
Questo potrebbe rendere molto più facile per i pazienti seguire correttamente il trattamento, e aiutare gli operatori sanitari con i problemi legati ad aderenza e mantenimento in cura.
La terapia combinata settimanale ha dato buoni risultati nei pazienti con HIV, ma è da segnalare che nessuno di loro stava assumendo antiretrovirali, e di conseguenza non sono disponibili dati su eventuali interazioni.

L'antitubercolotico di prima linea rifampicina è tollerabile anche in dosi molto più elevate di quanto non si pensasse, come dimostra un nuovo studio. Una maggiore tollerabilità può consentire di aumentare i dosaggi, riducendo così i tempi di cura.
La rifampicina (o rifampina, Rifadin, Rimactane) è un farmaco impiegato nel trattamento di prima linea della tubercolosi, che si assume in dosi di 600mg al giorno per tutti i sei mesi della terapia.
Tuttavia non ne è stato mai determinato il dosaggio massimo.
Per questo in Sudafrica è stato allestito uno studio su pazienti con tubercolosi attiva. I partecipanti sono stati suddivisi in cinque gruppi, a cui sono stati somministrati diversi dosaggi del farmaco.
Per sette giorni hanno assunto una monoterapia a base di rifampicina. La posologia è stata calcolata in base al peso, a partire da 10mg/kg per il primo gruppo fino a 35mg/kg per il quinto.
Non è stato riscontrato che un dosaggio più alto di rifampicina aumentasse il rischio di sviluppare effetti collaterali. Sembra inoltre che dosi più elevate possano ridurre la carica batterica della TBC.
Sono in progetto altri studi per verificare sicurezza ed efficacia dei dosaggi a 35mg/kg e per sperimentare dosaggi a 40 e 45mg/kg.
Una questione da considerare è quella dell'interazione tra la rifampicina e l'antiretrovirale efavirenz (Sustiva, Stocrin, contenuto anche nell'Atripla). Quando vengono somministrati 600mg di rifampicina, infatti, la dose giornaliera di efavirenz viene aumentata a 800mg: resta da chiarire se l'aumento di rifampicina comporterà di aumentare anche le dosi di efavirenz.

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Tassi di infezione tra uomini omosessuali di colore
Analizzando numerosi studi sul rischio di trasmissione dell'HIV per via sessuale tra i gay afroamericani negli Stati Uniti, un gruppo di ricercatori ha riscontrato che questa categoria presentava un rischio molto più alto di contrazione del virus per via sessuale che qualunque altro gruppo di popolazione.

Gli studiosi non riuscivano a spiegarsi il picco di nuove infezioni che colpiva questo particolare gruppo. Gli uomini che fanno sesso con altri uomini (MSM), e in particolare quelli di colore, hanno i tassi di incidenza di HIV più alti negli Stati Uniti. Anche negli ultimi anni, quando il numero di nuove diagnosi nella maggior parte delle altre popolazioni restava sostanzialmente stabile, nei giovani gay di colore c'è stato invece un aumento del 48%.
Gli scienziati dei Centri per il Controllo delle Malattie (CDC) hanno effettuato quattro studi per verificare se l'aumento del rischio potesse essere legato ad altri fattori comportamentali o demografici, oppure ad altri motivi ancora.
A questo scopo hanno osservato come, nei quattro diversi studi, il numero di rapporti sessuali incideva sul rischio di contrarre l'HIV, mettendo in relazione i dati al tipo di rapporto sessuale e allo stato serologico del partner. Hanno anche chiesto ai partecipanti se facevano uso di stupefacenti per via iniettiva.
Senza considerare altri fattori, i giovani sotto i 25 anni avevano il 31% di possibilità in più di contrarre il virus, un dato che nei giovani di colore saliva al 78%. Eppure questi stessi studi hanno rilevato che i giovani di colore avevano meno rapporti sessuali non protetti. Lo studio non è riuscito a spiegare in modo definitivo il fenomeno, ma sono stati individuate possibili concause, come l'alta prevalenza di HIV tra gli afroamericani e il fatto che i partner venissero scelti all'interno di piccoli gruppi.
I CDC hanno anche riferito al CROI nuove stime, le prime dal 1989, sull'efficacia del preservativo per prevenire la trasmissione dell'HIV attraverso il sesso anale. Il preservativo ha dimostrato di impedire il contagio sette volte su dieci, lo stesso dato riscontrato dallo studio risalente al 1989.
Questo vale però solo nel caso in cui il preservativo sia usato costantemente, cioè in ogni rapporto sessuale. Lo studio ha evidenziato che solo una piccola percentuale di uomini usava costantemente il preservativo –uno su sei, nel periodo preso in considerazione. Un altro dato emerso da questo studio è che non c'è sostanziale differenza in termini di prevenzione del contagio tra usare il preservativo "qualche volta" e non usarlo affatto. I ricercatori faranno nuovi studi per quantificare questo "qualche volta" in percentuali più accurate, in modo da vedere qual è precisamente la frequenza d'uso a cui il preservativo smette di essere efficace.
Questi ultimi dati costituiranno comunque un utile punto di riferimento per confrontare l'efficacia del preservativo con quella dei nuovi metodi di prevenzione dell'HIV.

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Nuova formulazione per il tenofovir
Un nuovo pro-farmaco del tenofovir raggiunge le cellule infettate dall'HIV più facilmente della formulazione attualmente utilizzata, come dimostra uno studio. Si chiama tenofovir alafenamide fumarato o TAF, ed ha la stessa potenza antivirale della formulazione esistente (tenofovir disoproxil fumarato, o TDF), con la differenza che consente dosaggi meno elevati e ha meno effetti tossici su ossa e reni.

Il tenofovir è attualmente un farmaco cardine della terapia contro l'HIV, perché ha un'elevata potenza antivirale e un basso profilo di tossicità. Tuttavia è stato associato a effetti collaterali a carico dei reni e alla riduzione della densità minerale delle ossa.
Il nuovo pro-farmaco viene metabolizzato in modo tale da consentire maggiori concentrazioni nei linfociti CD4: si riescono così a ottenere concentrazioni sufficienti con dosaggi inferiori, il che può ridurre il rischio di eventi avversi.
I ricercatori hanno paragonato i dati relativi a sicurezza ed efficacia del TAF con quelli del tenofovir nella sua formulazione attuale combinato con altri antiretrovirali.
Per lo studio sono stati arruolati 170 pazienti che iniziavano per la prima volta la terapia anti-HIV.
Dai risultati è emerso che il TAF ha la stessa potenza antivirale della formulazione esistente.
Complessivamente, anche il profilo di tossicità delle due formulazioni è risultato simile. Tuttavia, il TAF è stato associato a minori effetti collaterali a carico di reni ed ossa.
Sul TAF sono attualmente in progetto studi di fase 3.

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Hanno aderito al progetto la Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani (F.O.F.I.) e la Federazione Nazionale Associazioni Giovani Farmacisti (Fe.N.A.Gi.Far.).
La traduzione dei bollettini è svolta da LILA Onlus.
Con il sostegno di 3GM.

3GM FOFI

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