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EMILIA ROMAGNA, UN SISTEMA CHE CI PROVA
(dalle regioni)

Erika Massimiliani, referente del “Sistema di sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione da HIV” della Regione Emilia-Romagna, ci racconta gli sforzi fatti nel suo territorio per implementare l’analisi statistica della distribuzione dell’Hiv-Aids. Fermo restando che tutto è determinato da un decreto che ancora richiede il doppio registro Aids e Hiv, che anche qui si sovrappone senza possibilità di intervento, l’Emilia Romagna è di sicuro la regione che ha maggiormente investito e ha ritenuto importante dare uno sguardo serio ai dati. L’aumento dei casi annuali, proprio lì, parla chiaro. Va evidenziato anche il grande sforzo in corso per disporre il test di avidità.

 

Quanti e quali sono i centri clinici o altri centri di notifica da cui raccogliete le segnalazioni delle nuove diagnosi di Hiv/AIDS?

A partire dal 1 gennaio 2009 in Regione Emilia-Romagna è stato istituito il “Sistema di sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione da HIV” in seguito al Decreto Ministeriale “Istituzione del sistema di sorveglianza delle nuove diagnosi di infezioni da HIV” del 31.03.2008, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 175 del 28 luglio 2008. Il sistema registra le nuove diagnosi relative ad adulti e bambini presi in carico dalle strutture specialistiche di assistenza, ovvero da 11 Unità operative o ambulatori di malattie infettive e da 2 Unità operative di pediatria esperte nell’assistenza a bambini HIV. Nello specifico i centri sono: UO M.I. Piacenza, UO M.I. Parma, UO M.I. Reggio Emilia, UO M.I. Modena, UO M.I. Osp. S.Orsola Bologna, Ambulatorio M.I. Osp.Maggiore Bologna, Ambulatorio M.I. Imola c/o UO Med. Generale, UO M.I. Ferrara, UO M.I. Osp. Ravenna, UO M.I. Forlì e Cesena, UO M.I. Rimini; UO Oncoematologia Pediatrica Parma e UO Pediatrica Osp. S.Orsola Bologna.

 

Con quale modalità i centri clinici segnalano al sistema regionale di sorveglianza le nuove diagnosi?

Ad oggi la scheda di segnalazione delle nuove diagnosi di infezione da HIV è informatizzata con un modulo ad hoc all’interno del sistema di Sorveglianza regionale delle Malattie Infettive (SMI), piattaforma web-based che dal 2012 consente la registrazione e trasmissione in tempo reale di tutti gli eventi infettivi segnalati in Emilia-Romagna. Come previsto dal DM, i centri inseriscono ed inviano in Regione i dati HIV in modo anonimizzato; il Servizio Prevenzione Collettiva e Sanità Pubblica della Regione provvede poi annualmente a trasmettere i dati al Centro Operativo AIDS (COA) dell’Istituto Superiore di Sanità che si occupa per conto del Ministero della Salute di raccogliere i dati e di gestire il sistema di sorveglianza HIV a livello nazionale.

 

Il registro delle nuove diagnosi da Hiv tiene conto delle nuove diagnosi contenute nel registro AIDS? In che modo?

No. I due sistemi di sorveglianza sono indipendenti e strutturalmente diversi. La diversa modalità di rilevazione dei dati anagrafici (anonimizzati per HIV, nominativi per AIDS), non permette l’integrazione diretta delle due banche dati. Nonostante ciò, l’infezione e la malattia sono entrambe monitorate e descritte nella reportistica annuale regionale.

 

Quale tipo di test viene utilizzato? In particolare, viene usato il "test di avidità"?

Sì. Il test di avidità, se richiesto dal medico che ha preso in carico il paziente, viene eseguito dal Laboratorio Retrovirus - Centro di Riferimento Regionale per l'AIDS del Policlinico S. Orsola di Bologna e l’esito viene registrato nella scheda del sistema di sorveglianza regionale.

 

Ritiene che il sistema di sorveglianza sia migliorabile? In che modo?

Il sistema di sorveglianza è già stato migliorato nel corso degli ultimi anni: esso contiene infatti diverse informazioni non richieste dal DM, integrate in collaborazione con la Commissione regionale consultiva tecnico-scientifica per la promozione di interventi per la prevenzione e la lotta contro l'aids e le Associazioni di volontariato. Tali informazioni sono: provincia di domicilio, cittadinanza, informazioni sui test negativi precedenti alla diagnosi, specifiche sulla profilassi in caso di modalità di trasmissione verticale e sulla motivazione di esecuzione del test. Rimane invece non integrata l’informazione sulla diagnosi di AIDS (registrata come sì/no e data di diagnosi), ritenuta ad oggi informazione facoltativa. Ulteriori informazioni che potrebbero essere introdotte sono quelle relative allo stato di salute del paziente, sempre al momento della diagnosi, quali ad esempio eventuali coinfezioni tipo epatiti virali, tubercolosi, ecc.

 

Negli ultimi anni sono stati realizzati progetti di miglioramento del sistema di sorveglianza?

Sì, oltre alle informazioni aggiuntive introdotte sulla scheda di segnalazione e citate nella risposta precedente, un ulteriore miglioramento attuato è stato quello di rendere tempestiva la notifica utilizzando il sistema web-based SMI. All’inizio dell’istituzione del sistema di sorveglianza la notifica avveniva per via cartacea con notevoli ritardi nella trasmissione delle schede, nella loro informatizzazione e conseguentemente nella disponibilità di dati completi e aggiornati.

Un prossimo progetto a cui la Regione sta già lavorando è quello di implementare un flusso ad hoc che raccolga prospetticamente, in modo omogeneo e strutturato nel tempo, tutte le informazioni cliniche, di laboratorio e riguardanti la terapia relative ai pazienti affetti da HIV (ad oggi disponibili solo a livello aziendale), al fine di poter effettuare analisi epidemiologiche longitudinali a livello centrale sul monitoraggio delle terapie e sulla somministrazione di farmaci. Tale flusso sarà un valido strumento che consentirà di calcolare il numero di pazienti affetti da HIV in cura (i cosiddetti casi prevalenti ad oggi non quantificabili) e permetterà di monitorare le cure e quantificare i costi di gestione.

