paese che invecchiaL’Italia, con i suoi oltre sessanta milioni di abitanti, è un paese che sta invecchiando rapidamente e che continuerà ad invecchiare, un fenomeno che non riuscirà ad essere compensato nemmeno dal rinnovamento demografico portato dall’immigrazione. 

Nel corso del "1st Geriatric Summit" svoltosi a Roma il Professor Antonio Cherubini, geriatra dell’IRCCS-INRCA di Ancona, ha spiegato come la struttura demografica della nostra società, tradizionalmente rappresentabile da una piramide (in basso le fasce di bambini e giovani, in alto gli anziani) da circa vent’anni, abbia assunto in Italia una forma a “botte”: ossia le fasce d’età più numerose sono divenute quelle intermedie tra i quaranta ed i sessant’anni con un’età media arrivata ai 44,7 anni ed un numero di nascite che dal 1947 si è praticamente dimezzato.

grafico popolazione

Le attese di vita degli italiani/e, nel 2016, erano di 80,6 anni per gli uomini e di 85,1 per le donne e si prevede che nel 2065 possano giungere rispettivamente a 86,1 e a 90,2. Il picco d’invecchiamento è previsto per il 2050 quando più di una persona su tre avrà oltre sessantacinque anni.

Per quanto riguarda la popolazione con HIV i dati riportati dal prof. Cherubini, ottenuti analizzando corti e studi europei e statunitensi relativi a oltre 88mila pazienti in ART, mostrano come, tra il 1996 e il 2010, le attese di vita siano aumentate di nove volte negli uomini e di dieci volte nelle donne. Tali aspettative restano più basse rispetto alla popolazione generale di circa una decina di anni ma si tratta pur sempre di un successo enorme. Questo miglioramento va attribuito all’avvento dei nuovi farmaci, alla loro minore tossicità, al conseguente miglioramento dell’aderenza alle terapie, alla migliore gestione delle comorbidità.

Fino agli inizi del 900 l’aspettativa di vita generale –ha detto nell'ambito dello stesso convegno il Professor Andrea Cossarizza, ordinario di patologia generale dell’Università di Modena e Reggio Emilia- non superava i 40/45 anni oggi siamo agli 80/85. Abbiamo guadagnato dunque tanti anni di vita, anni di vita in buona salute grazie all’evoluzione della medicina, dei sistemi sanitari, dei farmaci, alla scoperta dei vaccini. Il nostro sistema immunitario è chiamato a svolgere tuttavia compiti non previsti dalla nostra biologia e con l’avanzare dell’età tutte le risposte immunitarie, gradualmente, subiscono dei danni. Tra le persone HIV positive e quelle HIV negative i determinati dell’aging sono simili ma per le persone con HIV lo stress immunitario subito, le eventuali comorbidità, gli stati infiammatori subentrati possono produrre un’accelerazione dei fenomeni di immunosenescenza.

Tuttavia, ha aggiunto Cossarizza, un’analisi di circa 9mila pazienti delle corti del nord Italia, che assumono con successo la Terapia ART, ha evidenziato attese di vita che arrivano fino a tre in meno di quelle della popolazione generale. Molto diversa ovviamente la situazione tra chi non è in terapia.

Anche il dottor Davide De Francesco, UCL, Institute for Global Health di Londra, ha parlato dei grandi cambiamenti intervenuti nella dinamica demografica della popolazione con HIV: se nel 2010 l’età media di questa fascia di popolazione era di 44 anni, con un 28% di persone con più i 50 anni, nel 2030 si prevede che l’età media possa salire a 57 anni con un 73% di persone con più di 50 anni.

 

Giovanni Guaraldi 2

Il Professor Giovanni Guaraldi , infettivologo della Clinica metabolica dell’Università di Modena e Reggio Emilia, è stato tra i promotori e animatori del "1st geriatric HIV Medicine Summit" ed è tra i maggiori studiosi dei fenomeni dell’invecchiamento in HIV.

Professore, perché questo convegno? Quali obiettivi ha tracciato?

