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MARIA CARLA RE: IL SANGUE RACCONTA, L’ESPERIENZA DELLO STUDIO SULL’AVIDITA'
(politica e dintorni)

Nel laboratorio Retrovirus dell’Università di Bologna la professoressa Maria Carla Re, microbiologa, dirige un progetto di ricerca dai risultati interessantissimi: analizzando i campioni di sangue positivi all'hiv è possibile tracciare uno stato della storia dell’epidemia col test di avidità anticorpale e scoprire così per quanto tempo una persona ha vissuto col virus nel sangue senza saperlo.

 

Con la Professoressa Maria Carla Re ci troviamo d’accordo nel dire che i dati epidemiologici che vengono proposti in Italia non sono molto affidabili e che sarebbe necessario ripensare le modalità di raccolta e di elaborazione degli stessi. La Professoressa Re non è però un’epidemiologa ma Ordinaria di Microbiologia e Virologia dell’Università di Bologna e Responsabile del Laboratorio Retrovirus e agenti infettivi correlati del Dipartimento di medicina Clinica Specialistica ed il motivo della mia visita riguarda un progetto di ricerca diretto da lei diretto e finanziato dalla Regione Emilia-Romagna.

 

Partiamo subito con il dire di che progetto si tratta

Il progetto, partito nel 2013, ha l’obiettivo di verificare quante nuove infezioni vengono registrate in regione e per questo motivo è stato chiesto alle Malattie infettive e ai Laboratori della Regione di inviarci i campioni che per la prima volta risultano positivi. Una volta che il campione arriva nel nostro laboratori noi verifichiamo se gli anticorpi anti Hiv sono di vecchia data o se sono anticorpi recenti. Per poter fare questo viene utilizzato un test di avidità anticorpale partendo dal principio che durante il corso dell’infezione da Hiv, così come in molte altre infezioni virali, l’avidità degli anticorpi (classe IgC) aumenta progressivamente nei mesi successivi all’infezione primaria, per rimanere elevata nelle infezioni croniche. Di conseguenza, lo stabilire il livello di maturazione degli anticorpi, permette di discriminare tra un’infezione recente (inferiore ai 6 mesi) e un’infezione presente da più lungo tempo.

 

Quindi questo progetto ha una rilevanza epidemiologica

Si, ce l’ha ma non solo quella. Il sistema di sorveglianza dell’infezione da Hiv si basa su dati clinici ed immunologici ma non è in grado di fornire dati precisi di incidenza sulle infezioni recenti. La datazione è quindi molto importante sia per scopi epidemiologici, come sottolineavi, ma anche per scopi di prevenzione perché permette di adattare gli interventi di comunicazione, di screening e le misure preventive all’epidemiologia locale, senza però trascurare gli scopi clinici. Tanto è vero che i risultati delle nostre analisi sono restituiti ai centri che ci hanno fornito il campione per le valutazioni che ne possono derivare riguardo alla terapia.

 

Ma oltre a restituire i dati ai Centri che ve li hanno inviati c’è un punto di raccolta che possa analizzarli globalmente?

Certo, i risultati delle nostre analisi vengono inviati in Regione per poter essere analizzati. Nel primo anno di lavoro, ad esempio, su 242 sieri esaminati abbiamo visto che nell’82% dei casi si trattava di infezioni pregresse e nel 18% di infezioni recenti. Inoltre abbiano potuto stabilire che le infezioni pregresse riguardavano nel 76% dei casi maschi e che l’età media era di 41.6 anni. Nelle infezioni recenti la percentuale di maschi è dell’80% e l’età media cala a 39.6 anni.

In base a questi risultati la Regione ha deciso di finanziare il proseguimento dello studio anche per il 2015 prevedendo di intrecciarlo con i dati già disponibili correlandolo ai dati anagrafici, sierologici, virologici e immunologici delle persone coinvolte. E proprio in questi giorni ne stiamo completando la stesura.

Voglio anche aggiungere che, quando i centri ci forniscono tutti i dati richiesti, è possibile determinare se l’infezione è in fase acuta, ossia recentissima.

