Report UNAIDS 2019 (Dati 2018)

Autore: UNAIDS
Data: 2019

Seppure, a livello globale, i progressi nella riduzione delle morti legate all’AIDS siano costanti nell’ultimo decennio, il target 2020 di riduzione delle nuove infezioni da Hiv, stabilito dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è chiaramente fuori portata. La visione globale cela una grande diversità di tendenze tra paesi e regioni. I maggiori progressi nella riduzione delle infezioni e delle morti legate all’Aids si riscontrano nei paesi più duramente colpiti dall’epidemia, ovvero nei paesi dell’est e del sud Africa, ma altrove ci sono preoccupanti battute d’arresto. Nel 2018, oltre la metà delle nuove infezioni sono state riscontrate tra le popolazioni chiave e i loro partners sessuali. Secondo un indicatore di transizione dell’epidemia, un gruppo variegato di 19 paesi è sulla buona strada per sconfiggere l’AIDS, ma molti altri no.

Secondo i dati pubblicati da UNAIDS lo scorso dicembre sullo stato dell’epidemia, il numero annuale delle morti legate all’Aids tra le persone che vivono con l’Hiv è calato del 33%, passando da 1,7 milioni nel 2004 a 770.000 nel 2018. Il calo dei decessi è dovuto in gran parte ai progressi fatti nei paesi dell’est e del sud Africa che ospitano il 54% delle persone positive all’Hiv a livello mondiale. In questa regione, i decessi legati all’Aids sono diminuiti del 44% dal 2010 al 2018, mentre nei paesi dell’Africa centrale e occidentale si è registrato un calo del 29%. Al di fuori dell’Africa sub-sahariana è stato registrato un calo del 20%. Nei paesi dell’est Europa e nelle regioni dell’Asia centrale, del Medio Oriente e del nord Africa, i decessi sono aumentati rispettivamente del 5 e 9% dal 2010.

Nel 2018, il numero delle nuove infezioni da Hiv ha continuato a calare in modo graduale. A partire dal 2010, il numero annuale dei nuovi casi è passato da 2,1 milioni a 1,7 milioni nel 2018, con un calo del 16% che tiene il mondo distante dal target di meno di 500000 nuove infezioni fissato per il 2020. Come per i decessi, anche la riduzione dei nuovi casi di Hiv è stata decisiva nei paesi dell’est e del sud Africa (28%), seguiti dalle isole caraibiche (16%), l’Africa centrale e occidentale (13%), Europa centrale e occidentale e nord America (12%), e infine i paesi dell’Asia e del Pacifico (9%). Tuttavia, il numero delle nuove infezioni è cresciuto nei paesi dell’est Europa e dell’Asia centrale (con un incremento del 29%), nel Medio Oriente e in nord Africa (10%) e in America latina (con una crescita del 7%). Al di fuori dell’Africa sub-sahariana, dunque, progressi regionali e battute d’arresto si combinano e generano una tendenza globale stagnante negli ultimi dieci anni.

Il rischio di trasmissione del virus è estremamente alto nelle popolazioni chiave. Secondo i dati disponibili, nel 2018, il rischio di infezione era 22 volte più alto tra i maschi omosessuali e gli uomini che fanno sesso con altri uomini (MSM) rispetto a tutta la popolazione maschile adulta. La proporzione era la stessa tra le persone che consumano sostanze per via iniettiva e chi non ne fa uso. Il rischio è, inoltre, 21 volte più alto tra sex workers e 12 volte tra le persone transgender rispetto a tutta la popolazione adulta in età compresa tra 15 e 49 anni.

A livello globale, uno stimato 17% dei nuovi casi si riscontra tra gli uomini omosessuali e gli MSM, ma la percentuale sale a oltre la metà delle nuove infezioni nei paesi dell’Europa occidentale e centrale e nord America, al 40% in America latina, 30% in Asia e nel Pacifico, 22% sia nelle isole caraibiche che nei paesi dell’est Europa e dell’Asia centrale, 18% in Medio Oriente e nord Africa, e 17% in Africa centrale e occidentale.
Le persone che consumano sostanze per via invettiva coprono il 12% delle nuove infezioni globali, dato che racchiude il 41% delle nuove infezioni in Europa orientale e Asia centrale, il 37% in Medio Oriente e nord Africa, e il 13% in Asia e Pacifico. I sex worker rappresentano il 6%delle nuove infezioni a livello mondiale, oscillando tra il 14% nei paesi dell’Africa centrale e occidentale a meno dell’1% in Europa centrale e occidentale e nord America. Le nuove infezioni tra le donne transgender sono una bassissima percentuale (1%), ma questa sale al 5% nelle isole caraibiche e al 4% in America latina, nei paesi dell’Europa centrale e occidentale, e in nord America.

Indice di transizione dell’epidemia
Gli ultimi trend delle nuove infezioni da Hiv e dei decessi legati all’AIDS mostrano solo una porzione della storia nella risposta all’Hiv a livello dei singoli paesi o delle regioni. L’indice di transizione dell’epidemia è stato sviluppato da UNAIDS e i suoi partner come metodo di misurazione complementare a disposizione dei paesi per monitorare meglio i propri progressi verso la sconfitta dell’AIDS come minaccia di salute pubblica.
Tale indice - il rapporto di incidenza/prevalenza - utilizza il numero delle nuove infezioni e il numero delle persone che vivono con l’Hiv all’interno di una popolazione per fornire l’inverso della durata media della vita di una persona con Hiv. Un livello standard di tale indice del 3,0% - ovvero tre nuove infezioni da Hiv ogni 100 persone che vivono con l’Hiv all’anno - corrisponde a un’aspettativa di vita media dopo l’infezione di 30 anni. Con tale aspettativa, la popolazione totale delle persone positive all’Hiv diminuirà se il paese è sotto il livello del 3%. Tuttavia, se il numero delle nuove infezioni è superiore a tre, la popolazione delle persone Hiv positive crescerà gradualmente.

Il rapporto globale di incidenza/prevalenza è calato, passando da 11,2% nel 2000 a 6,6% nel 2010 e infine al 4,6% nel 2018, a conferma degli importanti progressi fatti contro l’epidemia. Ciò nonostante, non si può ancora dire che il mondo sia sulla strada giusta per sconfiggere l’AIDS entro il 2030. In paesi in cui la copertura del trattamento è generalmente alta e una serie di servizi di prevenzione sono accessibili a una larga percentuale di persone esposte al rischio di Hiv - tra questi Europa occidentale e centrale e nord America - il rapporto di incidenza/prevalenza era di 3,1% nel 2018. In altre regioni questo rapporto varia notevolmente, passando da 3,9% nei paesi dell’Africa orientale e meridionale, 4,6% nelle isole caraibiche, 5,4% sia in America latina che in Asia e nel Pacifico, 5,5% nei paesi dell’Africa occidentale e centrale, 8,0% in Medio oriente e nord Africa, e 9,0% in Europa orientale e Asia centrale.

Diciannove i paesi, tra cui l’Italia, che hanno raggiunto i livelli standard del 3%, mentre altri 48 paesi riportano un rapporto di incidenza/prevalenza tra il 3,0% e il 4,9%. Meno incoraggiante il numero di paesi, ben 70, che registrano un indice del 5,0%, tredici dei quali superano il 10%, livello che indica un aumento delle nuove infezioni e una larga percentuale di persone che vivono con l’Hiv a cui viene negata la terapia antiretrovirale.

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