Il "1st Geriatric HIV Medicine Summit" è stato, un’alba un inizio. L’intento è affrontare una nuova branca della medicina, quella di una medicina geriatrica che si possa occupare delle persone con HIV che invecchiano. Non si tratta di un fatto ovvio visto che, come hanno detto tante persone con HIV durante questo convegno, si sta aprendo uno scenario nuovo: ci sono persone che al momento della diagnosi non si sarebbero mai aspettate di entrare nell’età geriatrica, persone cui erano stati diagnosticati sei mesi di vita, poi cinque anni, poi dieci... e che invece hanno poi conquistato nuove prospettive, compresa quella di poter invecchiare. Dal punto di vista clinico la complessità dell’aging, che disegna traiettorie diverse per ciascuno di noi, diventa ancora più complessa nel paziente che vive con HIV in quanto introduce meccanismi biologici, comportamentali, di stili di vita che rendono questa traiettoria ancora più imprevedibile.

Quando e come comincia ad invecchiare una persona con HIV? Cosa ci dicono in proposito la ricerca e la medicina?

L’età anagrafica non è sufficiente a disegnare un profilo di salute e non lo è nemmeno il numero di anni trascorsi con l’infezione da HIV. In questo convegno, per la prima volta, abbiano voluto creare una “faculty “ tra infettivologi e geriatri per capire quali siano gli strumenti per leggere i vari diversi rischi cui è esposta la popolazione anziana con HIV e per stratificare dei sottogruppi delle varie vulnerabilità, perché diversi profili richiedono anche interventi, farmacologici e non, differenziati. Abbiamo così toccato vari aspetti metodologici di valutazione, clinici e di ricerca per capire cosa si possa prendere in prestito dalla medicina geriatrica così da poterla applicare alla popolazione con HIV. Si tratta di valutare nuovi obiettivi di trattamento sia stimolando le case farmaceutiche a nuovi trials clinici specificamente condotti sulla popolazione geriatrica con infezione da HIV, sia di pensare a modelli che vadano al di là della sola valutazione viro-immunologica.

Il tema dell’invecchiamento sembra suscitare molta ansia tra le persone con HIV. Grazie alle terapie si sono aperte nuove prospettive di vita, ma quale qualità della vita ci si può attendere?

E’ un tema che durante questo convegno è stato sollevato da molte testimonianze. Sento di poter rassicurare molto le persone con HIV. Ci sono state diverse, interessantissime relazioni durante il summit che hanno dimostrato come l’impatto dei disturbi neurocognitivi in HIV si sia molto ridotto in questi anni in cui lo abbiamo monitorato. E questo non solo perché abbiamo cambiato gli strumenti di valutazione ma, probabilmente, perché abbiamo una nuova generazione di pazienti che invecchia senza aver vissuto le condizioni drammatiche dell’era precedente le ART e anche perché abbiamo avuto successo nella riduzione del fenomeno dell’invecchiamento precoce. Abbiamo dimostrato come le traiettorie di fragilità stiano andando nella direzione giusta. Certo, intorno ai cinquanta anni si manifesta ancora un certo livello di fragilità ma per il 2030 si prevede una forte riduzione della vulnerabilità in questa fascia d’età. I progressi della medicina per l’HIV, l’accesso tempestivo alle terapie, l’evitare bassi livelli di Nadir CD4 e farmaci meno tossici di quelli del passato ci stanno portando a vedere una storia naturale d’invecchiamento più simile a quella della popolazione generale. Tutto questo rimane però legato anche alla variabilità individuale: ogni traiettoria personale va poi valutata dal punto di vista clinico.

Qual è il percorso da fare per migliorare le prospettive di un invecchiamento in salute?

