CROI 2021 - Terzo Bollettino

CROI2021LILA Onlus - Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids, in collaborazione con NAM, è lieta di fornirti la copertura scientifica ufficiale on-line della XXVIII Conferenza sui Retrovirus ed Infezioni Opportunistiche - CROI 2021, in corso in forma virtuale dal 6 al 10 marzo 2021.

 

 

TERZO BOLLETTINO

Vaccino a mRNA efficace nella protezione dei primati contro un virus simil-HIV
Lo stesso approccio impiegato per sviluppare gli efficacissimi vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna per il COVID-19, elaborati con la tecnologia dell'RNA messaggero (mRNA), ha dato risultati promettenti anche per la protezione dall’HIV: è quanto si apprende da una presentazione alla Conferenza su Retrovirus e Infezioni Opportunistiche (CROI 2021), in corso in edizione virtuale.

Il dott. Peng Zhang e colleghi del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), uno dei più importanti centri di ricerca statunitensi per lo studio delle malattie infettive, in collaborazione con Moderna, stanno utilizzando nanoparticelle lipidiche (bollicine di grasso) per veicolare frammenti di un acido nucleico che fornisce istruzioni per la produzione di proteine. Gli acidi ribonucleici messaggeri (mRNA) sono molecole che trasportano nelle cellule l'informazione genetica dell'agente patogeno, da cui il nome.

Lo studio è stato condotto su sette macachi che hanno ricevuto uno di due regimi vaccinali con un braccio di controllo di altri sette macachi, che hanno invece ricevuto iniezioni di un placebo.

Tutti i primati hanno prima ricevuto tre iniezioni, distribuite nell’arco di 20 settimane, di un vaccino a mRNA reattivo contro il sottotipo B dell'HIV, il tipo predominante in Europa e Nord America. Dopodiché hanno ricevuto, nell’arco di altre 20 settimane, quattro iniezioni di un secondo vaccino con mRNA reattivo contro i sottotipi A e C, che sono predominanti nell'Africa orientale e meridionale. Tre esemplari hanno anche ricevuto un composto (booster) che potenzia l’attività di riconoscimento della proteina del virus.

Gli animali sono stati poi esposti per via rettale a un virus ibrido HIV/SIV ogni settimana, per 13 settimane.

Tutti e sette gli esemplari del gruppo placebo hanno contratto l’infezione nell’arco di circa un mese e mezzo, a partire dalla seconda esposizione. Tutti quelli che avevano ricevuto il vaccino sono invece riusciti a evitare l’infezione per il primo mese circa, ma poi hanno iniziato a infettarsi; alcuni, tuttavia, non hanno contratto l’infezione per due mesi, anche dopo tutte le esposizioni.

Complessivamente, è stata rilevata una diminuzione del rischio di infezione dell’85%: nello specifico, la riduzione è stata del 76% nei primati che avevano ricevuto solo il vaccino a mRNA e dell’88% in quelli che avevano ricevuto anche il booster.

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Dolutegravir superiore al regime standard per bambini e adolescenti
In un ampio studio internazionale presentato a CROI 2021, un regime a base di dolutegravir si è dimostrato superiore al trattamento a base di efavirenz o di un inibitore della proteasi potenziato nei bambini e negli adolescenti, sia come trattamento di prima linea che di seconda.

Il dolutegravir è un inibitore dell’integrasi HIV raccomandato come componente fondamentale della terapia antiretrovirale per tutti gli adulti in contesti poveri di risorse. La semplificazione dei regimi per bambini e adolescenti si è rivelata più complicata a causa della necessità di calibrare i dosaggi dei farmaci per i bambini più piccoli di peso, oltre che per l’insorgenza di farmacoresistenze in bambini che avevano avuto un fallimento del trattamento di prima linea.

Nel 2019, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha raccomandato la somministrazione di dolutegravir anche nei bambini, ma questa raccomandazione era contrassegnata come ‘condizionale’ – il che significa che si segnalava la necessità di ulteriori indagini.

Lo studio ODYSSEY ha dunque confrontato un regime a base di dolutegravir con il regime standard per il trattamento di prima e seconda linea in bambini e adolescenti di peso uguale o superiore a 14 kg. La sperimentazione ha coinvolto 311 partecipanti per il braccio di prima linea e 396 partecipanti per braccio di seconda linea.