CREEREMO IL BOLLETTINO DELLA CAMPANIA
(dalle regioni)

Guglielmo Borgia, dal 1996 direttore del reparto Malattie Infettive dell'Ospedale Policlinico Federico II di Napoli, è dal 2011 responsabile scientifico del Centro di Riferimento Aids della regione Campania. Ricorda che la regione - che ha registrato 179 nuove infezioni nel 2014 e 193 nel 2013, sta investendo nell’offerta “attiva” dei test alcuni gruppi di persone: donne incinte, tossicodipendenti e persone con tumori. Tuttavia i risultati positivi dei test somministrati in ospedali periferici non vengono automaticamente registrati nel sistema di sorveglianza regionale. E non ha competenze in materia di registro Aids.

 

Come vengono registrate le nuove diagnosi di Hiv in Campania?Come responsabile scientifico del centro di riferimento Aids della regione Campania, raccolgo ogni tre mesi i dati da tutti i centri clinici regionali - i cinque dipartimenti di malattie infettive degli ospedali di Avellino, Benevento, Caserta, Napoli, Salerno - e poi li trasmetto al Centro Operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità, tramite il programma informatico che ci ha dato l’Iss. I dati del 2015 li ho mandati i primi di maggio e sono sotto revisione.

 

In che modo gli ospedali segnalano all’Osservatorio?C’è un responsabile della sorveglianza per ogni ospedale che ho fatto nominare con decreto regionale, che raccoglie i dati e me li invia, sia via mail che in formato cartaceo per quanto riguarda il dipartimento del Federico II che dirigo.   Stiamo ampliando l’offerta attiva del test, per alcune categorie di persone come le donne in gravidanza: se una donna partorisce è giusto che faccia il test. Se partorisce in un piccolo ospedale e il test esce positivo, la manderanno a uno dei centro di terzo livello – i cinque ospedali che riferiscono al centro regionale - dove viene fatto lo screening.

 

 Se poi questa donna non va all’ospedale di terzo livello, che succede? Se il test esce positivo, dicono al paziente di rivolgersi al centro di terzo livello. Se poi non ci va, non possono mica costringerlo.

 

Voi tenete conto del numero dei test somministrati a livello regionale? No. Bisognerebbe chiedere ai laboratori per quello.

 

Fate un report regionale annuale?I dati sono tutti sul bollettino nazionale, ma quest’anno voglio fare anche il bollettino della Campania.

 

Come integrate il sistema di sorveglianza Hiv con il registro Aids?

Io non mi occupo del registro Aids.

 

Chi se ne occupa?Non lo so.

 

Può essere migliorato il sistema di sorveglianza? Si credo che si possa fare un sistema più capillare, come abbiamo iniziato a fare con l’offerta attiva del test: abbiamo individuato alcuni gruppi a livello regionale, cui viene offerto il test attivamente: donne in gravidanza, tossicodipendenti, persone che hanno patologie come linfomi, figli di donne sieropositive. > 

BARBARA SULIGOI: IL SISTEMA PERDE DATI "SERVE UNA NUOVA LEGGE"
(politica e dintorni)

“Da sei anni sto chiedendo al ministero l'unificazione dei sistemi di sorveglianza di Hiv e Aids, attualmente separati”: lo afferma Barbara Suligoi, ginecologa, dal 2004 direttrice del Centro Operativo Aids (COA) dell’Istituto Superiore di Sanità e a capo dei due sistemi di sorveglianza. “La coesistenza di due distinti registri per l’Hiv e per l’Aids determina una perdita di dati sull’infezione, che potrebbe arrivare al 10% - afferma Barbara Suligoi (ma la docente di biostatistica Carla Rossi in quest’inchiesta, si chiede su che dati possa affermarlo)- perché se si scopre di avere l'Hiv quando si è già in Aids, i casi spesso vengono registrati solo in uno dei due sistemi”. Per questo l'unificazione è una priorità per l’Istituto: “Ma per cambiare serve una nuova legge”. Il tutto mentre l’Europa considera in nostri dati lacunosi e non proprio attendibili. E c’è un "problema cronico” proprio con la regione Lazio.

 

Dottoressa Suligoi oggi esistono due sistemi per la raccolta dati sull’Hiv in Italia, il registro Aids e il sistema di sorveglianza Hiv. Come si coordinano i due sistemi e perché esistono entrambi, dal momento che la scheda della sorveglianza Hiv indica anche la conta dei CD4 e quindi rileva l’eventuale stato di Aids?

 

La coesistenza dei due sistemi è un motivo storico: la sorveglianza dell’Aids è nata nel 1987 all’inizio dell’epidemia, quindi ha una sua legge secondo cui qualsiasi medico residente nel territorio italiano, quindi anche un medico privato, che viene a contatto con un caso di Aids deve segnalarcelo con una scheda apposita. Successivamente, quando si è visto che la rilevazione dei casi di Aids non era più sufficiente, è stato reso ufficiale il sistema di sorveglianza Hiv. Secondo questo sistema, coloro che lavorano nei centri di malattie infettive raccolgono in una scheda i dati minimi essenziali che riguardano ogni persona che scopre di avere l’Hiv. Le schede vengono mandate all’assessorato regionale - dove c’è un ufficio preposto - e ciascuna regione, annualmente ci manda le informazioni attraverso una piattaforma che abbiamo creato per inserire i dati, così che noi possiamo preparare un bollettino annuale con le informazioni sull’Hiv raccolte nell’ultimo anno e in quelli precedenti. Al registro Aids si è così sommato questo sistema di sorveglianza per l’Hiv, che segue la persona da quando diventa Hiv positiva. Nostro obiettivo e nostra speranza è però di fondere questi sistemi di sorveglianza e averne uno unico dove abbiamo tutte le informazioni sulla stessa persona seguite nel tempo. Con il ministero abbiamo sottolineato l’importanza di un unico registro, ma per farlo è necessario intervenire con un decreto legge. Sono sei anni che sollecito il ministero della Salute sull’importanza di unire i due registri e i due flussi. Il ministero ha accolto questa nostra richiesta e ha cominciato l’iter procedurale per richiedere questa unificazione. Sarà un processo non brevissimo, ma almeno è partito.