Da questo punto di vista bisogna fare tanta educazione verso i centri clinici, verso i medici che devono saper raccogliere degli "outcome geriatrici" significativi e tanta educazione verso il paziente per prepararlo a diventare vecchio ma senza attribuire a questa condizione caratteristiche negative. Non si tratta necessariamente di strategie ad alto costo. Nel convegno abbiamo dimostrato come la descrizione dell’invecchiamento vada fatta in maniera positiva e non negativa: ciò che descrive la clinica del paziente è la capacità funzionale residua e quindi non il numero delle comorbidità attinenti allo stadio clinico; L’obiettivo di un invecchiamento in salute è valorizzare la capacità della persona con HIV di poter condurre una vita conforme ai propri desideri. E’ ora di smettere di parlare di “malattia” da HIV bisogna piuttosto parlare di “salute” della persona che vive con infezione da HIV. Questo ci sta insegnando la medicina geriatrica ed è quanto dobbiamo applicare anche nell’ambito dell’HIV. Si tratta di intraprendere una rivoluzione culturale, di cominciare a parlare in termini positivi, di cominciare a raccogliere i dati che ci parlino della capacità funzionale del paziente.

Nella sua relazione lei ha posto l’accento proprio sull’importanza dell’ascolto nel rapporto medico-paziente: saper comprendere, cioè, quello che la persona riferisce come problematico e non valutare solo ciò che è oggettivamente problematico. A cosa porta questo nuovo punto di vista?

Uno degli elementi che emerso è stata la necessità di integrare i PROs, Patient Reported outcomes (ndr: una sorta di questionari sullo stato di benessere generale riferito dal paziente senza mediazioni del medico) nell’ambito della valutazione clinica, quindi tutto ciò che deriva dall’esperienza. La medicina geriatrica, inoltre, più di altre branche, sta sperimentando nuove tecnologie che possono permettere l’ascolto del paziente attraverso vari registri comunicativi. Sono state riportate, ad esempio, esperienze di raccolta di informazioni anche attraverso APP installate sui nostri cellulari o tramite rilevatori dell’attività fisica come braccialetti o contapassi. Ecco, queste informazioni si possono integrare con quanto riferito dal paziente attraverso i questionari PROs e con la valutazione clinica, così da avere un approccio sempre più olistico e complessivo che ci aiuti a descrivere lo stato di salute di una persona e non solo lo stato di malattia. Se dovessi riassumere cosa può cambiare nella prospettiva della medicina geriatrica per l’HIV è il saper cominciare a descrivere l’invecchiamento come un fenomeno di salute e il saper raccogliere gli aspetti positivi della salute delle persone che vivono con HIV.

 

attività fisica scarpeLa salute degli anziani/e va valutata, come si è detto, non solo dalla presenza, o meno, di malattie ma anche dalla capacità delle persone di interagire con l’ambiente circostante. Fondamentali per un invecchiamento in salute sono, dunque, le opportunità offerte dalle comunità e dai servizi pubblici, anche in termini di educazione alla salute della popolazione anziana.

Esempi importanti arrivano da una serie di studi e programmi d’intervento nel campo geriatrico che prevedono, tra l'altro, un vasto uso delle nuove tecnologie applicate alla salute (IoMT, Internet of Medical Things). Tra questi lo studio Sprintt condotto presso sedici centri clinici europei, tra i quali l’Università Cattolica di Roma e il progetto InCHIANTI, sostenuto dalla Sanità regionale Toscana. Oltre ad un alto valore sul piano della ricerca, entrambi i programmi mostrano il successo di modelli di prevenzione delle disabilità motorie geriatriche e dei deficit cardiovascolari basati su esami clinci periodicisull’esercizio fisico, sul controllo dell’alimentazione e degli stili di vita, sull’uso delle nuove tecnologie. In particolare, dispositivi “indossabili” o trasportabili come contapassi, cardiofrequenzimetri, App, si sono mostrati in grado di rilevare dati fondamentali per la ricerca sui profili di salute e di migliorare l’aderenza ai programmi di invecchiamento in salute. Risultati interessanti sono arrivati anche dallo “Smart APP Study” condotto dal Dipartimento Scienze Biomediche per la Salute dell’Università di Milano e dall’Ospedale San Raffaele su un gruppo di persone in ART. Il programma ha confermato  gli effetti benefici che l’attività fisica, sia aerobica sia di potenziamento muscolare, può avere sul benessere generale ma ha anche confermato come l’uso di nuovi strumenti tecnologici possa migliorare l’aderenza a stili di vita più sani. In sole dodici settimane, che prevedevano varie attività guidate, si sono osservati significativi miglioramenti dei parametri muscolari e cardiovascolari, una riduzione del colesterolo, una riduzione dei marcatori infiammatori, una riduzione della massa grassa, un miglioramento dell’umore. L’utilizzo di un’App specifica ha favorito, nel gruppo che l’ha utilizzata, la continuità dei programmi di allenamento, con risultati migliori rispetto a chi ha ricevuto un tradizionale programma cartaceo. Specificamente rivolto alla popolazione anziana con HIV è anche “My Smart Age with HIV”, attivato presso la Clinica Metabolica di Modena che prevede un modello d’assistenza multidisciplinare, arricchito di nuove professionalità e nuove tecnologie tramite smartphone o strumenti di tracciamento fitness. Prevista, in particolare, la figura dell’”Health Coach”, un operatore che cura l’empowerment della persona nel cambiamento dei propri stili di vita o il Data Manager, in grado di elaborare i dati raccolti attraverso i nuovi strumenti tecnologici.

