Chessa bnIntervista a Luchino Chessa, infettivologo e epatologo dell’ospedale universitario di Cagliari

 

Sono circa 3000 le persone con Epatite C seguite dal Centro per lo Studio delle Malattie del Fegato, del Dipartimento di Medicina Interna diretta dal Prof. Paolo Emilio Manconi dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Cagliari, uno dei più importanti tra i dodici centri prescrittori dei nuovi farmaci antivirali diretti in Sardegna. Vi lavorano quattro medici: tre ospedalieri e il professor Luchino Chessa, docente al Dipartimento di Scienze Mediche dell’Università di Cagliari, epatologo e infettivologo, oltre a sei medici specializzandi. Per Chessa l’arrivo degli antivirali diretti è “un cambio epocale” da estendere a più pazienti dando la priorità a persone con Hiv e Hcv.

Quando sono iniziati i trattamenti con i nuovi farmaci?
Dei 3000 pazienti con Epatite C che seguiamo presso il nostro centro non tutti ovviamente presentano malattia avanzata. Una parte, circa 500, ha già praticato terapia antivirali con i vecchi farmaci e circa il 60% ha avuto uno risposta virologica sostenuta. Dei rimanenti pazienti un terzo ha una malattia più grave, per cui fibrosi avanzata o cirrosi, e in 150 hanno iniziato la terapia con gli antivirali diretti da luglio 2015, mentre altri 150 la stanno iniziando a scaglioni. In Sardegna le terapie con i nuovi farmaci le abbiamo avviate un po’ in ritardo rispetto ad altre regioni per vari problemi burocratici, ma ora stiamo andando avanti bene, seguendo il criterio della priorità clinica e cioè curando prima i casi più gravi.

Quante delle persone oggi in cura hanno la coinfezione Hiv - Hcv?
Oltre ai 150 monoinfetti che hanno iniziato le nuove terapie, stiamo trattando 20 pazienti con coinfezione Hiv-Hcv e altrettanti stanno entrando in terapia. Ma ve ne sono oltre una trentina che in questo momento non possono essere trattati perché hanno fibrosi non avanzata. Stiamo aspettando che si sblocchi la situazione e anche loro possano avere accesso al trattamento. Intanto, a livello regionale, stiamo avviando un database per registrare i pazienti con coinfezione che stiamo trattando, un lavoro collaborativo tra noi e i due centri infettivologici di Cagliari e Sassari.

Come vengono curate le persone che non hanno accesso ai nuovi farmaci?
Attualmente attendono. Nessuno di loro ha voglia di praticare un trattamento che ha come farmaci principali il Peg-Interferone e la ribavirina. Io la propongo, ma non la vuol fare nessuno. Neanche io la farei, considerando che i nuovi farmaci arriveranno a breve anche per i pazienti coinfetti con fibrosi epatica meno avanzata, sempre se la Ministra Lorenzin mantiene le promesse..


Quali sono state le promesse della Lorenzin?
Il 24 novembre, per la giornata delle Epatiti c'è stato un incontro a Roma, al ministero della Salute cui ha partecipato un collaboratore della Ministra, insieme a diverse associazioni, io partecipavo come socio dell’Aisf, Associazione Italiana per lo Studio del Fegato. E' stato sollevato il problema dei coinfetti ed è stato risposto che a breve anche loro avranno i farmaci anche nel caso di malattia epatica meno grave.

Cosa è cambiato per lei, come medico, con l’arrivo degli antivirali diretti?
Quelli che hanno ricevuto le cure stanno incredibilmente meglio. Stanno ingrassando. E’ migliorato anche il quadro neuro cognitivo. Si sentono liberi. E' un cambio epocale! Per questo le nuove terapie andrebbero concesse a più persone possibile, andrebbero abbassati i prezzi. Io curo le persone con Epatite C e Hiv da 30 anni e la maggior parte dei pazienti coinfetti sono morti con cirrosi epatica e epatocarcinoma. La cosa mi fa rabbia, per questo sono contento oggi di questi risultati.

Perché per le persone con Hiv è importante l'accesso ai nuovi farmaci?
Non è importante, è fondamentale. Perché ho visto pazienti coinfetti che non hanno una cirrosi avanzata, ma che con una fibrosi epatica meno grave vanno incontro a epatocarcinomi devastanti, veramente epatocarcinomi che esplodono. Molto di più rispetto alle persone sieronegative. Tutti quelli che seguono pazienti coinfetti lo sanno. Non per niente le linee guida delle società americana ed europea delle malattie del fegato hanno inserito tra le popolazioni raccomandate per il trattamento con i nuovi farmaci i pazienti con coinfezione. Quando ho visto le linee di indirizzo italiane per l’uso degli antivirali ad azione diretta contro l’epatite C ho mandato lettere di chiarimenti sulla posizione per i pazienti confetti sia al Direttore Generale dell’Aifa, al segretario dell’Aisf. La risposta è stata che le risorse sono quelle che sono e bisogna trattare per priorità clinica. Ho chiesto l’aiuto dell’associazione dei pazienti, Epac, che ho visto si sta battendo per chiedere a partire dal 1 Giugno 2016, di consentire l’accesso ai farmaci innovativi per l’epatite C a tutti i pazienti eleggibili, con priorità di accesso regolamentate da linee guida basate sull’urgenza clinica e sociale, elaborate da società scientifiche e associazioni di pazienti, insieme ad Aifa.

Quando ci sono gli epatocarcinomi cosa si può fare?
Prima bisogna trattare il tumore ed avere una risposta completa alle terapie selettive e loco-regionali secondo le linee guida. Solo in questo caso si può iniziare un trattamento con i farmaci antivirali ad azione diretta. Questo succede solo per non sprecare farmaci, non perché non si possa trattare il paziente. Nell’intenzione di chi ha stilato le linee di indirizzo per l’uso in Italia degli antivirali ad azione diretta, usare i farmaci antivirali se il paziente ha un epatocarcinoma che non ha una risposta completa è infatti uno spreco di risorse in un contesto dove queste sono scarse.

 

Non ci sono altre soluzioni, per esempio il trapianto?
I pazienti coinfetti con epatocarcinoma che ho avuto, sono tutti già morti. Questo perché non fanno in tempo ad essere trapiantati. E’ difficile riuscire a trapiantare i pazienti cirrotici con e senza epatocarcinoma coinfetti. Non sono tanti i centri trapianti che fanno trapianti in persone con Hiv. Tutti i pazienti coinfetti che ho messo in lista non ce l'hanno fatta. Dai centri, prima rispondono che è troppo presto per l’inserimento in lista, ma poi quando la malattia è troppo avanzata, non fanno in tempo ad arrivare al trapianto.
 
Si parla di andare in India per avere le terapie in modo più rapide, che ne pensa?
Aspetterei a seguire questa corrente indiana, lavorerei a livello politico. Bisogna abbassare il più possibile i prezzi dei farmaci e su questi a livello governativo ci stanno lavorando. Se la Lorenzin mantiene le promesse la situazione dovrebbe sbloccarsi.