 

Ma ad esempio, l’orientamento sessuale è un dato che viene rilevato

Noi lo chiediamo nella scheda ma non sempre viene compilato perché ovviamente è un’informazione che il paziente non sempre vuole fornire e chi la compila non vuole essere invadente con domande che potrebbero essere non gradite. Il dato che rileviamo è che la maggior parte sono infezioni trasmesse per via sessuale, anzi, posso dire che non abbiamo visto casi di infezioni avvenute per scambio di siringhe.

 

In Italia, che lei sappia, questo tipo di ricerca con il test dell’avidità viene fatta anche in altre Regioni?

Che io sappia no. Oltre a noi la fa l’Istituto Superiore di Sanità per quanto riguarda il Lazio ed è seguita dalla dott.ssa Barbara Suligoi ma non mi risultano altri studi di questo tipo. Uno dei possibili motivi è che si tratta di un test che non ha il marchio CE e non esiste un test standardizzato. Deve essere fatto home made e lo fa il laboratorio che non lavora solo nella routine ma può impegnare un operatore che due o tre volte a settimana si dedica a questo ed è distolto dal lavoro di routine appunto.

 

Quindi, se capisco ciò che mi dice, il rischio è che, nonostante le potenzialità informative che derivano dal test di avidità non c’è possibilità di renderlo diffuso su tutto il territorio nazionale.

È così. Si tratta di iniziative che rischiano di rimanere isolate anche se, come dicevi, potrebbero dare un contributo ad una lettura più articolata della dinamica epidemiologica di questo virus.

A chiusura della chiacchierata, com’era avvenuto all’inizio, la Professoressa Re ed io ci troviamo nuovamente d’accordo nel sottolineare che a tutt’oggi i dati epidemiologici, sui quali dovrebbero basarsi le politiche di sanità pubblica per contrastare il diffondersi del virus Hiv, sono poco organici e scarsamente utili. “È difficile pensare che cambierà qualche cosa” – dice lei, quasi rassegnata. “È necessario lavorare con determinazione perché ciò accada” – aggiungo io salutandola e ringraziandola per la disponibilità.

FLAVIO CIPRIANI: L'IMPOSSIBILE NOTIFICA DEL MEDICO DI BASE
(politica e dintorni)
Ormai in pochi sanno che il sistema di sorveglianza in Italia dei casi di Aids è affidato anche ai medici di base e a qualsiasi tipo di sanitario. Per effetto di un decreto ministeriale del lontano 1986, mai abrogato, che all’art 3 richiama l’inserimento della sindrome da immunodeficienza acquisita nella tabella delle malattie (anche sospette) da segnalare per obbligo (tabella istituita da un decreto del 1975 figlio addirittura di una legge del 1934) ogni sanitario dovrebbe obbligatoriamente tramettere informazioni qualora gli si parasse davanti un caso di aids o sospetto tale.  Abbiamo sentito il parere di un medico di base, il dottor Flavio Cipriani, 35 anni di esperienza in un ambulatorio affollatissimo della provincia di Terni, nel cuore dell’Italia laboriosa e contadina.  Un’esperienza professionale cominciata nell’81 ed è dunque una di quelle persone che il periodo storico della pandemia da Hiv-Aids se lo è visto scorrere tutto nelle sue stanze. Dottor Cipriani, sa che avrebbe l’obbligo di trasmettere ancora dati di sospetti casi di aids? “Per la verità applicare la legge sulla sorveglianza è questione molto complessa, anche perché ci sono molti ostacoli nuovi tra cui la legge sulla privacy. Detto questo non mi capita mai, né mi è mai capitato di segnalare un caso di Aids. Se ho un sospetto di questo tipo cerco di inviare il mio paziente ad un centro di malattie infettive, poi dovrebbero pensarci loro.  La lista delle malattie da segnalare per legge è molto lunga, specie tra quelle a trasmissione sessuale, i medici di base oberati di lavoro, il sistema di trasmissione non sempre semplicissimo. Confidiamo nella digitalizzazione che sicuramente sta migliorando la sorveglianza sanitaria.Quanti casi di Aids ha visto nella sua carriera? Direi certamente una cinquantina e non ho mai fatto segnalazioni. Cosa ci dice della somministrazione del test? Qual’è la percentuale di ricorso al test sul numero dei suoi pazienti?

