Sex Workers: "Umbəlla: vent’anni di attivismo sotto gli ombrelli rossi", parla Pia Covre

Ombrelli RossiAll’insegna dell’arte, gli Ombrelli rossi, simbolo della lotta per i diritti civili delle persone prostitute tornano a Venezia con la mostra curata da Agnese Reginaldo, esperta ricercatrice dell’intersezione tra arte e scienze sociali. Titolo dell’evento, che si tiene dal 24 al 30 Ottobre a Casa Punto Croce è: “Umbəlla, vent’anni di attivismo sotto gli ombrelli rossi”.

Vent’anni fa, proprio nella città lagunare, l’attivismo per i diritti dei/delle sex workers visse una pagina memorabile della sua storia, in una vitale sinergia con l’arte. Intorno all’installazione “CODE:RED” dell'artista sloveno Tadej Pogačar e del “Padiglione delle Prostitute” organizzato nei giardini della Biennale, il Comitato per i Diritti civili delle Prostitute, allora presieduto da Carla Corso, organizzò una marcia di sex workers guidata dall’attivista Daniela Mannu per denunciare le cattive condizioni di lavoro e le violazioni dei diritti umani che queste lavoratrici e lavoratori sono costretti, da sempre, ad affrontare. Gli ombrelli rossi, aperti per le calli di Venezia, vennero scelti come emblema dell’iniziativa, simbolo della protezione dagli abusi e dall'intolleranza ma anche di forza e volontà di resistere. Da allora l'ombrello rosso è divenuto un simbolo internazionale dei diritti dei e delle sex workers.

La mostra “Umbəlla” presenta alcuni video, parte del corpo di lavoro CODE:RED, realizzati durante la Biennale di vent’anni fa intorno al Padiglione delle Prostitute: video, dibattiti, performance, workshop documentati da Pogačar e dal fotografo Dejan Habicht, un lavoro interattivo tra artisti e attivisti volto a suscitare attenzione e dibattito sulle politiche economiche e sociali che ruotano intorno al mercato del sesso. A potenziare le voci dell’attivismo globale, è una serie di fotografie, parte del progetto “United Under a Red Umbrella” di Mariska Majoor e Robin Haurissa. Pubblicato dal Prostitution Health Centre di Amsterdam nel 2018, il libro racchiude oltre settanta fotografie e trentadue interviste che raccontano le storie e le esperienze di sex workers in tredici diversi paesi, durante un viaggio durato un anno.

La mostra è affiancata da un programma di dibattiti ed eventi di rilievo, artistici, culturali e sociali: si apre domenica 24 ottobre alle 17 con una parata di ombrelli rossi dalla Stazione Santa Lucia a Casa Punto Croce dove dalle 18 alle 20 si tiene il vernissage. Per saperne di più su orari, ospiti e iniziative clicca qui

Di questa iniziativa, che lega profondamente, ancora una volta, l’arte a una grande questione sociale e alla vita delle persone, abbiamo voluto parlare con Pia Covre, storica attivista e fondatrice, con Carla Corso, del Comitato per i diritti civili delle Prostitute, e tra le fondatrici, anche, della nostra LILA.

Pia Covre, gli ombrelli rossi tornano protagonisti a Venezia, a vent’anni dalla 49esima biennale d’Arte che ospitò il “padiglione delle Prostitute” e la marcia sui diritti delle/ dei sex workers organizzata da CDCP. La mostra che si tiene a Casa punto Croce può essere anche l’occasione per un bilancio di questo ventennio di attivismo? Che cosa è cambiato da allora?

In vent’anni in Europa sono cambiate molte cose: abbiamo visto l’Olanda e la Germania riconoscere il lavoro sessuale come professione, con regole e diritti per i lavoratori e le lavoratrici, mentre, nello steso tempo, la Svezia ha fatto una legge che criminalizza i clienti. I gruppi femministi più intransigenti hanno sferrato un’aggressiva campagna per l’abolizione della prostituzione senza preoccuparsi minimamente dell’autodeterminazione delle donne o dell’ esistenza delle trans che lavorano nel sesso. Nel contempo, si è sviluppato un movimento di giovani femministe/i intersezionali che invece sostengono i diritti dei sex workers. In generale, si nota, comunque, un peggioramento delle relazioni dialettiche fra le associazioni rappresentanti i sex workers e chi è nelle istituzioni: un vero scollamento tra la realtà quotidiana e le teorizzazioni, spesso prive di fondamento, espresse dai politici nelle loro proposte per un governo del fenomeno.

