FAST-TRACK: Mettere fine all’epidemia di AIDS entro il 2030

Data: 2014
Autore: UNAIDS

Il report pubblicato da UNAIDS nel 2014, in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS, lanciava per la prima volta la campagna per una strategia Fast-Track, ovvero un piano che mettesse in atto azioni mirate e più veloci per centrare l’obiettivo della fine dell’epidemia di AIDS entro il 2030. Per raggiungere tale ambizioso scopo, dopo tre decenni dell’epidemia più grave a memoria d’uomo, i paesi devono necessariamente utilizzare gli strumenti più efficaci ad oggi disponibili, riconoscere la propria responsabilità nei risultati e far si che nessuno rimanga indietro.

C’era già un largo consenso sul fatto che le terapie antiretrovirali non solo permettono alle persone con HIV di vivere a lungo, al pari della popolazione generale, ma sono un importantissimo strumento di prevenzione. La TasP, così come gli altri strumenti preventivi — i programmi di promozione per l’uso corretto e costante del preservativo, la circoncisione maschile volontaria, quelli per la prevenzione della trasmissione verticale da madre a figlio, la PrEP e altri programmi mirati alle popolazioni più vulnerabili — si sono dimostrati capaci di ridurre drasticamente il tasso di nuove infezioni da HIV.

Nel documento si enunciano i maggiori benefici che porterebbe un’accelerazione nella risposta alla lotta all’AIDS, in particolare nei paesi a medio e basso reddito:

  • 28 mln di nuove infezioni in meno tra il 2015 e il 2030
  • 21 mln di decessi associati all’AIDS in meno
  • un ritorno economico sugli investimenti di 15 volte
  • un risparmio di 24 miliardi sui costi addizionali per il trattamento dell’HIV

Il report ha confermato un trend positivo degli investimenti riservati ai programmi di trattamento e prevenzione dell’HIV, a partire dal 2005, anche se alcuni paesi presentano delle criticità soprattutto nel trattamento della popolazione infantile e nei programmi per le popolazioni più esposte al rischio di contrarre il virus. Solo tre quinti dei paesi, infatti, adottano programmi di riduzione del rischio per le sex workers e i consumatori di sostanze per via iniettiva, mentre l’accesso ai servizi di prevenzione rimane basso tra gli MSM. Tra le ragioni della bassa copertura dei servizi per le popolazioni chiave, dice UNAIDS, c’è la percezione che siano poche le persone che appartengono a questi gruppi o che siano difficilmente raggiungibili.

Per accelerare i progressi verso la fine dell’epidemia, oltre a ribadire gli obiettivi 90-90-90 da raggiungere entro il 2020, UNAIDS promuove l’utilizzo tempestivo degli strumenti diagnostici e di trattamento che porterebbe una riduzione delle nuove infezioni del 60% entro il 2030.
E’ necessario agire in fretta, in caso contrario, dice il report UNAIDS, avremmo a che fare con una ripresa delle nuove infezioni fino a 3 milioni e con 3 milioni di decessi legati all’AIDS in più tra il 2020 e il 2030.

Se però accelerare il passo in linea con gli obiettivi internazionali di sviluppo sostenibile rappresenti una necessità per tutti i paesi, particolare attenzione si pone a un gruppo di paesi selezionati in cui la situazione è più preoccupante e che insieme rappresentano l’89% delle nuove infezioni a livello globale. Collaborando con gli stakeholder nazionali e i partner strategici internazionali, UNAIDS si è impegnata a intensificare il suo supporto per raggiungere gli obbiettivi prestabiliti in questi paesi. Anche dal punto di vista finanziario i paesi a medio e basso reddito continueranno ad aver bisogno del supporto internazionale per finanziare le strategie fast-track. Ma UNAIDS insiste anche sulla necessità di un approccio strategico nella gestione delle risorse: i paesi hanno diverse opzioni per espandere lo spazio fiscale in ambito AIDS, come la mobilitazione di nuovi investimenti dalle proprie risorse pubbliche, l’introduzione di meccanismi finanziari nuovi ed innovativi e migliorare l’efficienza dei programmi per l’AIDS.

I servizi offerti dalla community giocano un ruolo fondamentale nella risposta all’epidemia, tanto che UNAIDS ha stimato che le risorse riservate a tali servizi dovrebbero passare dall’1% del fabbisogno finanziario globale nel 2014 al 3.6% nel 2020 al 4% nel 2030. Rinforzare il sistema della community mira a sostenere il ruolo delle popolazioni chiave, le comunità e le organizzazioni community-based nella progettazione, diffusione, monitoraggio e valutazione di servizi, attività e programmi. Secondo gli esperti, il 95% dei sevizi per l’HIV nel 2014 erano forniti dalle strutture sanitarie, ma UNAIDS sostiene la necessità di intensificare quelli community-based fino al 30% della fornitura totale. Ciò non solo ridurrà i costi ma, portando i servizi più vicino alle persone che ne hanno un bisogno maggiore, aumenterà la diffusione degli stessi.
Puntare sui servizi essenziali di trattamento e prevenzione dell'HIV avrà inoltre benefici importantissimi per lo sviluppo dei sistemi sanitari in generale. Oltre a sostenere la risposta all’AIDS, gli investimenti su tali programmi permetteranno di affrontare altre criticità sanitarie come le malattie “noncommunicable”, ovvero non trasmissibili, la salute delle madri e dei bambini, malattie emergenti ed epidemie di malattie infettive.

Allegati:
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