Marijuana kLe politiche sociali di questo paese, non è purtroppo una novità, stanno tornando all’anno zero. Il nostro welfare, dopo anni di tagli e progressivo smantellamento delle esperienze più innovative sta subendo anche una desertificazione di competenze e di capacità d’intervento, nonché un vero e proprio isolamento rispetto al dibattito e alle esperienze internazionali. Drammaticamente simbolico è il caso delle politiche sulle droghe.

La risposta alle droghe è regolata in Italia da una legge, la 309/90, repressiva, criminogena e proibizionista che dovrebbe essere rapidamente cancellata. A coordinare gli interventi è un dipartimento della Presidenza del Consiglio, Il DPA, Dipartimento Politiche Antidroga. Largamente disattesi restano gli interventi per la riduzione del danno, pure previsti dai LEA, i Livelli Essenziali d'Assistenza. Infine, la Conferenza Nazionale sulle droghe, prevista per legge ogni tre anni, non è convocata dal 2009 ma l’ultima ad aver avuto la dignità di un dibattito pubblico risale al 2000 a Genova.

Apprendiamo che sarebbe ora in preparazione, dopo oltre dodici anni di ritardo, una Conferenza Nazionale sulle Droghe, primo impegno del nuovo responsabile del dipartimento, dott. Flavio Siniscalchi e della Ministra per le Politiche Giovanili Fabiana Dadone, cui è andata la delega in materia. E' una buona notizia se non fosse che la preparazione della conferenza sta avvenendo senza nessun confronto preventivo con la società civile mentre i temi indicati nella scaletta dei lavori appaiono inadeguati e anacronistici, privi della necessaria attenzione al fenomeno droghe come diffuso comportamento sociale invece che puramente patologico o criminale. Non compaiono tra i temi: la riduzione danno, la limitazione dei rischi, i nuovi consumi, lo spartiacque segnato dal COVID, la necessità di adottare come principi-guida il diritto alla salute e i diritti umani di consumatori e consumatrici, la possibilità di legalizzare l’uso ricreativo delle sostanze e depenalizzare tutti i consumi.  Nel documento non compare nemmeno nessun riferimento alle evidenze scientifiche, riconosciute lo scorso dicembre in sede ONU sulle proprietà terapeutiche della Cannabis e ai diritti dei pazienti che ne fanno uso. In Italia, peraltro, l’uso terapeutico della cannabis, pur riconosciuto dalla legge, continua ad essere largamente precluso a chi ne ha bisogno, il che costituisce una grave violazione del diritto alla salute.

Evidentemente chi sta lavorando alla definizione dei temi della conferenza non legge e non conosce quali siano le direttrici indicate dalle agenzie internazionali, UNDOC e EMCDDA in primis –dice Massimo Oldrini, Presidente Nazionale LILA-  La salute e diritti di chi usa droghe non sono minimamente presenti tra i temi della conferenza e speriamo vivamente che possano essere invece inclusi, così come è drammatico non ci sia una riflessione, basata sulle evidenze scientifiche, sui danni causati da trent’anni di politiche proibizioniste

Un radicale ripensamento e un dibattito pubblico franco e approfondito, dunque, sarebbero in materia più che mai necessari. Tanti paesi e gli stessi organismi ONU stanno rivedendo radicalmente le impostazioni dei propri programmi sulle droghe riconoscendo il fallimento della “War on drug” durata oltre trent’anni e tutta orientata al proibizionismo, alla guerra ai paesi produttori e alla repressione dei consumatori e consumatrici. Fa Sapere UNODOC che, al livello mondiale, almeno una persona su venti consuma droghe illegali. Il proibizionismo non ne ha dunque assolutamente frenato il consumo, che è, anzi, in costante aumento manifestando nuovi modelli e stili di utilizzo. L’Illegalità favorisce, invece, la microcriminalità e alimenta modalità di assunzione clandestine e poco sicure, tanto da provocare, tra chi consuma sostanze iniettive un’alta prevalenza di HIV, epatiti, tubercolosi con gravi danni alla salute.

La società civile internazionale chiede da decenni un deciso cambiamento di rotta, anche quella italiana, riunita nel cartello di Genova, evidenziando come gli unici risultati di questa sciagurata politica siano le sofferenze inferte a milioni e milioni di persone che consumano, gli introiti stratosferici di mafie e consorterie criminali internazionali, la destabilizzazione delle zone di produzione.

Sotto la spinta della società civile, delle community dei consumatori e dell’evidente fallimento delle politiche fin qui adottate, il compatto fronte dei paesi proibizionisti comincia progressivamente a sgretolarsi. I segnali si moltiplicano: nel 2019 gli stessi governi degli stati ONU, riuniti a Vienna, hanno riconosciuto come il narcotraffico abbia monopolizzato il mercato criminale mondiale collegandosi al traffico d’armi, alla tratta degli esseri umani, finanziando il terrorismo, favorendo ovunque fenomeni di corruzione e degrado sociale. Nel dicembre 2020 in sede di Commissione droghe delle Nazioni Unite, gli stati membri hanno deciso di riconoscere ufficialmente le proprietà medicinali e terapeutiche della cannabis e di toglierla dalla tabella delle sostanze più pericolose. Dopo decenni, in sede ONU, si è così deciso, finalmente, in base alle evidenze scientifiche e dando priorità al diritto alla salute. Sempre più numerosi sono gli Stati che stanno legalizzando il consumo di cannabis: dal Canada, all'Uruguay alla Svizzera. La crepa più grossa si sta aprendo, comunque, proprio nel paese - guida della guerra alla droga: gli Stati Uniti, dove ormai sono già diciotto gli stati che hanno legalizzato la cannabis ricreativa e trentasei quelli che prevedono programmi di cannabis terapeutica. Presso lo stesso congresso USA, per iniziativa del partito Democratico, è in fase avanzata l’iter di una legge federale per la legalizzazione della cannabis. Non solo: in Oregon un referendum ha depenalizzato completamente la detenzione personale di qualsiasi sostanza, sulla stessa strada si sta muovendo la California mentre, sempre i democratici, hanno appena presentato al Congresso una proposta di riforma federale, “the Drug Policy Reform Act” che ha lo stesso obiettivo: legalizzare e depenalizzare consumo e detenzione personale di tutte le sostanze stupefacenti.

Le competenti istituzioni italiane restano invece impermeabili a qualsiasi cambiamento e al dibattito in corso tenendosi alla larga da qualsiasi confronto con la società civile attiva sul tema da decenni e depositaria di competenze di alto livello. “LILA e altre associazioni della sezione M del Comitato Tecnico Sanitario hanno scritto alla Ministra Dadone e al Ministro Speranzaperché è inaccettabile che le politiche di Riduzione del Danno non abbiano spazio di riflessione –ha detto ancora Oldrini- Il PNAIDS, il PNP 2021-2025 e i LEA indicano questo approccio come necessario ma sembra che chi si occupa di droga in Italia non se ne sia accorto. La LILA si batterà affinché la società civile sia pienamente coinvolta e la Conferenza Nazionale sulle droghe non sia l’ennesima occasione sprecata”.

Per saperne di più