La pandemia da Covid ha esasperato le condizioni di lavoro e di vita delle persone prostitute in tutto il mondo e anche in Italia. Puoi raccontarci cosa è accaduto e se siate riuscite ad avere ascolto dalle istituzioni?

La drammatica situazione che le sex workers hanno vissuto a seguito dei lockdown e del diffondersi della pandemia, ancora una volta, ha visto consumare su noi sex workers ingiustizie sociali, discriminazioni e marginalizzazione. Le tensioni sociali si sono acuite un po’ ovunque: molte lavoratrici e lavoratori sessuali, in mancanza di introiti, sono dovuti uscire per poter lavorare anche con i lockdown; così, alla caduta del reddito, si sono sommate anche le multe per violazione della quarantena e del coprifuoco andando ad aggravare una situazione già precaria, se non drammatica. Ci sono persone che per mangiare e pagare l’affitto si sono indebitate con degli usurai. Tra la repressione che subiamo di norma e quella dovuta al COVID-19, la situazione è stata terribile. Non è servito a nulla scrivere al Governo, ben due volte, per segnalare le criticità e chiedere aiuto. Non abbiamo ricevuto una sola risposta né nessun indennizzo per questa categoria “invisibilizzata”. Ci siamo mobilitate con un crowfunding e abbiamo dato aiuto ad alcune persone che erano in situazioni disperate, vedi l’iniziativa “nessuna da sola”. Moltissime sono senza documenti e vulnerabili a ricatti e sfruttamento e, in questo momento di crisi, lo sono ancora di più.

Ora quali sono le priorità e gli obiettivi da raggiungere in tema di diritti civili e sociali di questa categoria di lavoratori e lavoratrici?

Sarebbe un successo se ci fosse, almeno, un’effettiva e totale decriminalizazione del lavoro sessuale, invece, purtroppo, ogni giorno dobbiamo assistere a piccoli e grandi soprusi e ingiustizie: ordinanze dei Sindaci che vietano di avvicinare le sex workers e di parlarci, discriminazioni ed esclusioni nei servizi sanitari e sociali per chi arriva con documenti non regolari. L’accesso ai servizi sanitari, in particolare, è sempre più difficile: Il diritto alla salute che, sulla carta dovrebbe essere un diritto garantito, poi nella pratica è sempre negato. Sarebbe auspicabile, inoltre, che si potesse riconoscere il lavoro sessuale come una professione autonoma consentendo l’apertura di una partita IVA o l’iscrizione alla gestione separata INPS, così almeno ci sarebbe un' emersione del lavoro e qualche diritto in più garantito

A che punto sono i programmi per la prevenzione dell’HIV e delle altre IST, sia in riferimento ai lavoratori/lavoratrici che ai clienti?

In tema di salute e campagne di sensibilizzazione siamo un po’ arretrati. Perfino quello che si faceva negli anni 2000 ora appare più difficile. Gli investimenti in campo per la prevenzione di HIV e altre Infezioni sessualmente trasmissibili sono pochi e non è facile ottenere informazioni. Inoltre si fatica a quantificare il fenomeno perché nel nostro paese la raccolta e l’elaborazione dei dati digitali procedono a rilento.

La mostra di Casa Punto Croce propone un percorso collettivo, artistico, sociale e politico intorno al tema della prostituzione. Nella tua esperienza, pensi che l’arte possa aiutare la battaglia per i diritti delle persone prostitute e per il contrasto a stigma e pregiudizi?

Sono molto convinta che l’arte dia un grande aiuto alla visibilità e alla comprensione di questo fenomeno. Se non ci fossero stati gli artisti nel corso dei secoli a parlare delle sex workers e ad accendere la luce sulle nostre esistenze, saremmo passate alla storia solo per essere state dei casi di cronaca nera.