 

In circa il 60% dei casi si scopre di avere l’Hiv mentre si è già in Aids. Confrontando il registro Hiv e il registro Aids le nuove segnalazioni coincidono?

 

Non sempre. Il confronto diretto non lo possiamo fare con sicurezza perché mentre la scheda Aids è identificata da nome e cognome del paziente, la scheda Hiv ha un codice alfanumerico, come il codice fiscale. Non potendo fare un confronto diretto riteniamo che ci sia una lieve sovrapposizione delle schede ma anche casi che non vengono notificati all’uno o all’altro registro. Nel senso che quando ci sono queste diagnosi contemporanee di Hiv e di Aids chi segnala all’Aids, non segnala alla sorveglianza Hiv. Il medico di base mi manda la scheda Aids, poi una volta inviato il paziente all’ospedale per farsi seguire, se al centro di malattie infettive si ricordano di fare anche la scheda Hiv, allora riceviamo anche quella, ma volte non se lo ricordano. C’è probabilmente una quota di soggetti che viene segnalata a un registro piuttosto che all’altro. Potrebbe essere un 10% dei casi. Se questo progetto dell’unione dei due registri, che noi fortemente sosteniamo, verrà portato a termine, questo problema non ci sarà più.

 

Dalle nostre ricerche è emerso che da regione a regione i sistemi con il quale vengono segnalati i nuovi casi di Hiv sono molto diversi tra loro, si va da fogli excel inviati via mail, a database sofisticati. Come si garantisce lo stesso livello di accuratezza del dato?

 

Ebbene si, alcune regioni hanno fatto proprio dei protocolli regionali, ben chiari e stabiliti per la sorveglianza Hiv, altre regioni hanno mantenuto una maggiore flessibilità. Alcune si sono organizzate e hanno fatto un sistema informatizzato per la raccolta dei dati, altre no. Non può essere diversamente perché ogni regione è libera di gestire l’operatività del proprio sistema di sorveglianza: noi non possiamo imporre delle pratiche, a meno che non si faccia una nuova legge. Ma sulle informazioni previste dal decreto ministeriale abbiamo un’ottima copertura. A parte la regione Lazio in cui abbiamo un problema cronico di una scheda che non è stata mai aggiornata, tutti gli altri mandano i dati quasi completi. Per quanto riguarda le informazioni contenute nella scheda della sorveglianza Hiv, queste sono state concordate con il garante della privacy, che costrinse noi epidemiologi a ridurre al minimo i dati da raccogliere. Successivamente alcune regioni si sono rese conto che le informazioni erano troppo poche per cui proponemmo una scheda più estesa: a quel punto ogni regione italiana ha deciso autonomamente se aggiungere altre variabili – come il motivo del test - oltre ai dati minimi oppure no. 

 

Riscontrate problemi nell'analisi delle schede che ricevete dalle regioni?La scadenza per la ricezione delle schede, sia per la sorveglianza Hiv, che per il registro Aids oggi è il 30 giugno, perché a dicembre possiamo dare nel bollettino i dati dell'anno precedente. Ma per esempio l'anno scorso a dicembre ci sono state regioni che ci hanno detto che erano arrivate schede dell’anno precedente. Abbiamo detto di conservarle e che avremmo corretto i numeri con il prossimo bollettino. Poi a volte ci arrivano informazioni che capiamo che dobbiamo correggere per evitare di dare dati sbagliati: come 8milioni di Cd4 in una persona, o un bimbo neonato che ha preso l'Hiv per via sessuale. Troviamo i dati più strani.

 

Abbiamo notato delle ripetizioni di dati sulle nuove diagnosi da Hiv di anno in anno da parte di ambulatori o osservatori regionali.Mi sembra veramente strano, anche perché i casi del 2014 devono ancora essere corretti per ritardo di notifica. Penso si tratti di casualità oppure sbagli nel riportare i dati.

 

Le segnalazioni al sistema di sorveglianza oggi vengono fatte dai centri di malattie infettive degli ospedali e non dagli ambulatori di Malattie Sessualmente Trasmesse dove materialmente vengono fatte le diagnosi: non c’è il rischio che alcune persone, magari non volendo accettare la malattia, poi non si presentino, e così si perdano per strada anche i dati sul reale numero di diagnosi?

 

C’è questo rischio. La decisione di avere la segnalazione dei nuovi casi di Hiv dai centri di malattie infettive è stata presa per essere sicuri che la diagnosi sia accurata, perché avevamo visto molte diagnosi di falsi Hiv positivi fatte da laboratori privati, con test non adeguatamente sensibili e senza verifica. C'è un rischio elevato di falsa positività in Hiv con i test di seconda e terza generazione. Ora ci sono quelli di quarta generazione, che sono più precisi, ma comunque va sempre fatta una conferma. Per questo abbiamo scelto che la notifica venisse fatta dai centri di malattie infettive, che ci garantiscono anche dati quali la conta dei Cd4.

 

A Milano c’è un sistema di doppia notifica, fatta dall’ambulatorio Mts e confermata dal reparto malattie infettive. Questa potrebbe essere una soluzione da estendere?

Dovrebbe esserci questo passaggio di informazioni tra il paziente che viene scoperto nelle diverse fasi. Dovrebbe essere così, ma non è ovunque così. Il mio timore è che questo sistema non si possa applicare in tutta Italia, per problemi burocratici e di piattaforme di invio dati. Ad ogni modo, la persona che scopre di avere l’Hiv, prima o poi andrà al centro di malattie infettive, magari non subito, ma ci andrà perché lì avrà anche la terapia. E anche se ci va dopo due anni, gli chiederanno quando ha fatto il primo test. Sulla scheda viene scritta la data del primo test: noi monitoriamo questo intervallo e vediamo che le persone che hanno un intervallo superiore ai 2-3 mesi tra la scoperta del virus e la visita al centro di malattie infettive sono una quota minima e poco rilevante. Non è questo che può costituire un pericolo in termini di monitoraggio dell’epidemia.