Citiamo, infine, uno studio condotto dall'Università del Colorado,, presentato in occasione dell’ultima, recente sessione di CROI 2018. L’indagine era volta a valutare gli effetti dell’attività fisica su ventotto pazienti con HIV tra i cinquanta e i sessantacinque anni, posti a confronto con trentuno pari età HIV negativi. Tutte le persone arruolate avevano in origine uno stile di vita sedentario o poco attivo. L’avvio di programmi di attività fisica moderata ha mostrato un impatto positivo nel contrasto al deterioramento fisico in entrambi i gruppi. Il passaggio a un programma fisico più intenso ha, invece, dimostrato un migliore recupero delle funzioni fisiche nei pazienti HIV positivi rispetto al gruppo di controllo.

benessere psico fisicoIl tema delle barriere e/o delle risorse ambientali, sociali, comportamentali che possono influire sullo stato di salute dei/delle pazienti in età geriatrica, mostra una rilevanza sempre maggiore nei percorsi di trattamento e cura. Ma come valutare questi fattori? Come dare loro una rilevanza scientifica che possa integrare la diagnosi strettamente clinica? Nel suo intervento al convegno dello scorso febbraio, dedicato ad HIV e Geriatria, la la Professoressa Antonella Cingolani, infettivologia dell’Università Cattolica di Roma, ha illustrato le potenzialità del PROs, Patient Reported Outcomes, uno strumento, una sorta di questionario, che permette una visione di ogni aspetto dello stato di salute del/della paziente così come arriva dalla persona stessa, senza interpretazioni da parte di medici o altre figure. Si basa sul concetto che lo stato di salute non si configuri come una mera assenza di malattie ma come uno stato complesso di benessere fisico, mentale e sociale che può essere riferito e auto-valutato dal paziente. Oltre a permettere un approccio personalizzato alla cura, le analisi dei PROs possono dunque restituire alle autorità di salute pubblica indicatori fondamentali per orientare i servizi e l’assistenza alle persone con HIV in aging. “Ci troviamo di fronte ad un quadro nuovo anche dal punto di vista sociale, le persone si trovano a gestire un futuro che non pensavano di poter vivere” ha spiegato Cingolani citando lo studio: “We never expected this to happen”, non ci saremmo mai aspettati che questo potesse accadere.

Si tratta di una ricerca condotta a Londra attraverso una raccolta di biografie tra uomini omosessuali con HIV tra i cinquanta e i settantotto anni, volta ad esplorare le condizioni che ne permettono o meno un “invecchiamento di successo”. La differenza di esperienze tra chi considera l'invecchiamento un’opportunità per continuare a progredire verso i propri obiettivi di vita e chi, invece, lo vive come una condizione di ulteriore marginalità, risulta legata, più che all’età, agli svantaggi sociali subiti a causa dell’HIV nell’arco della propria vita: dalle carriere interrotte all’isolamento sociale e familiare. Lo studio esplora anche la possibilità di costruire percorsi, reti e comunità di sostegno per le persone anziane con HIV.