“Guardi, mi capita di proporre il test hiv non più di 5, al massimo 7 volte all’anno e solo quando verifico casi di un importante deficit immunitario.

Nel mio studio seguo ben 1300 pazienti e non mi capita frequentemente di invitare a fare il test hiv. Un po’ perché viviamo certamente un’epoca molto diversa dagli anni bui quando il grande impatto della malattia, specie in Umbria, venne dalle tossicodipendenze. Un po’ perché il ricorso al test non passa più solo dal medico di base, altre sono le politiche e altri sono i canali di diagnosi. Tra i miei assistiti ci sono una decina di persone che vivono con hiv. Ma chissà quante altre ce ne sono di cui non conosco lo stato sierologico. La posizione del medico di base è molto cambiata in questi anni sulle malattie sessualmente trasmesse. Non è detto che tutti raccontino lo stato sierologico al proprio medico di base.”  

LA FONTE UFFICIALE: IL BOLLETTINO DEL COAA questo link è possibile scaricare il bollettino ufficiale stilato annualmente dal Centro Operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità, fonte di tutte le informazioni di cui parliamo in quest’inchiesta.Basta leggere a fondo le note per comprendere che il rilevamento statistico presenta molti punti critici.http://www.iss.it/ccoa/?lang=1&id=2&tipo=5

 

Disturbi neurocognitivi e HIV: il professor Andrea Antinori risponde alle nostre domande
(aspetti clinici)

Il fenomeno dell’invecchiamento preoccupa le persone con HIV e preoccupano, soprattutto, le patologie neurocognitive che possono insorgere. Il professor Andrea Antinori, infettivologo, Direttore Malattie Infettive dell'IIRCCS INMI Lazzaro Spallanzani di Roma, è uno dei maggiori esperti in materia. A lui abbiamo chiesto di aiutarci a comprendere meglio questo problema. 

Professore, qual è la portata di questo fenomeno tra le PLHIV?

I dati che provengono dall’osservazione di questa fascia di popolazione in Europa ci dicono oggi che non più di una persona con HIV su cinque mostra deficit di tipo cognitivo e che, per più della metà di casi, si tratta di un "deficit asintomatico”. Parliamo dunque di un disturbo di alcune funzioni (memoria, abilità motoria, alcune abilità esecutive) che non ha però  interferenze importanti sulla quotidianità, ossia sulla performance lavorativa, sulla vita di relazione, sulla capacità di attendere alle relazioni quotidiane. Quindi: non più del 20% mostra deficit cognitivi e di questo 20% più della metà è di tipo asintomatico. Siamo cioè ben lontani da uno scenario di patologie frequenti e altamente invalidanti come Parkinson, Alzheimer e altre condizioni neurodegenerative. In HIV solo il 2-3% di chi ha oggi un difetto cognitivo sviluppa queste patologie più gravi, oggi denominate demenze, che corrispondono allo stadio più avanzato della malattia. Il fatto che i pazienti siano in gran parte in terapia, che abbiano recuperato un buon livello di CD4, che la gestione complessiva comporti un miglioramento della qualità della vita, fa sì che questo problema, rispetto a trent'anni fa, si sia nettamente ridimensionato. Va detto con chiarezza che la terapia non ha eliminato completamente questo problema ma i passi in avanti sono comunque molto importanti.

E’ possibile fare un raffronto tra l’incidenza di queste patologie nella popolazione generale e nella popolazione con HIV?

I dati di confronto ottenuti da alcuni studi, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, ovviamente tra gruppi omogenei per fattori di rischio, ossia stessa età, stessa incidenza di depressione o di altre caratteristiche, ci dicono che in HIV questo rischio è maggiore rispetto alla popolazione generale comparabile.

