“Epic fail”: la guerra alle droghe compie sessant’anni di fallimenti epocali. Il 30 marzo webinar internazionale promosso dalla società civile.

Marijuana kNel 1961, esattamente sessant’anni fa, veniva adottata la Convenzione unica delle Nazioni Unite sugli stupefacenti, documento che gettò le premesse della fallimentare guerra globale alla droga che dura da decenni. Il trattato del 1961 venne seguito da altre Convenzioni ONU nel 1971 e nel 1988 con il risultato di inasprire progressivamente gli aspetti repressivi e punitivi delle politiche mondiali sulle droghe.

La “War on Drug” è stata, soprattutto negli ultimi trent’ anni, una guerra contro le persone e le economie di interi paesi produttori, mentre narcotraffico e criminalità legate al mercato delle sostanze giudicate illecite hanno potuto prosperare indisturbate realizzando introiti da capogiro. Il consumo illegale è nel frattempo cresciuto, assieme al pesante impatto umano, sociale e sanitario che il proibizionismo riserva ai consumatori: emarginazione sociale, conseguenze di carattere legale e lavorativo, stigma, patologie come Hiv ed epatite C.

Il 30 marzo, alle ore 18, se ne è discusso in un webinar internazionale dal titolo: “La Convenzione Unica sugli stupefacenti, sessanta anni di un epic fail?”. L’appuntamento era promosso da:

A Buon Diritto, Antigone, Arci, CGIL, CILD, CNCA, Comunità di San Benedetto al Porto, Encod, Forum Droghe, ITANPUD, Itardd, l’Altro Diritto, la Società della Ragione, Legacoopsociali, Legalizziamo, Associazione Luca Coscioni, LILA, Meglio Legale, Science for Democracy.

“Nel 1961 gli Stati si diedero un obiettivo: eliminare le produzioni illegali di oppio entro il 1979 e quelle di cannabis e coca entro il 1989. Nel 1998 se ne diedero un’altro: un mondo senza droghe entro dieci anni. Nel frattempo –scrivono le associazioni promotrici dell’iniziativa- il loro uso è aumentato a velocità doppia rispetto alla popolazione mondiale, la produzione e il narcotraffico sono completamente fuori controllo. 60 anni di politiche proibizioniste e di War on Drugs hanno provocato più danni di quelli provocati dalle sostanze stesse, sia in termini sanitari che sociali, ambientali ed economici”.

Nel 2019 Gli stessi governi degli stati ONU, riuniti a Vienna, hanno riconosciuto come il narcotraffico abbia monopolizzato il mercato criminale mondiale collegandosi al traffico d’armi, alla tratta degli esseri umani, finanziando il terrorismo, favorendo ovunque fenomeni di corruzione e degrado sociale.

La società civile di tutto il mondo chiede da decenni un radicale cambio di rotta e le crepe che si stanno aprendo nel compatto fronte dei paesi proibizionisti possono ora crearne le condizioni.

A dimostrarlo il voto dello scorso 2 dicembre 2020 sulla cannabis, in sede di Commissione droghe delle Nazioni Unite. Gli stati membri hanno deciso di riconoscere ufficialmente le proprietà medicinali e terapeutiche della cannabis e di toglierla dalla tabella quattro, quella prevista dalla Convenzione del 1961 sulle sostanze più pericolose. Dopo decenni, in sede ONU, si decide finalmente in base a evidenze scientifiche e dando priorità al diritto alla salute. Per l’occasione, i paesi americani e quelli dell’Unione europea, ad eccezione dell’Ungheria hanno votato a favore ma ora si tratta di salvaguardare questo risultato, sventando manovre che possano limitarne la portata.

La crepa più grossa nel muro di gomma della "War on drug" si sta aprendo comunque proprio nel paese -  guida della guerra alla droga: gli Stati Uniti, dove ormai sono già quindici gli stati che hanno legalizzato la cannabis ricreativa e trentasei quelli che prevedono programmi di cannabis terapeutica. Agli Stati anti-proibizionisti  si è appena ggiunto in queste ore quello di New York, dove il Parlamento ha appena approvato una legge per la legalizzazione della Cannabis, in accordo con il governatore democratico Cuomo. Grandi cambiamenti si annunciano però anche a livello federale: lo scorso dicembre 2020, la Camera a maggioranza democratica ha approvato il “MORE Act”, Marijuana Opportunity Reinvestment and Expungement Act che prevede la legalizzazione della cannabis e ne cancella i relativi reati per traffico e detenzione. Conquistata, con le legislative di novembre, anche la maggioranza del Senato, i democratici hanno già annunciato l’intenzione di proporre il testo anche alla Camera alta. Ci informa Fuoriluogo che, negli Stati Uniti il mercato della cannabis ha creato lo scorso anno 77mila nuovi posti di lavoro, nonostante la crisi Covid, che si aggiungono ai 321mila già impiegati a tempo pieno. Si tratta di lavoro e attività economiche legali che si traducono anche in maggiori introiti fiscali per gli erari statali e federali e che riducono notevolmente gli oneri del sistema penale e di sicurezza

A sessant’anni dall’avvio di queste politiche sono ormai da tempo visibili i danni prodotti da quest’approccio nel mondo –ha detto Massimo Oldrini, Presidente Nazionale LILA-Ancora oggi ci sono paesi in cui usare eroina comporta la carcerazione e in alcuni casi la pena di morte. E nei paesi che si ritengono più avanzati, questo approccio ha prodotto centinaia di migliaia di morti per overdose e soprattutto per patologie come l’HIV che hanno colpito e colpiscono chi usa eroina o sostanze per via iniettiva. Oltre alle morti-prosegue Oldrini- il proibizionismo ha causato danni sociali gravissimi, incarcerazioni e umiliazioni assurde e ingiuste perpetrate da governi e istituzioni ai danni di chi usa droghe. Dopo sessant’anni tutto questo deve finire”.

 

photo by Esteban Lopez on Unsplash