Cingolani ha citato altri studi che indagano su questi aspetti con il metodo del PROs. Tra questi un survey del 2011 del centro OMS per lo studio della qualità della vita, condotto in diversi paesi, dal quale emerge come l'inclusione sociale aumenti la percezione della salute fisica attraverso sentimenti positivi. Questo non dipende sempre dall’età, anzi, talvolta le persone con HIV più giovani riferiscono una qualità della vita peggiore di quelle più anziane.

Conclusioni simili arrivano anche dallo studio britannico ASTRA che mostra come, con il progredire dell'età, tra le persone con HIV aumentino i problemi funzionali ma diminuiscano ansia e depressione. Secondo lo stesso studio a correlarsi con un peggior stato di salute mentale è, inoltre, più il tempo trascorso con l’infezione da HIV, e dunque con tutti i problemi ambientali connessi, che non l’età cronologica in sé.

Si è chiesta, dunque, Cingolani, cosa influisce sull’Invecchiare bene? Studi condotti negli Stati Uniti nell’ambito della psichiatria e della neuroscienza mostrano come la resilienza contrapposta alla depressione sia un fattore fondamentale per un invecchiamento di successo, almeno al pari della salute fisica. Al contrario, la solitudine, l’isolamento sociale e lo stigma sono fattori che nelle persone con HIV si correlano a un invecchiamento negativo. Già nel 2010, uno studio su una corte di circa mille tra uomini e donne con HIV di New York, di età superiore ai cinquant’anni, dimostrava come oltre il 39% dei partecipanti manifestasse sintomi di depressione severa, legata per quasi la metà dei casi allo stigma, alla solitudine, a una minore performance cognitiva, a livelli ridotti di energia. Al contrario, contrastare lo stigma e la solitudine legati all'HIV, può avere effetti duraturi nel ridurre i sintomi depressivi maggiori e migliorare la salute percepita. Un recente studio olandese del gennaio 2018 ha comparato la qualità della vita delle persone con HIV a quella di altri gruppi di popolazione affetta da patologie croniche (diabete 1 e 2 e artrite reumatoide): Ne emerge un livello di salute fisica simile o superiore a quello degli altri gruppi ma un livello di salute mentale più basso, il che conferma come questo aspetto debba divenire parte integrante della percorso di presa in carico del/della paziente con HIV.

Oltre alla depressione, altri due fattori si correlano a un più basso stato della qualità della vita: le comorbidità e l’abuso di sostanze, come evidenzia questo studio USA del 2017Si correlano, invece, positivamente con la qualità della vita in età avanzata la disponibilità di “care giving”, il supporto sociale, la rete relazionale delle community. Sono dunque sempre più importanti per affrontare l’aging in HIV l’approccio multidisciplinare e la capacità di intervenire, non solo sulle vulnerabilità, ma anche sui livelli di protezione clinica e sociale.

Il tema del nuovo scenario costituito dall’invecchiamento in HIV è stato affrontato nel corso del convegno da diversi rappresentanti delle community da Giusi Giupponi della LILA che ha confermato come le persone con HIV, dopo aver guadagnato anni di vita inaspettati, si trovino di fronte ad uno scenario inedito: la possibilità di invecchiare con tutte le potenzialità ma anche le incognite del caso. Anche Giulio Corbelli, Plus, ha rilevato come le persone con HIV guardino con sorpresa ma anche con ansia al proprio invecchiamento: “È fondamentale –ha detto- che gli aspetti del benessere psico-fisico siano considerati al pari di altri misuratori di salute”.

Simone Marcotullio di Nadir Onlus, nella sua relazione, ha riferito gli esiti di alcuni survey internazionali dai quali emerge come le persone con HIV, generalmente, si aspettino di vivere meno della popolazione generale mostrando una percezione delle attese di vita peggiore di quanto non sia in realtà. Questo ha comportato un minor investimento sul proprio futuro. Tra le conseguenze pratiche, ad esempio, il fatto che ci si sia preoccupati meno della propria stabilità finanziaria (pensione, mutui, risparmio) o della prevenzione per un buon invecchiamento. Per Marcotullio sarebbe dunque interessante lavorare alla creazione di un nuovo contesto socio-culturale che possa favorire un buon invecchiamento in HIV: approccio personalizzato alla cura della persona basato sull’ascolto, valorizzazione delle reti di relazioni, assunzione pubblica del tema della “solitudine” alcuni degli spunti di riflessione indicati.