Di quanto è maggiore questo rischio? Si riesce a quantificare?

Si tratta di un aumento significativo; però ripeto: parliamo comunque di un numero limitato di soggetti interessati e di manifestazioni, in gran parte, sotto la soglia clinica, riscontrabili, cioè, soltanto con dei test accurati e prive di rilevanti conseguenze sulla vita quotidiana. La persona che ne è portatrice nemmeno si accorge di esserlo, non ha questa percezione, non registra deficit di performance: si tratta, in gran parte, di problemi che emergono solo se uno specialista ci sottopone a un test.

Quali sono i fattori di rischio che più possiamo associare all’insorgenza di questo tipo di patologie?

In primo luogo l’età, come per tutta la popolazione generale. Il problema dell’aging in HIV ha poi una sua complessità legata al fatto che, per una serie di meccanismi, l’infezione può portare a fenomeni d’invecchiamento precoce. Poi ci sono le comorbosità legate all’età che  in HIV sono più frequenti e si verificano in età più giovane rispetto alla popolazione sieronegativa. Un altro fattore di rischio sono i lasciti di un’immunodeficienza pre-esistente: potrei aver scoperto tardi l’infezione, aver sperimentato uno stadio di immunodeficienza avanzata e prolungata o la malattia conclamata, cosa che ancora succede per una quota considerevole delle nuove diagnosi. Oggi i dati di sorveglianza ci dicono che circa il 20-25% dei soggetti HIV di nuova diagnosi è già in una condizione molto avanzata di immunodeficienza e che circa la metà è già sotto la soglia cirtica dei 350 CD4. Questo non vuol dire poi non si possa recuperare una buona condizione con l’inizio della terapia, con la normalizzazione dei livelli di viremia e con il recupero dei CD4, tutti fattori che riducono il rischio. Tuttavia, i soggetti che hanno, o hanno avuto, un nadir basso di CD4 sono esposti ad un rischio potenzialmente maggiore di invecchiamento problematico. C’è poi un terzo gruppo di fattori a cui si dà oggi molta più importanza di ieri e sono i fattori legati alle malattie vascolari, cardiovascolari (infarto, angina, malattie coronariche, ecc) e cerebro-vascolari (ictus, ischemia cerebrale, difetti di perfusione cerebrale, vasculopatie dei piccoli vasi cerebrali). Si tratta di patologie che non sono tipiche dell’HIV ma che, anzi, sono una delle principali cause di morbosità della popolazione anziana, al di là dell’HIV. I fattori di rischio che alimentano queste patologie, come il diabete, l’aumento di lipidi nel sangue, il fumo, l’appartenenza al sesso maschile, l’ipertensione, tendono ad aumentare le probabilità di disturbi cognitivi. Molte delle forme patologiche cognitive che osserviamo in questi anni sono legate a fattori di rischio cardiovascolari .

Cosa si può fare per prevenire o contenere questi rischi?

Il fatto positivo è che buona parte di questi elemtni di rischio sono controllabili e/o modificabili: il fumo, gli stili di vita, il colesterolo, l’ipertensione, il diabete. Tenere sotto controllo questi fattori, anche i con i farmaci, riduce ovviamente sia i rischi cardiovascolari, sia quelli cerebro-vascolari in cui rientrano molti dei deficit cognitivi che possono interessare le persone con HIV. Ripeto, quando parliamo di deficit cognitivi, non dobbiamo pensare solo all’ictus che ne è la manifestazione estrema, dagli esiti spesso invalidanti ma a tutta una serie di deficit dei piccoli vasi cerebrali che possono causare una ridotta performance cognitiva con disturbi della memoria, delle abilità motorie o di quelle esecutive.  

Si possono prospettare modelli più avanzati per la diagnosi precoce dei disturbi cognitivi? 