 

La situazione delle nuove infezioni da Hiv è diversa se abbiamo 4000 nuove diagnosi l’anno su 10mila test effettuati oppure su 1 milione. Conosciamo il numero dei test effettuati in Italia, almeno nelle strutture pubbliche?No, questo dato non ce l’abbiamo. Noi del Coa abbiamo tentato di prendere contatto con vari enti che potessero fornire questa informazione ma il dato non era disponibile. Non si è riuscito neanche ad avere i dati per alcune regioni, perché avrei anche provato a raccogliere i dati regionali e sommarli. Adesso abbiamo fatto richiesta al ministero di sondare se il flusso di dati proveniente dalle strutture pubbliche sia in grado di fornire questa informazione. Certo, perderemmo tutti i test fatti presso le strutture private e in regime di ricovero, perché lì non c’è la ricetta rossa. E anche tutti i test fatti attraverso altre modalità, tipo il test rapido all’interno di un progetto o per strada in occasione della testing week. Ma recuperare qualcosa sarebbe una buona notizia.

 

Non si potrebbe fare un accordo con le aziende che vendono i test?Ho provato a farlo ma mi hanno detto di no. Ho parlato con Assodiagnostici, la parte di Assobiomedica che si occupa della vendita dei kit dei test. Ho iniziato quattro anni fa, ho speso mesi a preparare un progetto e una scheda di raccolta dati chiedendo di coinvolgere le aziende produttrici, differenziate per tipo di test. Alla fine però Assodiagnostici mi ha detto che questo progetto non si può fare perché alcune aziende hanno detto che non sono disposte a darci i dati. Non mi ha detto neanche quali aziende hanno detto di no.

 

Negli ultimi quattro anni, le nuove infezioni da Hiv rilevate sono circa 4000 ogni anno, nonostante siano cambiati i gruppi definiti vulnerabili, per esempio si sono ridotti i tossicodipendenti. Il dato complessivo rispecchia lo stato dell’infezione oggi?Rispecchia questi quattro anni: attualmente siamo fermi su quella quota. Non si sale ma non si scende. E' vero che i tossicodipendenti sono diminuiti ma con le nuove droghe sembra che si ricominci a fare un uso iniettivo e che si possa ripresentare il problema del buco. Gli andamenti delle malattie sono molto lenti a meno che non ci sia un’esplosione epidemica, un picco. In queste malattie dove c’è una circolazione costante normalmente gli andamenti richiedono almeno un decennio per vedere un trend.

MARIA CARLA RE: IL SANGUE RACCONTA, L’ESPERIENZA DELLO STUDIO SULL’AVIDITA'
(politica e dintorni)

Nel laboratorio Retrovirus dell’Università di Bologna la professoressa Maria Carla Re, microbiologa, dirige un progetto di ricerca dai risultati interessantissimi: analizzando i campioni di sangue positivi all'hiv è possibile tracciare uno stato della storia dell’epidemia col test di avidità anticorpale e scoprire così per quanto tempo una persona ha vissuto col virus nel sangue senza saperlo.

 

Con la Professoressa Maria Carla Re ci troviamo d’accordo nel dire che i dati epidemiologici che vengono proposti in Italia non sono molto affidabili e che sarebbe necessario ripensare le modalità di raccolta e di elaborazione degli stessi. La Professoressa Re non è però un’epidemiologa ma Ordinaria di Microbiologia e Virologia dell’Università di Bologna e Responsabile del Laboratorio Retrovirus e agenti infettivi correlati del Dipartimento di medicina Clinica Specialistica ed il motivo della mia visita riguarda un progetto di ricerca diretto da lei diretto e finanziato dalla Regione Emilia-Romagna.

 

Partiamo subito con il dire di che progetto si tratta

Il progetto, partito nel 2013, ha l’obiettivo di verificare quante nuove infezioni vengono registrate in regione e per questo motivo è stato chiesto alle Malattie infettive e ai Laboratori della Regione di inviarci i campioni che per la prima volta risultano positivi. Una volta che il campione arriva nel nostro laboratori noi verifichiamo se gli anticorpi anti Hiv sono di vecchia data o se sono anticorpi recenti. Per poter fare questo viene utilizzato un test di avidità anticorpale partendo dal principio che durante il corso dell’infezione da Hiv, così come in molte altre infezioni virali, l’avidità degli anticorpi (classe IgC) aumenta progressivamente nei mesi successivi all’infezione primaria, per rimanere elevata nelle infezioni croniche. Di conseguenza, lo stabilire il livello di maturazione degli anticorpi, permette di discriminare tra un’infezione recente (inferiore ai 6 mesi) e un’infezione presente da più lungo tempo.

 

Quindi questo progetto ha una rilevanza epidemiologica

Si, ce l’ha ma non solo quella. Il sistema di sorveglianza dell’infezione da Hiv si basa su dati clinici ed immunologici ma non è in grado di fornire dati precisi di incidenza sulle infezioni recenti. La datazione è quindi molto importante sia per scopi epidemiologici, come sottolineavi, ma anche per scopi di prevenzione perché permette di adattare gli interventi di comunicazione, di screening e le misure preventive all’epidemiologia locale, senza però trascurare gli scopi clinici. Tanto è vero che i risultati delle nostre analisi sono restituiti ai centri che ci hanno fornito il campione per le valutazioni che ne possono derivare riguardo alla terapia.

 

Ma oltre a restituire i dati ai Centri che ve li hanno inviati c’è un punto di raccolta che possa analizzarli globalmente?

Certo, i risultati delle nostre analisi vengono inviati in Regione per poter essere analizzati. Nel primo anno di lavoro, ad esempio, su 242 sieri esaminati abbiamo visto che nell’82% dei casi si trattava di infezioni pregresse e nel 18% di infezioni recenti. Inoltre abbiano potuto stabilire che le infezioni pregresse riguardavano nel 76% dei casi maschi e che l’età media era di 41.6 anni. Nelle infezioni recenti la percentuale di maschi è dell’80% e l’età media cala a 39.6 anni.

In base a questi risultati la Regione ha deciso di finanziare il proseguimento dello studio anche per il 2015 prevedendo di intrecciarlo con i dati già disponibili correlandolo ai dati anagrafici, sierologici, virologici e immunologici delle persone coinvolte. E proprio in questi giorni ne stiamo completando la stesura.

Voglio anche aggiungere che, quando i centri ci forniscono tutti i dati richiesti, è possibile determinare se l’infezione è in fase acuta, ossia recentissima.

