La rete per la riforma della legge sulle droghe si prepara alla contro-conferenza di novembre. Nel libro bianco 2025 gli effetti nefasti di politiche repressive sempre più pesanti.

XVI Libro Bianco Droghe 2025La rete per la riforma delle politiche sulle droghe è al lavoro sulla grande conferenza che, il 7 e l’8 novembre prossimi, a Roma, si opporrà a quella governativa ufficiale organizzata dal governo Meloni. “Sulle droghe abbiamo un piano – fermiamo la guerra alla droga, contro il governo della paura garantiamo diritti civili e sociali” è il titolo di questo contro-appuntamento che si terrà presso la Città dell’altra Economia, a Testaccio.

La decisione di organizzare l’evento nasce dalla constatazione del salto nel buio che questo governo sta compiendo in materia di politiche sulle droghe, con passi indietro drammatici persino per il già arretratissimo contesto italiano. La VII conferenza governativa sulle droghe, curata dal sottosegretario Alfredo Mantovano, titolare del Dipartimento Politiche Antidroga e tra gli ispiratori della Fini - Giovanardi, si annuncia, infatti, come un appuntamento propagandistico, tutto volto all’esaltazione di un approccio criminalizzante, patologizzante, repressivo e antiscientifico al tema droghe. L’obiettivo è perpetuare e aggravare la decennale “Guerra alla droga” di cui mezzo mondo e molte agenzie internazionali hanno ormai certificato il fallimento; rispetto a questo percorso, la conferenza sarà solo il coronamento mediatico di una serie di provvedimenti che stanno già incidendo in modo drammatico sula vita di milioni di persone. Dalla legge Caivano a quella anti-rave, dalla riforma del codice della strada al nuovo pacchetto sicurezza: sono numerosi gli interventi legislativi introdotti dal centrodestra, spesso ricorrendo alla decretazione d’urgenza, che peggiorano ulteriormente il già pessimo quadro normativo causato dal vigente DPR 309 del 1990.

Dalla preparazione dell’evento sono state escluse le realtà della società civile, le associazioni dei consumatori di droghe, la rete delle amministrazioni locali attive sul tema, in particolare la rete ELIDE che, pure, aveva chiesto di partecipare ai lavori; la Riduzione del Danno rischia di esserne la prima vittima sacrificale e, con essa, la dignità e i diritti dei consumatori e consumatrici, a partire dal diritto alla salute. Mantovano, del resto, ha più volte ribadito la totale opposizione di questo governo ad ogni politica di Riduzione del Danno, definitiva “una strategia fallimentare e rinunciataria”, ignorando che dal 2017 la RdD è inserita nei LEA e che lo scorso marzo sia stata definita dalla Commissione Droghe dell’ONU (CND) come uno strumento strategico per la tutela della salute dei singoli e della collettività.

L’appuntamento è destinato, inoltre a segnare un clamoroso passo indietro rispetto ai risultati raggiunti in occasione della VI Conferenza sulle droghe, svoltasi a Genova nel 2021, convocata per la prima volta, dopo dodici anni di latitanza, dall’allora Ministra Fabiana Dadone.

La titolare delle politiche giovanile partecipò e si confrontò con la conferenza auto-convocata da società civile e terzo settore, ne promosse la partecipazione ai tavoli ufficiali finché si arrivò ad un documento conclusivo che sanciva la necessità di modificare il testo unico sulle droghe e di porre la RdD tra i pilastri degli interventi. La fine anticipata della legislatura aveva poi purtroppo interrotto il percorso di rinnovamento finalmente avviato.

Il quadro drammatico e fallimentare delle politiche italiane sulle droghe è stato, nel frattempo, di nuovo dettagliatamente descritto nel sedicesimo “Libro Bianco sulle droghe”, intitolato quest’anno “Non mollare”. 

Il documento, rapporto indipendente sugli effetti del Testo Unico sugli stupefacenti in ambito penale, sociale, sanitario, è stato presentato, come di consueto a fine giugno, in occasione della Giornata Internazionale sulle droghe, nell’ambito della Campagna Internazionale: “Educare, non punire”. A promuoverlo La Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, CGIL, CNCA, Associazione Luca Coscioni. ARCI, LILA con l’adesione di: A buon diritto, Comunità di San benedetto al Porto, Funzione Pubblica CGIL, Gruppo Abele, ITTARDD, ITANPUD, Meglio Legale ed EUMANS.  

Leggi qui l’intervista di Laura Supino a Leonardo Fiorentini, Segretario Nazionale di Forum Droghe e Direttore di Fuori Luogo.

I dati del 2024 confermano come, dopo trentacinque anni di applicazione del Testo Unico, la situazione continui a peggiorare. L’Articolo 73 del DPR 309/90, quello che punisce il piccolo spaccio, si conferma il principale veicolo d’ingresso nel sistema giudiziario e carcerario italiano incidendo drammaticamente sul sovraffollamento nei penitenziari. In termini assoluti, gli ingressi in carcere per droghe sono saliti quasi del 5% rappresentando il 25,8% degli ingressi totali (11.220 su 43.489). In sostanza, oltre un quarto delle persone che entrano in carcere, vi entrano per reati legati alle droghe.

