Dentico2Nicoletta Dentico, vicepresidente dell'Osservatorio italiano sulla salute globale e co-direttrice del think con sede a Ginevra Health Innovation in Practice è stata direttrice di Medici Senza Frontiere Italia e consulente dell'Oms nei primi anni 2000, nel pieno delle battaglie per l'accesso dei paesi poveri ai medicinali anti Aids. Sui trattamenti innovativi contro l'Epatite C dice: "La speculazione finanziaria li ha allontanati dalla loro finalità e dai malati", ma "grazie alla battaglie condotte in passato per l'accesso alle terapie antiretrovirali nei paesi in via di sviluppo, oggi anche gli stati avanzati come l’Italia hanno gli strumenti per offrirli a tutti i pazienti".

 

"Con i farmaci contro l’Epatite C oggi disponibili gratuitamente solo ai malati più gravi, per la prima volta l’Italia ha derogato al principio costituzionale dell’universalità delle cure": E’ questo il motivo per cui per Nicoletta Dentico, vice presidente dell'Osservatorio italiano sulla salute globale e direttrice del think thank con sede a Ginevra Health Innovation in Practice, il nostro paese oggi dovrebbe affrontare il problema dell’accesso ai farmaci in modo diverso, anche utilizzando gli strumenti messi a disposizione dagli accordi internazionali siglati nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a tutela dei paesi in via di sviluppo. Dentico, ex direttrice di Medici Senza Frontiere Italia, nonchè consulente dell'Organizzazione Mondiale della Salute, riflette inoltre sul cambiamento del ruolo dei farmaci dal 2000 ad oggi: "La speculazione finanziaria su di essi ha raggiunto livelli tali da staccarli completamente dalla loro finalità e dalle persone che dovrebbero usarli".

 

Uno studio presentato nei giorni scorsi al congresso internazionale delle malattie del fegato di Barcellona (Eals 2016) mostra che i nuovi farmaci generici contro l'Epatite C prodotti in paesi come l’India sono efficaci come quelli di marca e ha fatto discutere sul fatto che la loro importazione legale in altri Stati permetterebbe l'eradicazione globale della malattia. E' uno scenario concretamente possibile in Italia? Come si può assicurare la sostenibilità della cura nel nostro paese?


La semplice importazione dei farmaci dall’India, non ritengo sia possibile nel nostro paese, perché dovremmo dimostrare di non essere in grado di produrli. Ma l’Italia potrebbe adottare una licenza obbligatoria per prodursi il farmaco a casa sua per il periodo di tempo che serve a coprire i bisogni dei malati di Epatite C. E’ una possibilità prevista dall'articolo 30 dell’accordo Trips della Wto, ovvero il trattato dell’Organizzazione mondiale del commercio sugli aspetti di proprietà intellettuale. Esso prevede che se un governo - dopo aver portato avanti negoziati con una casa farmaceutica titolare di un brevetto su un farmaco - non riesce a ottenere un accordo per garantire la cura ai propri pazienti, ha la facoltà di emanare la clausola di “governament use” della molecola e di farla produrre da un’azienda farmaceutica nazionale per il periodo necessario a fare fronte alla necessità del proprio paese. Lo stato che decide così di derogare al brevetto, paga comunque alla casa farmaceutica delle royalties, di modo che la licenza obbligatoria non rappresenti per la società detentrice del brevetto una perdita. Si tratta di uno strumento che avrebbe molto senso che l’Italia usasse, perché con la questione dell’Epatite C si è ritrovata per la prima volta nella propria storia farmaceutica a derogare al principio dell’universalità delle cure sancito dall’articolo 32 della Costituzione. Per questo i presupposti per un governament use ci sarebbero: conta più il rispetto del principio costituzionale, che la titolarità del brevetto della casa farmaceutica. Questa azione richiederebbe un governo molto pronto ad affrontare le conseguenze che questa scelta avrebbe, tuttavia sarebbe un esercizio di leadership che potrebbe ispirare molti altri governi e essere un’importante pressione sulla Gilead affinché come azienda cominciasse ad adottare una logica diversa dal semplice profitto, sulla determinazione del prezzo di un farmaco così importante.

 

La battaglia per l'accesso ai nuovi farmaci contro l'Epatite C ricorda quella per i farmaci anti Aids. Quali le analogie e quali le differenze?

Come quando furono scoperti gli antiretrovirali, i nuovi farmaci contro l’Epatite C sono una soluzione terapeutica che cambia la storia della malattia, ma il loro monopolio allontana la soluzione dalle persone che ne hanno bisogno. La differenza è che questa volta il problema tocca le popolazioni del nord del mondo perché questa volta i sistemi sanitari dei paesi avanzati si trovano a dover pagare un costo esorbitante per garantirli ai propri cittadini e questo li costringe ad abdicare al loro universalismo, cosa che non avevano fatto con l’Aids. Perché i prezzi degli antiretrovirali erano quasi affrontabili, 14mila dollari a terapia, rispetto agli 86 mila di un trattamento contro l’Epatite C. Quando 15 anni fa abbiamo iniziato la battaglia per l’accesso ai farmaci essenziali nei paesi poveri, avevamo previsto che sarebbe diventato uno strumento utile anche ai paesi industrializzati. L’accordo Trips dell’Organizzazione mondiale del commercio prevede infatti delle deroghe ai trattati sui brevetti, secondo cui i governi possono - in casi come quello di Gilead, in cui ci sia un abuso di potere derivante dal monopolio - adottare delle misure che tutelino la sanità pubblica.


Il direttore di Aifa Luca Pani in un'intervista pubblicata da Quotidiano Sanità ha però recentemente escluso la possibilità di risolvere il problema Epatite C con i farmaci generici affermando che sarebbe come accettare Ferrari prodotte da cinesi.

Negli ultimi 15 anni la speculazione finanziaria sui farmaci, ha raggiunto livelli tali da staccarli completamente dalla loro finalità e dalle persone che dovrebbero usarli. Così oggi è possibile per il direttore di un’agenzia regolatoria del farmaco, banalizzare questo prodotto al punto tale da equipararlo a una Ferrari. Questa è la differenza rispetto al 2000. La banalizzazione del farmaco da parte di coloro che dovrebbero considerarlo massimamente come prodotto da tutelare, mostra come la logica delle case farmaceutiche prevalga anche nella testa di coloro che dovrebbero operare in un’ottica di salute pubblica.