 

signore biciIl grande punto di domanda, che riguarda tutta la popolazione in via d’invecchiamento, con o senza HIV, è: questi anni di vita “guadagnati” saranno o no, anni di buona qualità della vita?

Per l’Italia lo scenario mostra segnali contrastanti. Il nostro paese è, infatti, uno dei più longevi con un’attesa di vita più alta dell’1% rispetto alla media europea. Qualità della vita e stato generale di salute e benessere sono invece più bassi rispetto alla media del vecchio continente, soprattutto tra gli ultraottantenni e soprattutto tra le donne. Riportiamo solo un dato, quello concernente le affezioni motorie: in Italia ne soffre il 23,1% degli anziani e delle anziane, il 2% in più del resto d’Europa.

Tra le possibili cause di questa fragilità italiana ci sono innanzitutto alcuni fattori socio-ambientali: ad esempio la maggiore vulnerabilità sociale delle donne, le forti carenze della sanità extra-ospedaliera, una qualità della vita generalmente più bassa, condizionata anche da una più diffusa condizione di povertà, fattori tanto più significativi per persone con patologie croniche e/o che subiscono isolamento e stigma sociale come quelle con infezione da HIV.

Il livello d’integrazione sociale, l’organizzazione sanitaria, la qualità dei servizi di prevenzione e cura sono dunque elementi fondamentali per poter fruire di un invecchiamento in salute. La stessa OMS definisce l’aspettativa di vita attiva e in salute, ossia libera da disabilità , non come assenza di patologie ma come capacità di far fronte alla vita quotidiana con un buon livello di autonomia e di qualità della vita. L’OMS ha creato per questo uno specifico “misuratore”, l’indice HLY, Healty Life Years, che misura gli anni di vita trascorsi in salute. L’Unione Europea si è posta l’obiettivo di aumentare di due anni, entro il 2020, il livello di HLY. Al momento gli uomini europei hanno un’aspettativa di vita in salute pari al 79% della loro intera vita mentre per le donne la stessa percentuale scende al 74% nonostante vivano in media più a lungo, un dato che riflette, come già detto, una condizione sociale decisamente più svantaggiata della popolazione femminile. Tra i paesi dell’Unione si riscontrano ovviamente livelli molto differenti.

Come si misurano la fragilità delle persone e le loro “traiettorie” d’invecchiamento? Ne ha parlato nella sua relazione il dott Davide De Francesco, UCL, Insititute for Global Helath di Londra,  presentando un possibile modello dell’evoluzione geriatrica della popolazione con HIV nel 2030.

L’età anagrafica non è un indice adeguato a descrivere lo stato di salute -ha spiegato- poiché non tutte le persone alla stessa età sperimentano le stesse condizioni di benessere o di patologie. Il termine fragilità (frailty) dunque si riferisce all’età biologica più che cronologica. Per “misurarla” esistono diversi indici (FI, Frailty index) che vanno a quantificare il rischio di eventi avversi basati sull’accumulo di deficit della salute. Soddisfacente si è rivelato l’indice elaborato dalla Clinica Metabolica di Modena, specifico per i/le pazienti con HIV, che misura la percentuale di vulnerabilità correlate all’età su un elenco di 37 (perdita di peso e di massa muscolare, debolezza, difficoltà motorie, limitazioni sensoriali ecc) e la multimorbidità ossia la presenza di tre o più patologie su un elenco di nove (ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari, colesterolo, malattia polmonare ostruttiva cronica, malattia renale cronica, fratture, cirrosi, cancro).

