MARIA CARLA RENel laboratorio Retrovirus dell’Università di Bologna la professoressa Maria Carla Re, microbiologa, dirige un progetto di ricerca dai risultati interessantissimi: analizzando i campioni di sangue positivi all'hiv è possibile tracciare uno stato della storia dell’epidemia col test di avidità anticorpale e scoprire così per quanto tempo una persona ha vissuto col virus nel sangue senza saperlo.

 

Con la Professoressa Maria Carla Re ci troviamo d’accordo nel dire che i dati epidemiologici che vengono proposti in Italia non sono molto affidabili e che sarebbe necessario ripensare le modalità di raccolta e di elaborazione degli stessi. La Professoressa Re non è però un’epidemiologa ma Ordinaria di Microbiologia e Virologia dell’Università di Bologna e Responsabile del Laboratorio Retrovirus e agenti infettivi correlati del Dipartimento di medicina Clinica Specialistica ed il motivo della mia visita riguarda un progetto di ricerca diretto da lei diretto e finanziato dalla Regione Emilia-Romagna.

 

Partiamo subito con il dire di che progetto si tratta

Il progetto, partito nel 2013, ha l’obiettivo di verificare quante nuove infezioni vengono registrate in regione e per questo motivo è stato chiesto alle Malattie infettive e ai Laboratori della Regione di inviarci i campioni che per la prima volta risultano positivi. Una volta che il campione arriva nel nostro laboratori noi verifichiamo se gli anticorpi anti Hiv sono di vecchia data o se sono anticorpi recenti. Per poter fare questo viene utilizzato un test di avidità anticorpale partendo dal principio che durante il corso dell’infezione da Hiv, così come in molte altre infezioni virali, l’avidità degli anticorpi (classe IgC) aumenta progressivamente nei mesi successivi all’infezione primaria, per rimanere elevata nelle infezioni croniche. Di conseguenza, lo stabilire il livello di maturazione degli anticorpi, permette di discriminare tra un’infezione recente (inferiore ai 6 mesi) e un’infezione presente da più lungo tempo.

 

Quindi questo progetto ha una rilevanza epidemiologica

Si, ce l’ha ma non solo quella. Il sistema di sorveglianza dell’infezione da Hiv si basa su dati clinici ed immunologici ma non è in grado di fornire dati precisi di incidenza sulle infezioni recenti. La datazione è quindi molto importante sia per scopi epidemiologici, come sottolineavi, ma anche per scopi di prevenzione perché permette di adattare gli interventi di comunicazione, di screening e le misure preventive all’epidemiologia locale, senza però trascurare gli scopi clinici. Tanto è vero che i risultati delle nostre analisi sono restituiti ai centri che ci hanno fornito il campione per le valutazioni che ne possono derivare riguardo alla terapia.

 

Ma oltre a restituire i dati ai Centri che ve li hanno inviati c’è un punto di raccolta che possa analizzarli globalmente?

Certo, i risultati delle nostre analisi vengono inviati in Regione per poter essere analizzati. Nel primo anno di lavoro, ad esempio, su 242 sieri esaminati abbiamo visto che nell’82% dei casi si trattava di infezioni pregresse e nel 18% di infezioni recenti. Inoltre abbiano potuto stabilire che le infezioni pregresse riguardavano nel 76% dei casi maschi e che l’età media era di 41.6 anni. Nelle infezioni recenti la percentuale di maschi è dell’80% e l’età media cala a 39.6 anni.

In base a questi risultati la Regione ha deciso di finanziare il proseguimento dello studio anche per il 2015 prevedendo di intrecciarlo con i dati già disponibili correlandolo ai dati anagrafici, sierologici, virologici e immunologici delle persone coinvolte. E proprio in questi giorni ne stiamo completando la stesura.

Voglio anche aggiungere che, quando i centri ci forniscono tutti i dati richiesti, è possibile determinare se l’infezione è in fase acuta, ossia recentissima.

 

Ma ad esempio, l’orientamento sessuale è un dato che viene rilevato

Noi lo chiediamo nella scheda ma non sempre viene compilato perché ovviamente è un’informazione che il paziente non sempre vuole fornire e chi la compila non vuole essere invadente con domande che potrebbero essere non gradite. Il dato che rileviamo è che la maggior parte sono infezioni trasmesse per via sessuale, anzi, posso dire che non abbiamo visto casi di infezioni avvenute per scambio di siringhe.

 

In Italia, che lei sappia, questo tipo di ricerca con il test dell’avidità viene fatta anche in altre Regioni?

Che io sappia no. Oltre a noi la fa l’Istituto Superiore di Sanità per quanto riguarda il Lazio ed è seguita dalla dott.ssa Barbara Suligoi ma non mi risultano altri studi di questo tipo. Uno dei possibili motivi è che si tratta di un test che non ha il marchio CE e non esiste un test standardizzato. Deve essere fatto home made e lo fa il laboratorio che non lavora solo nella routine ma può impegnare un operatore che due o tre volte a settimana si dedica a questo ed è distolto dal lavoro di routine appunto.

 

Quindi, se capisco ciò che mi dice, il rischio è che, nonostante le potenzialità informative che derivano dal test di avidità non c’è possibilità di renderlo diffuso su tutto il territorio nazionale.

È così. Si tratta di iniziative che rischiano di rimanere isolate anche se, come dicevi, potrebbero dare un contributo ad una lettura più articolata della dinamica epidemiologica di questo virus.

A chiusura della chiacchierata, com’era avvenuto all’inizio, la Professoressa Re ed io ci troviamo nuovamente d’accordo nel sottolineare che a tutt’oggi i dati epidemiologici, sui quali dovrebbero basarsi le politiche di sanità pubblica per contrastare il diffondersi del virus Hiv, sono poco organici e scarsamente utili. “È difficile pensare che cambierà qualche cosa” – dice lei, quasi rassegnata. “È necessario lavorare con determinazione perché ciò accada” – aggiungo io salutandola e ringraziandola per la disponibilità.