 

Ma ad esempio, l’orientamento sessuale è un dato che viene rilevato

Noi lo chiediamo nella scheda ma non sempre viene compilato perché ovviamente è un’informazione che il paziente non sempre vuole fornire e chi la compila non vuole essere invadente con domande che potrebbero essere non gradite. Il dato che rileviamo è che la maggior parte sono infezioni trasmesse per via sessuale, anzi, posso dire che non abbiamo visto casi di infezioni avvenute per scambio di siringhe.

 

In Italia, che lei sappia, questo tipo di ricerca con il test dell’avidità viene fatta anche in altre Regioni?

Che io sappia no. Oltre a noi la fa l’Istituto Superiore di Sanità per quanto riguarda il Lazio ed è seguita dalla dott.ssa Barbara Suligoi ma non mi risultano altri studi di questo tipo. Uno dei possibili motivi è che si tratta di un test che non ha il marchio CE e non esiste un test standardizzato. Deve essere fatto home made e lo fa il laboratorio che non lavora solo nella routine ma può impegnare un operatore che due o tre volte a settimana si dedica a questo ed è distolto dal lavoro di routine appunto.

 

Quindi, se capisco ciò che mi dice, il rischio è che, nonostante le potenzialità informative che derivano dal test di avidità non c’è possibilità di renderlo diffuso su tutto il territorio nazionale.

È così. Si tratta di iniziative che rischiano di rimanere isolate anche se, come dicevi, potrebbero dare un contributo ad una lettura più articolata della dinamica epidemiologica di questo virus.

A chiusura della chiacchierata, com’era avvenuto all’inizio, la Professoressa Re ed io ci troviamo nuovamente d’accordo nel sottolineare che a tutt’oggi i dati epidemiologici, sui quali dovrebbero basarsi le politiche di sanità pubblica per contrastare il diffondersi del virus Hiv, sono poco organici e scarsamente utili. “È difficile pensare che cambierà qualche cosa” – dice lei, quasi rassegnata. “È necessario lavorare con determinazione perché ciò accada” – aggiungo io salutandola e ringraziandola per la disponibilità.

FLAVIO CIPRIANI: L'IMPOSSIBILE NOTIFICA DEL MEDICO DI BASE
(politica e dintorni)
Ormai in pochi sanno che il sistema di sorveglianza in Italia dei casi di Aids è affidato anche ai medici di base e a qualsiasi tipo di sanitario. Per effetto di un decreto ministeriale del lontano 1986, mai abrogato, che all’art 3 richiama l’inserimento della sindrome da immunodeficienza acquisita nella tabella delle malattie (anche sospette) da segnalare per obbligo (tabella istituita da un decreto del 1975 figlio addirittura di una legge del 1934) ogni sanitario dovrebbe obbligatoriamente tramettere informazioni qualora gli si parasse davanti un caso di aids o sospetto tale.  Abbiamo sentito il parere di un medico di base, il dottor Flavio Cipriani, 35 anni di esperienza in un ambulatorio affollatissimo della provincia di Terni, nel cuore dell’Italia laboriosa e contadina.  Un’esperienza professionale cominciata nell’81 ed è dunque una di quelle persone che il periodo storico della pandemia da Hiv-Aids se lo è visto scorrere tutto nelle sue stanze. Dottor Cipriani, sa che avrebbe l’obbligo di trasmettere ancora dati di sospetti casi di aids? “Per la verità applicare la legge sulla sorveglianza è questione molto complessa, anche perché ci sono molti ostacoli nuovi tra cui la legge sulla privacy. Detto questo non mi capita mai, né mi è mai capitato di segnalare un caso di Aids. Se ho un sospetto di questo tipo cerco di inviare il mio paziente ad un centro di malattie infettive, poi dovrebbero pensarci loro.  La lista delle malattie da segnalare per legge è molto lunga, specie tra quelle a trasmissione sessuale, i medici di base oberati di lavoro, il sistema di trasmissione non sempre semplicissimo. Confidiamo nella digitalizzazione che sicuramente sta migliorando la sorveglianza sanitaria.Quanti casi di Aids ha visto nella sua carriera? Direi certamente una cinquantina e non ho mai fatto segnalazioni. Cosa ci dice della somministrazione del test? Qual’è la percentuale di ricorso al test sul numero dei suoi pazienti?

“Guardi, mi capita di proporre il test hiv non più di 5, al massimo 7 volte all’anno e solo quando verifico casi di un importante deficit immunitario.

Nel mio studio seguo ben 1300 pazienti e non mi capita frequentemente di invitare a fare il test hiv. Un po’ perché viviamo certamente un’epoca molto diversa dagli anni bui quando il grande impatto della malattia, specie in Umbria, venne dalle tossicodipendenze. Un po’ perché il ricorso al test non passa più solo dal medico di base, altre sono le politiche e altri sono i canali di diagnosi. Tra i miei assistiti ci sono una decina di persone che vivono con hiv. Ma chissà quante altre ce ne sono di cui non conosco lo stato sierologico. La posizione del medico di base è molto cambiata in questi anni sulle malattie sessualmente trasmesse. Non è detto che tutti raccontino lo stato sierologico al proprio medico di base.”  

LA FONTE UFFICIALE: IL BOLLETTINO DEL COAA questo link è possibile scaricare il bollettino ufficiale stilato annualmente dal Centro Operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità, fonte di tutte le informazioni di cui parliamo in quest’inchiesta.Basta leggere a fondo le note per comprendere che il rilevamento statistico presenta molti punti critici.http://www.iss.it/ccoa/?lang=1&id=2&tipo=5

 

Supporto all’autotest: l’esperienza di LILA Cagliari
(dalle sedi)

Nel gennaio 2017, la LILA accolse l’arrivo dell' autotest acquistabile in farmacia come una novità positiva per favorire l’accesso al test di chi, per vari motivi, non riesce ad accedere ai servizi di diagnosi tradizionali. L’autotest può infatti essere uno strumento in più per contrastare il fenomeno, ancora consistente, dell’inconsapevolezza del proprio stato sierologico. Nel contempo sollevammo però anche una serie di criticità rilevanti sull’utilizzo di questo strumento invitando chi avesse acquistato l’autotest in farmacia e non volesse affrontare in solitudine questo momento, o volesse essere più informato, a chiamarci o a recarsi presso le nostre sedi per fare l’autotest con il nostro aiuto. 