I partecipanti sono stati reclutati in Sudafrica (20%), Thailandia (9%), Uganda, (47%) e Zimbabwe (21%), mentre il resto è stato arruolato in Germania, Portogallo, Spagna e Regno Unito.

I partecipanti randomizzati per ricevere il trattamento standard sono stati generalmente trattati con un regime a base di efavirenz per il trattamento di prima linea e a base di un inibitore della proteasi per il trattamento di seconda linea.

Dopo 96 settimane di follow-up, si è osservato un fallimento clinico o virologico nel 14% dei partecipanti del braccio del dolutegravir, contro il 22% di quelli del braccio di controllo. Si tratta di una differenza, statisticamente significativa, di -8%. E la differenza è risultata apprezzabile sia per il trattamento di prima linea che per quello di seconda linea.

Non si sono osservate differenze in termini di decessi o eventi clinici gravi tra i partecipanti ai due bracci dello studio, né nella quantità di effetti collaterali gravi; tuttavia i partecipanti del braccio di controllo sono risultati più soggetti a dover modificare il regime a causa dell’insorgenza di un effetto collaterale.

"Questi risultati supportano le linee guida dell'OMS e l'attuale offerta di regimi a base di dolutegravir per i bambini che iniziano la terapia antiretrovirale di prima o seconda linea, quindi è possibile allineare i programmi di trattamento per i più giovani con quelli per gli adulti", hanno concluso gli autori dello studio.

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Coinfezione HIV/epatite B, è auspicabile lo screening regolare del tumore al fegato
Le persone con co-infezione da HIV ed epatite B rimangono a rischio di sviluppare un carcinoma epatocellulare anche se assumono il trattamento antivirale, e dovrebbero dunque essere sottoposte a screening regolare per il tumore del fegato: è quanto emerge da uno studio presentato a CROI 2021.

Gli autori hanno analizzato dati relativi a 8354 persone con co-infezione da HIV ed epatite B risalenti al periodo 1995-2016, identificando 115 casi di carcinoma epatocellulare. L'età avanzata, il forte consumo di alcol e la presenza di epatite C cronica sono tutti risultati fattori di rischio indipendenti per il tumore epatico, ma non è emersa alcuna associazione significativa con i risultati dei test virologici e immunologici per l’HIV (carica virale e conta dei CD4).

Erano disponibili dati sulla carica virale HBV (il virus dell’epatite B) per circa due terzi dei partecipanti allo studio. In questo sottogruppo, un livello di HBV-DNA superiore a 200 UI/ml è risultato associato a un rischio quasi triplicato di sviluppare un carcinoma epatocellulare, e le probabilità erano addirittura più di quattro volte superiori quando il livello superava le 20.000 UI/ml.

Nei pazienti trattati per l'epatite B, il rischio di sviluppare questo tumore diminuiva del 58% se il soggetto riusciva a ottenere una soppressione virologica sostenuta dell’HBV per un anno e oltre, percentuale che saliva al 66% per coloro che riuscivano a mantenere la soppressione per quattro anni e oltre.

Presentando lo studio, la dott.ssa H Nina Kim della University of Washington di Seattle ha commentato: "I nostri risultati evidenziano che la terapia antivirale riduce ma non elimina il rischio di carcinoma epatocellulare."

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Sudafrica, screening mirato per aumentare le diagnosi di TBC in pazienti HIV+
Sottoponendo a screening tutte le persone con HIV e chiunque sia generalmente a rischio elevato di tubercolosi (TBC), anziché eseguire il test solo in presenza di potenziali sintomi come tosse e febbre, è stato possibile aumentare il tasso di diagnosi del 17%, ha spiegato a CROI 2021 la dott.ssa Limakatso Lebina della University of Witwatersrand.

In Sudafrica sono circa 150.000 all’anno i casi di TBC che non vengono diagnosticati prima del decesso del paziente, o comunque prima che l’infezione sia stata trasmessa ad altri.

Per lo screening della TBC, nella maggior parte dei contesti poveri di risorse, ci si limita a chiedere ai pazienti se accusano sintomi, il che è ben poco efficace nell’identificare casi di TBC in persone che assumono la terapia antiretrovirale e lo è ancor meno per le donne HIV-positive in stato di gravidanza, gruppo nel quale resta non diagnosticato ben il 70% dei casi di TBC.

