ciprianiOrmai in pochi sanno che il sistema di sorveglianza in Italia dei casi di Aids è affidato anche ai medici di base e a qualsiasi tipo di sanitario. Per effetto di un decreto ministeriale del lontano 1986, mai abrogato, che all’art 3 richiama l’inserimento della sindrome da immunodeficienza acquisita nella tabella delle malattie (anche sospette) da segnalare per obbligo (tabella istituita da un decreto del 1975 figlio addirittura di una legge del 1934) ogni sanitario dovrebbe obbligatoriamente tramettere informazioni qualora gli si parasse davanti un caso di aids o sospetto tale. 
Abbiamo sentito il parere di un medico di base, il dottor Flavio Cipriani, 35 anni di esperienza in un ambulatorio affollatissimo della provincia di Terni, nel cuore dell’Italia laboriosa e contadina. 
Un’esperienza professionale cominciata nell’81 ed è dunque una di quelle persone che il periodo storico della pandemia da Hiv-Aids se lo è visto scorrere tutto nelle sue stanze.
Dottor Cipriani, sa che avrebbe l’obbligo di trasmettere ancora dati di sospetti casi di aids?
“Per la verità applicare la legge sulla sorveglianza è questione molto complessa, anche perché ci sono molti ostacoli nuovi tra cui la legge sulla privacy. Detto questo non mi capita mai, né mi è mai capitato di segnalare un caso di Aids. Se ho un sospetto di questo tipo cerco di inviare il mio paziente ad un centro di malattie infettive, poi dovrebbero pensarci loro. 
La lista delle malattie da segnalare per legge è molto lunga, specie tra quelle a trasmissione sessuale, i medici di base oberati di lavoro, il sistema di trasmissione non sempre semplicissimo. Confidiamo nella digitalizzazione che sicuramente sta migliorando la sorveglianza sanitaria.
Quanti casi di Aids ha visto nella sua carriera?
Direi certamente una cinquantina e non ho mai fatto segnalazioni.
Cosa ci dice della somministrazione del test? Qual’è la percentuale di ricorso al test sul numero dei suoi pazienti?

“Guardi, mi capita di proporre il test hiv non più di 5, al massimo 7 volte all’anno e solo quando verifico casi di un importante deficit immunitario.

Nel mio studio seguo ben 1300 pazienti e non mi capita frequentemente di invitare a fare il test hiv. Un po’ perché viviamo certamente un’epoca molto diversa dagli anni bui quando il grande impatto della malattia, specie in Umbria, venne dalle tossicodipendenze. Un po’ perché il ricorso al test non passa più solo dal medico di base, altre sono le politiche e altri sono i canali di diagnosi.
Tra i miei assistiti ci sono una decina di persone che vivono con hiv. Ma chissà quante altre ce ne sono di cui non conosco lo stato sierologico. La posizione del medico di base è molto cambiata in questi anni sulle malattie sessualmente trasmesse. Non è detto che tutti raccontino lo stato sierologico al proprio medico di base.”
 

LA FONTE UFFICIALE: IL BOLLETTINO DEL COA
A questo link è possibile scaricare il bollettino ufficiale stilato annualmente dal Centro Operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità, fonte di tutte le informazioni di cui parliamo in quest’inchiesta.
Basta leggere a fondo le note per comprendere che il rilevamento statistico presenta molti punti critici.
http://www.iss.it/ccoa/?lang=1&id=2&tipo=5