La sede di Lila Cagliari ha risposto a questa esigenza strutturando uno specifico servizio di supporto con un operatore esperto dedicato. Da sevidenziare che si vanno confermando gran parte delle criticità da noi segnalate fin dall’esordio in farmacia di questo prodotto.

Nel corso 2017 sette persone si sono rivolte alla sede Lila Cagliari per questo servizio. L’accesso è limitato dalla volontà di non promuovere l’acquisto del prodotto e di rinviare gli utenti al servizio di testing rapido salivare offerto periodicamente dalla sede. Si tratta di una nostra precisa scelta che tuttavia utilizza questa possibilità come residuale, infatti gli utenti che si rivolgono agli operatori visitando la sede o contattandola per telefono, email o Facebook, vorrebbero poter effettuare immediatamente un test. L’operatore di turno valuta l’esposizione al rischio, lo stato d’animo della persona, la disponibilità dell’utente, prima di proporre una soluzione. L’obiettivo è quello di portare più persone possibili a fare un test, sfruttando l’occasione di contatto con l’utente. Le soluzioni valutate dall’operatore sono al momento tre:

rinviare all’ambulatorio pubblico di riferimento della sede rinviare alla successiva giornata di testing disponibile consigliare l’acquisto dell’auto-test nelle farmacie del quartiere e offrire il supporto in base alla disponibilità dell’operatore della sede.

Si suggerisce l’acquisto dell’autotest nelle farmacie ai soli utenti maggiorenni in caso di esposizione al rischio, se è stato superato il periodo finestra e se non si desidera o non è possibile aspettare la giornata di testing salivare. Si precisa che gli utenti che si sono rivolti alla sede sono tutti maggiorenni, di età compresa tra i 18 e i 30 anni, cittadini italiani e residenti nella regione, anche se non è stato chiesto loro di identificarsi in alcuna misura. Dai colloqui personali è emerso inoltre che tre di loro non avevano sicuramente svolto altri test Hiv in precedenza, tutti si erano esposti in situazioni di rischio con rapporti sessuali non protetti e tre su cinque si sono dichiarati eterosessuali. Il colloquio infatti è semistrutturato e molto discorsivo, non si basa su questionari o altri dati da rilevare utili al servizio.

Il test è di uso personale. L’auto-somministrazione da parte dell’utente è solitamente accompagnata da stati emotivi quali ansia, preoccupazione e paura. L’operatore Lila offre servizi di supporto e di consulenza, pre e post-somministrazione e durante l’attesa per la lettura del risultato. Durante l’esperienza del 2017 è stato infatti possibile offrire questo servizio con un rapporto 1:1. Gli utenti particolarmente agitati vengono invitati a rilassarsi, lasciando momentaneamente la stanza del test, accomodandosi in altre stanze della sede, o all’esterno per fumare, sempre con il dialogo costante con l’operatore che cerca di dare la giusta valenza all’autodiagnosi ma con fermezza ridimensiona le paure e le preoccupazioni che emergono.

In tutte le somministrazioni svolte in sede gli utenti hanno avuto difficoltà a riempire il campione, in quanto il sangue, dopo la prima goccia che deve essere asciugata, non fuoriesce e spesso si cicatrizza con estrema velocità la piccola apertura procurata con il bisturi di sicurezza inserito nel kit. Interpellato il numero di assistenza della casa farmaceutica, il consiglio è stato quello di scaldare le mani per favorire la circolazione del sangue e di non utilizzare altri sistemi al posto del bisturi di sicurezza. Tale bisturi infatti è monouso come tutte le componenti del kit e non più utilizzabile, in nessun modo. Si sottolinea che per ricevere assistenza è stato necessario contattare per tre volte il numero della farmacovigilanza della ditta produttrice.

Nonostante l’apparente contraddizione tra la volontà di agevolare l’accesso al test e la scelta di non pubblicizzare il servizio di supporto all’autotest, è possibile prenotare un appuntamento mediante canale social Facebook (con messaggi privati rivolti alla pagina), email o chiamando al centralino telefonico negli orari di apertura. Il servizio è prenotabile online con un modulo riservato agli operatori che svolgono il servizio di counseling, facendo incontrare la disponibilità dell’operatore con quella dell’utente. Si richiede agli utenti di contattare la sede qualora non siano più interessati al servizio in quanto gli appuntamenti si possono prenotare anche al di fuori del normale orario di apertura della sede, anche nei weekend. Di norma il servizio si svolge in una mezz’ora, l’acquisto del test è a carico dell’utente, il costo consigliato sul mercato è di € 20,00. Alcuni utenti hanno lasciato un’offerta spontanea alla sede. In un’occasione un utente che aveva acquistato il test si è rivolto alla sede dopo averlo eseguito a casa perché non è riuscito a vincere l’attesa dell’appuntamento, programmato per il giorno successivo.

Nel caso l'autotest risulti positivo l’operatore LILA offre un immediato supporto psicologico e rinvia a un ambulatorio pubblico di riferimento al fine di confermare il test con un esame ematico. In caso di ulteriori conferme si rende disponibile a prendere in carico la persona finché ce ne sarà il bisogno. Al momento non sono stati registrati esiti positivi.

 

LILA Milano e LILA Nazionale premiano i giovani creativi e le giovani creative della NABA, la Nuova Accademia di Belle Arti
(dalle sedi)

Lo scorso 9 marzo, presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, si è svolta la proclamazione dei vincitori di un concorso, frutto della stretta collaborazione tra LILA, Fondazione LILA Milano e NABA.

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I NUMERI? POCO ATTENDIBILI l'editoriale di massimo oldrini
(editoriale)

 

Da tempo sollecitiamo le istituzioni italiane ad una maggiore attenzione sui numeri che vengono dati quando si parla di HIV, perché grande ci sembra la confusione e scarse le attenzioni poste a questo tema.