Negli ultimi 15 anni i paesi donatori internazionali e i governi dell’Africa meridionale hanno investito su una piattaforma diagnostica denominata GeneXpert. Abbinare il ricorso a questo strumento come test primario per la tubercolosi e lo screening di tutti gli individui ad alto rischio TBC potrebbe in principio consentire di migliorare i tassi di diagnosi.

Lo studio TUTT (Targeted Universal Testing for TB) è stato disegnato per verificare se allargando lo screening a tutte le persone con HIV, a chiunque sia stato colpito da TBC negli ultimi due anni e chiunque abbia segnalato un contatto stretto con una persona colpita da TBC nell'ultimo anno si possano aumentare le diagnosi di TBC del 25%.

Lo studio è stato condotto all’interno di centri di assistenza primaria nelle province di KwaZulu-Natal, del Capo Occidentale e di Gauteng. Le strutture sanitarie selezionate per lo studio sono state randomizzate per eseguire uno screening mirato oppure per testare solo le persone con sintomi. Nei centri dove è stato attivato l’intervento sono stati arruolati 32.000 pazienti, il 71% dei quali con infezione da HIV.

Tra i partecipanti testati, il 6% è risultato positivo alla TBC. I tassi sono stati del 5% tra le persone con HIV, del 7,5% tra chi aveva un contatto con infezione da TBC e del 12,2% tra coloro che avevano contratto la TBC in precedenza.

Gli autori dello studio hanno calcolato che nel periodo di follow-up le diagnosi di TBC sono aumentate del 17% nei centri interessati dall’intervento rispetto a quelli in cui veniva mantenuto il protocollo standard.

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Le reti sociali giocano un ruolo chiave nell’adesione alla PrEP nelle aree rurali di Kenya e Uganda
In un gruppo di uomini e donne ad elevato rischio di esposizione all'HIV le probabilità di iniziare la PrEP (farmaci assunti su base regolare allo scopo di prevenire l'infezione da HIV) aumentavano del 57% se gli interessati avevano tra i loro contatti sociali qualcuno che già la assumeva, ha riferito a CROI 2021 la dott.ssa Catherine Koss dell’Università della California, San Francisco.

Il progetto Sustainable East Africa Research in Community Health (SEARCH) offre assistenza sanitaria intensificata, test HIV universale, accesso intensificato alla PrEP e terapie antiretrovirali in una serie di comunità rurali del Kenya e dell'Uganda.

Sebbene da tempo si ritenga che il sostegno tra pari possa essere un fattore cruciale nell'adesione alla PrEP, ha spiegato Koss, si sa poco dell'influenza che possono esercitare i legami sociali sull'adesione alla PrEP nell'Africa sub-sahariana.

Durante le attività per l’offerta del test HIV alla popolazione, ai membri delle comunità indagate è stato chiesto di fare il nome di persone con cui avevano contatti sociali in uno di cinque domini (salute, denaro, sostegno emotivo, cibo o tempo libero). Mentre i ricercatori ricostruivano le reti sociali di 220.332 individui, la loro analisi si concentrava su 8898 persone valutate come esposte a rischio più elevato di HIV che avevano almeno un contatto tra i membri della rete. In questo gruppo ogni persona risultava avere in media 2,15 connessioni.

Di questo campione, il 14% aveva tra i suoi contatti qualcuno che aveva iniziato ad assumere la PrEP nel corso dell'anno precedente, e il 18% aveva contatti con una persona HIV-positiva. Complessivamente, il 29% degli 8898 partecipanti hanno iniziato ad assumere loro stessi la PrEP.

I ricercatori hanno indagato se avere o meno tra i propri contatti qualcuno che assumeva la PrEP poteva essere predittivo dell’adesione alla PrEP da parte dell’individuo stesso. Dopo aver preso in considerazione fattori come età, sesso, relazioni con partner HIV-positivi, poligamia e mobilità (predittori noti dell'adesione alla PrEP), la risposta è stata affermativa: chi aveva un contatto che assumeva la PrEP aveva il 57% in più di probabilità di iniziarla a sua volta.

"Gli interventi che sfruttano le reti sociali degli individui con i propri pari e rafforzano le interazioni con altri utenti PrEP rappresentano approcci promettenti per promuovere l'adesione alla PrEP", ha concluso Koss.

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