Sul totale delle presenze in carcere, ossia 62mila persone a fine 2024, ben 13.354 erano detenute per il solo articolo 73, altre 6.732 lo erano anche per l’articolo 74 (quello che punisce l’associazione per delinquere finalizzata allo spaccio) e solo 997 esclusivamente per l’articolo 74. In sostanza, gran parte di coloro che finiscono in carcere per droga sono da considerarsi “pesci piccoli” e non “trafficanti”. Non a caso, quasi il 40% di chi entra nelle carceri è segnalato come “tossicodipendente”. A fine 2024 erano presenti nei penitenziari italiani quasi 20mila persone detenute certificate come TDP, circa il 32% del totale, mai così tanti dal 2006. E’ possibile che su questo incremento comincino a influire gli effetti del decreto Caivano del settembre 2023 che ha aggravato le pene per la cosiddetta “lieve entità” (Art 73 comma 5) portando il massimo da quattro a cinque anni. Manca, tuttavia, un monitoraggio separato per questa norma da parte del Ministero della Giustizia.

Complessivamente, le persone in carcere per droga in Italia sono il 34,1% del totale, il doppio della media europea (18%) e molto più alta di quella mondiale (22%).

Il carattere tutto repressivo delle normative pesa, ovviamente, sul sistema giudiziario nella sua interezza. I dati disponibili sui fascicoli aperti per droghe sono fermi al 2023, avendo il DAP negato i dati più aggiornati, e segnalano ben 170mila procedimenti aperti per violazioni dell’articolo 73 mentre quello aperti per violazioni dell’articolo 74 sono 45.200; entrambi i numeri sono un po' in calo ma restano, comunque, molto consistenti.

In parallelo all’aumento della popolazione carceraria, si registra un’impennata delle misure alternative al carcere “spesso più simili –si afferma nel libro bianco- a misure alternative alla libertà” per le modalità con cui sono attuate. Nel caso delle persone assegnate all’affidamento in prova perché dipendenti da droghe, si segnala come ben il 75,3% di loro passi comunque dal carcere prima di accedere a trattamenti alternativi.

Devastante continua a essere anche l’istituto delle segnalazioni per articolo 75, quello cioè che punisce il solo possesso per consumo personale con una sanzioni non penali ma amministrative. Gli effetti di tali sanzioni sono spesso però non meno pesanti di quelle prettamente penali. Le più comuni sono il ritiro della patente (o il divieto di prenderla) e il ritiro del passaporto, sanzioni che vengono erogate anche in assenza di qualsiasi comportamento pericoloso messo in atto dalle persone punite.  Premettendo che si tratta di dati alquanto incompleti, il dossier registra per il 2024 quasi 37mila segnalazioni di cui il 38%, oltre 12mila, si concludono con sanzioni amministrative. Gli adolescenti ne sono le principali vittime: ben 3.722  quelli sanzionati nel 2024, nella quasi totalità per consumo di cannabis. Migliaia di giovanissimi ogni anno vengono così sottoposti a percorsi puntivi e stigmatizzanti che ne compromettono socialità e sviluppo. Ne è un sintomo il numero irrisorio di invio a programmi terapeutici disposti dai prefetti: solo 410 su oltre 12mila. Dal 1990 le persone segnalate per articolo 75 sono state quasi un milione e mezzo, quasi tre su quattro per uso di cannabinoidi.  

La vocazione del governo a espandere la sfera di intervento penale per punire comportamenti di rilevanza prettamente sociale si è concretizzata in questi due anni nell’adozione di leggi particolarmente repressive.

Leggi qui l’intervista di Laura Supino a Riccardo Magi, Deputato e Segretario Nazionale di Più Europa

 Oltre alle norme anti-rave e alla legge Caivano, ci sono le modifiche al codice della strada introdotte dal Ministro delle Infrastrutture Salvini con la legge 177 del 14 dicembre 2024. Il testo, nell’articolo 187, passa dalla precedente sanzione riferita “alla guida in stato di alterazione psico-fisica” al punire genericamente “la guida dopo l’assunzione di stupefacenti”. Evidente risulta l’intento di punire chiunque abbia assunto droghe, anche a giorni di distanza dal momento in cui si fosse messo al guida e indipendentemente dallo stato psico-fisico della specifica circostanza. Nell’aprile 2025 si è intervenuti con una circolare per sanare l’irragionevolezza dell’articolo che resta tuttavia soggetto a interventi della Corte Costituzionale.  In virtù di tale disposizione sono state sanzionate anche persone che facevano uso di cannabis terapeutica con diagnosi e prescrizioni documentate. Il libro bianco ricorda, inoltre, come il fenomeno della guida in stato di alterazione riguardi solo una piccolissima percentuale di conducenti e come fosse già duramente punibile. Nel 2023 su quasi 30mila persone sottoposte a controlli per guida in stato d’alterazione, sono state riscontrate 378 violazioni, cioè l’1,26%, il tutto considerando l’alta percentuale (20%) di falsi positivi al primo screening. In generale, i comportamenti più pericolosi alla guida si confermano la distrazione, spesso dovuta all’uso del cellulare, il mancato rispetto delle precedenze, la velocità elevata.

Un pilastro del nuovo apparato repressivo si prefigura anche il cosiddetto “Pacchetto sicurezza”, approvato nel giugno scorso, dopo aspre proteste della società civile e delle opposizioni. 

La legge 148/25 introduce ben quattordici nuove fattispecie di reato e inasprisce le pene di altri nove, con un giro di vite che si abbatte soprattutto sul dissenso, sui migranti, su madri che commettono reati lievi e sui loro bambini e, nello specifico, su tutta la filiera della canapa a basso contenuto di THC, la cosiddetta “cannabis light”. Le sanzioni colpiscono anche la coltivazione, la distribuzione o la vendita delle inflorescenze di un prodotto che non ha alcun effetto psicotropo. Il colpo per il settore è calcolato in due miliardi con la perdita di oltre 22mila posti di lavoro. 

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