Ad esempio, dalle incongruenze che chiunque può verificare in materia di infezioni da HIV nelle persone che usano sostanze, dove nell’ultima Relazione al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze pubblicata sul sito del Dipartimento Antidroga si legge che nel 2014 sono state 2.852 le persone che sono risultate positive nei centri per la cura delle tossicodipendenze, peccato che nel rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità dello stesso anno si parli del 3,8% delle 3.700 diagnosi di HIV fatte in persone che usano sostanze, e quindi di circa 200 persone.

Così come non ci torna leggere nell’ultimo rapporto OSMED che i farmaci usati per la cura dell’HIV nell’ultimo anno hanno subito un decremento sia in termini di compresse che di costi globali, perché quello che si sente dai clinici in ambito scientifico è che il numero di persone che entrano in trattamento è in costante crescita anche in ragione dell’elevato numero di late presenter che ogni anno vengono diagnosticati.

Fino ad arrivare alla pubblicazione annuale dell’Istituto Superiore di Sanita redatta dal Centro Operativo AIDS che se da un lato tende a minimizzare la portata del problema parlando di situazione stabile, dall’altro più volte ribadisce la possibile sottostima della reale situazione.

E questa difficoltà ad avere un quadro chiaro della situazione dell’HIV nel nostro paese è evidente guardando i report delle agenzie internazionali. Nel report annuale dell’ECDC pubblicato a fine 2015 in molte parti si legge che i dati italiani o non sono disponibili o giudicati poco attendibili.

Così come non sono disponibili molti set di dati richiesti per la compilazione del “Global AIDS Response Progress Reporting 2016” di UNAIDS e nel questionario che l’ECDC ha inviato agli stati della regione europea rispetto al “Monitoring implementation of the Dublin Declaration 2016”.

E come si fa ad affrontare una cosa che non si conosce? Questo è il punto. Come si può davvero monitorare l’andamento dell’infezione in Italia se mancano dati importanti? A volte, visto le tante disattenzioni delle istituzioni italiane, dal Ministero della Salute alla Presidenza del Consiglio che ha la delega sulle droghe, dall’Istituto Superiore di Sanità che deve predisporre i rapporti su cui i decisori politici dovrebbero basare le proprie scelte, alle Regioni che concretamente erogano prestazioni e assistenza e che hanno l’obbligo della notifica di HIV e AIDS assegnatagli dal decreto del 2008, siamo portati a domandarci se tutto questo non sia un disegno per non affrontare un problema che tutti gli schieramenti e partiti politici hanno difficoltà a affrontare. Perché parlare di AIDS vuol dire parlare di sesso, di piacere e la nostra classe politica non è ancora pronta.

Il non avere il controllo dei numeri dell’infezione da HIV è la spia di allarme della scarsa attenzione che le istituzioni hanno verso questo tema. E non ci interessa trovare le responsabilità o un capro espiatorio, ci interessa invece trovare maggiore attenzione da tutte quelle istituzioni italiane coinvolte nel controllo dell’infezione che oggi quasi si rimpallano responsabilità.

Perché a nostro avviso molto ci sarebbe da riflettere sulla reale situazione. A partire da come si legge la storia dell’HIV nel nostro paese. Quando si parla degli anni bui dell’AIDS in Italia, dal 90 al 96, dove ogni anno erano circa 5.000 le diagnosi di AIDS (che però purtroppo corrispondevano nella quasi totalità a prime diagnosi), non dobbiamo scordarci che oggi, se siamo bravi a leggere il rapporto del COA, perché nel nostro paese esistono due registri diversi, HIV e AIDS, possiamo capire che ce ne sono circa 4.500 le persone che ogni anno vengono a conoscenza di aver contratto l’HIV, e che quindi oggi non viviamo certo in una situazione tranquillizzante e tanto diversa dai primi anni. Per fortuna ci sono le terapie e almeno sono crollate drasticamente le morti, anche se anche quelle non vengono più contate come un tempo e sono un altro dato mancante.

Test Now! Ecco la testing week d’autunno per HIV ed epatiti virali. Sedi LILA aperte per i test rapidi.
(notizie)

Dal 22 al 29 novembre torna la European Testing Week, la settimana dei test per la diagnosi di HIV ed epatiti, secondo appuntamento del 2019.Test, Treat, Prevent è lo slogan dell'iniziativa: testa, cura, previeni. Promossa da Eurotest, la Testing week, giunta alla sua settima edizione, è una delle più grandi mobilitazioni mondiali per la salute pubblica. 

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Minorenni e HIV, Grillo: via il consenso dei genitori per l’accesso al test. La LILA: “ottima notizia ora la politica sia conseguente”
(notizie)

Dalla Ministra della Salute Giulia Grillo giungono aperture importanti alla possibilità per i minorenni di eseguire i test per l’HIV e per altre IST (Infezioni sessualmente trasmissibili) senza il consenso dei genitori o del tutore legale. Sentito il parere della Garante per l’Infanzia e l’adolescenza, Grillo ha annunciato in una nota la preparazione di un provvedimento ad hoc per rimuovere una tra le barriere più intollerabili e pericolose per quanto riguarda la diagnosi precoce dell’infezione.

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Tutta l’Europa fa il test! Dal 23 al 30 novembre 2018 la Testing week per HIV ed epatiti. La LILA in campo.
(notizie)

La Testing Week, volta a promuovere i test per la diagnosi dell’HIV e delle epatiti virali, torna in tutta Europa dal 23 al 30 novembre 2018. In cinquantatré paesi della vasta regione europea dell’OMS, oltre 600 organizzazioni della società civile, delle associazioni medico-scientifiche e dei servizi sanitari si mobiliteranno per moltiplicare l’offerta di questi accertamenti diagnostici tra la popolazione generale e tra le fasce più vulnerabili. Obiettivi della mobilitazione: combattere il sommerso, far conoscere i vantaggi di una diagnosi precoce, sensibilizzare i governi a compiere il massimo sforzo per implementare questi servizi.

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UNAIDS pubblica il rapporto “Know Your Status” e una serie di raccomandazioni per favorire l’accesso al test.
(notizie)

In occasione dello scorso primo dicembre 2018 UNAIDS ha scelto di porre all’attenzione internazionale il tema del Test per l’HIV e di pubblicare un rapporto dedicato a questo argomento dal titolo: ”Live life positively, Know your HIV status”.  All’origine della scelta l’importanza sempre crescente attribuita alle strategie d’espansione del test per l’HIV come punto d’accesso al sistema delle cure, dell’assistenza e della prevenzione.