Le proiezioni svolte sulla corte della clinica metabolica di Modena stimano che per il 2030 il 38% dei pazienti con HIV avrà più di sessantacinque anni (dal 4% del 2015) e che con l’età, come avviene per tutta la popolazione generale, aumenteranno anche fragilità e multimorbidità con percentuali del 30%. Si va dunque delineando, senz’altro, uno scenario di HIV geriatrico. Tuttavia il modello prevede anche che l’indice di fragilità si vada comprimendo sempre più verso le fasce d’età avanzate avvicinando l’esordio delle patologie correlate all’età, ai livelli della popolazione generale. Secondo tale modello dunque, se nel 2015 l’indice di rischio di sviluppare fragilità tra i cinquantenni con HIV era del 26%, nel 2030 tale indice scenderà al 6,5% per alzarsi invece intorno ai settantacinque o più anni.

Tra i fattori che contribuiscono a questo fenomeno, ossia alla progressiva normalizzazione dell’esordio delle patologie geriatriche nella popolazione con HIV, De Francesco ha indicato: il tempo trascorso senza infezione da HIV ma, soprattutto, il mantenimento e il recupero di un buon livello di CD4 e la tempestività nell’inizio delle terapie ART. Queste evidenze dimostrano inoltre la necessità di un approccio multidisciplinare e olistico nella cura e nell’assistenza dell’HIV mutuabile dalla medicina geriatrica.

Altro modello volto a misurare l’età biologica di un individuo è “l’Intrinsec Capacity”, evoluzione del concetto di frality. Ne ha parlato nella sua relazione il prof. Matteo Cesari, geriatra, Policlinico di Milano, secondo il quale definire la fragilità è complesso (ne esistono ben sessantasette strumenti descrittivi) e può sbilanciare la descrizione dello stato delle persone tutta verso fattori biologici. La fragilità può essere invece intesa come uno stato dinamico: nonostante alcuni deficit dovuti all’invecchiamento, la persona può rimanere padrona delle proprie funzionalità e/o recuperarne alcune. E’ dunque importante valutare le capacità intrinseche residue di un individuo e non solo quelle perse.

Il modello dell’Intrinsec Capacity è, appunto, un modello che descrive e valorizza il combinato delle capacità fisiche e mentali di cui si è in possesso ma anche le condizioni ambientali che possono favorire, o sfavorire, un invecchiamento in salute. Si tratta di un punto di vista che permette interventi personalizzati, più centrati sulla persona e sulla prevenzione piuttosto che sulla malattia e sulla cura. 

intrinsec capacity

Anche per Giovanni Guaraldi, infettivologo e ricercatore dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena e Reggio Emilia è necessario applicare nuovi paradigmi alla medicina geriatrica per l’HIV. Innanzitutto bisogna cominciare a riconoscere e a descrivere le sindromi geriatriche e la fragilità nei pazienti con HIV e non solo le comorbidità. E’ importante anche perché le sindromi geriatriche e la fragilità, assieme alle multimorbidità, sono fattori predittivi dello sviluppo di disabilità e, generalmente, nelle persone con HIV sono più frequenti rispetto alla popolazione generale. Le sindromi geriatriche non sempre si diagnosticano ma vengono riferite, si evincono ascoltando il/la paziente e osservandone alcune funzioni (equilibrio, forza fisica, vitalità, velocità nel camminare, vista e udito, benessere psicologico, funzionalità intestinale, incontinenza, capacità cognitive) e sono fondamentali per tracciarne la traiettoria d’invecchiamento. Talvolta per la persona taluni deficit “geriatrici” possono essere più “invalidanti” di una malattia vera e propria e, dunque, occorre valutare come e se possano essere ridotti. Un secondo nuovo paradigma richiede di passare dalla valutazione dello stato patologico legato all’HIV alla descrizione dello stato di salute del paziente con HIV e quindi dal concetto di fragilità a quello di “intrinsec capacity”: l’invecchiamento in salute dovrebbe cioè essere descritto come un valore positivo, caratterizzato e guidato dalle nostre capacità residue. In questo contesto sarebbe dunque più corretto considerare l’HIV una componente della fragilità o della multimorbidità legata all’invecchiamento e non solo una fragilità specifica: HIV in frailty e non frailty in HIV.