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“Conosci il tuo stato”: è la campagna Wad 2018. Dalla testing week al primo dicembre una lunga stagione d’impegno per l’accesso al test HIV
(notizie)

Il prossimo primo dicembre 2018 la Giornata mondiale contro l'AIDS, indetta dalle agenzie Onu che si occupano del contrasto e del trattamento del virus da HIV, compirà trent’anni. Istituita nel 1988, in occasione del vertice mondiale dei ministri della salute sui programmi per la prevenzione dell'AIDS, da allora, ogni anno, la WAD, (World Aids Day) punta a unire Stati membri e società civile, su obiettivi specifici della lotta all’HIV/Aids.

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Troppe barriere al test per l’HIV: riflessioni da uno studio USA
(notizie)

La fruizione e l’accesso al test per l’HIV continuano a essere fortemente ostacolate da troppe barriere di ordine amministrativo, culturale, economico, in Italia come in altri paesi del mondo. Tali ostacoli sono, ovviamente, diversi da paese a paese rispecchiando sia le differenti modalità di offerta da parte dei servizi sanitari nazionali, sia le differenti criticità socio-culturali. Tuttavia uno studio condotto da un gruppo di ricercatori coordinati da Brandon Brown, professore associato di medicina sociale, popolazione e sanità pubblica presso la Riverside's School of Medicine, Università della California, fornisce spunti interessanti per una riflessione generale, anche sul nostro paese. 

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ICAR 2018: temi e bilanci
(notizie)

Numeri e temi rilevanti anche quest’anno per l’appuntamento con ICAR,the Italian Conference on AIDS and Antiviral Research, che si è tenuta all’Ergife palace di Roma dal 22 al 24 maggio 2018, sotto l’egida della SIMIT, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali e con il patrocinio di tutte le maggiori società scientifiche di infettivologia e virologia. Oltre mille i partecipanti tra ricercatori, infettivologi, medici di vari altri settori coinvolti nell’assistenza e cura dell’infezione da HIV, studenti e una vasta rappresentanza di associazioni e community.

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ICAR 2018: le tre relazioni della LILA
(notizie)

Nel corso dei lavori di ICAR 2018 La LILA ha presentato tre relazioni. Di seguito ne riportiamo una breve sintesi.

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Un anno intenso volge al termine, le urgenze dei prossimi mesi
(notizie)

Cari amici e care amiche, con il primo dicembre alle spalle, e dopo un anno intenso, caratterizzato dalle tante iniziative con cui abbiamo voluto ricordare il trentennale della LILA, crediamo sia giusto tracciare un quadro delle urgenze che dovremo tornare ad affrontare dai prossimi mesi. La prima, quella che ricomprende quasi tutte le altre, riguarda il rispetto, da parte dell’Italia, dei parametri richiesti dall’ONU per essere in linea con l’obiettivo della sconfitta dell’AIDS entro il 2030. Già entro il 2020, dunque entro soli tre anni, il nostro paese dovrebbe centrare il target “90-90-90” e conseguire un rilevante abbattimento delle nuove infezioni. Ebbene, senza un radicale cambio di passo, credo che difficilmente si riuscirà a centrare quest’obiettivo, non senza conseguenze per il diritto alla salute di tutti e tutte. 

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Lanciata a Parigi la “Community Paris Declaration per i diritti delle Key-population colpite dall’HIV/AIDS"
(notizie)

Dalla Conferenza IAS2017 arriva la “Community Paris Declaration”, una dichiarazione volta ad affermare i diritti delle KAP, Key Affected Population, popolazioni- chiave colpite dall’HIV/AIDS. Presentato lo scorso 24 luglio a Parigi, il documento è stato redatto, dopo mesi di lavoro, da community di tutto il mondo. Presupposto base, come affermato nel primo punto del testo, è che “L’HIV/AIDS non avrà termine finché le popolazioni- chiave saranno criminalizzate, discriminate, respinte, arrestate, imprigionate e uccise. Occorre dunque battersi, affinché i diritti delle KAP siano attuati e rispettati da tutte le organizzazioni e governi, globali, regionali o nazionali”. La dichiarazione riafferma ancora una volta come nella lotta all’HIV/AIDS gli aspetti medico-scientifici non possano prescindere da una grande battaglia globale per la dignità e il rispetto dei diritti umani di tutti e tutte, per l’equità sociale, per il diritto alla salute, contro ogni discriminazione, in ogni angolo del mondo, in ogni piega nascosta o rimossa delle nostre organizzazioni sociali. 

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HIV in Europa. Infezione in aumento tra gli over cinquanta. Per il 63% dei casi si tratta di diagnosi tardive.
(notizie)

Aumentano in Europa i nuovi casi di HIV riferibili a persone sopra i cinquant’anni. Lo evidenzia uno studio condotto da un gruppo di studiosi guidati dalla Dottoressa Lara Tavoschi (ECDC), pubblicato su “The Lancet” lo scorso fine settembre e rilanciato da ECDC, il centro europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie.

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Arriva il Piano Nazionale di interventi contro HIV e AIDS. La LILA: “Documento innovativo e da attuare subito” ma i nodi sono quelli delle risorse e degli adeguamenti normativi
(notizie)

L’Italia si è finalmente dotata di un Piano Nazionale di Interventi contro HIV e AIDS. Il documento, valido per il triennio 2017-2019, è stato appena inviato dal ministero della Salute alle Regioni per essere esaminato in sede di Conferenza. Si tratta di un piano innovativo nel merito e nel metodo: i nodi finora irrisolti dell’informazione, della prevenzione innovativa, dell’accesso al test HIV e ai trattamenti, del mantenimento in cura, della TasP, della lotta allo stigma e alle discriminazioni, sono affrontati con chiarezza, in un’ottica scientifica e di attenzione alle priorità di salute pubblica e dei singoli. Gli obiettivi aderiscono a quelli indicati dalle principali agenzie internazionali, UNAIDS, OMS, ECDC, che puntano a debellare l’Aids entro il 2030 attraverso un drastico calo delle nuove infezioni tra adulti e l’attuazione del principio “90-90-90”.

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