Questo è uno dei grandi problemi in tema di disturbi cognitivi e non è specifico dell’HIV ma riguarda tutta la popolazione. Fare la diagnosi di un deficit cognitivo è difficile perché ci vogliono test, non costosi ma specifici, lunghi, vincolati alla presenza di un esperto (neurologo, neuropsichiatra, neuropsicologo) e dunque si tratta di modalità non proponibili su vasta scala; Si stanno studiando modalità più rapide e autogestibili di test di screening ma non sono al momento sufficientemente accurati. Tra gli strumenti emergenti possono essere molto utili i PROs: Patient Reported Outcomes. Si tratta di questionari che partono dall’aderenza, dalla qualità della vita, dalla salute mentale ed esplorano anche la sfera cognitiva. Tuttavia non c’è ancora uno strumento di screening accurato che possa permettere rapidamente di stabilire se una persona abbia o meno un deficit cognitivo.

Quanto possono interferire o influire alcuni fattori sociali e/o ambientali sullo sviluppo di talune patologie? Lei, nella sua relazione accennava, ad esempio, alla depressione.

La depressione è il principale fattore di confondimento per una diagnosi dei disturbi cognitivi. Una persona depressa, anche modicamente depressa, può facilmente passare per una persona con disturbi cognitivi perché la depressione può alterare delle perfomance esecutive e quindi i relativi test. Spesso, infatti, tali test vengono evitati su persone gravemente depresse perché questa condizione potrebbe inficiarne l’affidabilità e dunque falsare la diagnosi. Anche l’abuso di alcol, il ricorso a sostanze psico-attive, gli psicofarmaci possono alterare i test attribuendo ad una persona disturbi cognitivi che in realtà non ha.

Lo Spallanzani è un osservatorio nazionale privilegiato: qual è lo stato generale di benessere delle persone con HIV e quali altri traguardi si possono raggiungere?

Un primo dato realistico e rassicurante è che in Italia la stragrande maggioranza dei soggetti, ad oggi in trattamento ART, ha una viremia controllata: il 90%, forse anche il 95% delle persone che si curano sono in una condizione di soppressione della carica virale.

Su questo aspetto siamo dunque in linea con le indicazioni ONU?

Assolutamente sì. Questo vuol dire che i nostri pazienti sono ben seguiti e che gli infettivologi italiani hanno acquisito grande competenza ed esperienza nel gestire i trattamenti. Inoltre i farmaci di nuova generazione sono molto più efficaci e, soprattutto, meglio tollerati consentendo un’aderenza molto più alta. Chi segue correttamente la ART, nella stragrande maggioranza dei casi, ottiene oggi un successo terapeutico e questo è un dato importantissimo. Restano però dei problemi fondamentali.

Quali?

Il primo è il “sommerso”. Ci sono persone che non accedono alle cure perché non sanno di essere HIV positive. Le stime più accurate riferiscono di circa 15mila soggetti che, essendo inconsapevoli del loro stato, ritardano la diagnosi e possono arrivare ad uno stadio avanzato di malattia, il che li espone a gravi rischi per la salute. Inoltre è sempre complicato iniziare un percorso terapeutico in questa fase. Viste le potenzialità offerte dalle cure, non è accettabile che un 15-20% delle nuove diagnosi avvenga, tuttora, in fase di AIDS. Iniziare una terapia tempestivamente, con un numero di CD4 ancora buono, offre ora grandi prospettive di salute, sicurezza, efficacia. L’abbattimento del sommerso resta, dunque, una sfida importantissima ancora da vincere. Un altro aspetto riguarda il fatto che, non essendo l’HIV un’infezione eradicabile, chi si cura deve farlo per tutta la vita. Iniziamo ad avere a che fare con pazienti che assumono farmaci da trent’anni e che potenzialmente possono arrivare a cinquant’anni di ART e, dunque, ci dobbiamo porre il problema degli effetti a lungo termine.

E qui torniamo al punto di partenza, come gestire la salute delle persone con una storia così lunga di terapie?  

Occorre ripetere che oggi i trattamenti sono molto più sicuri di quelli di vent’anni fa, e anche di cinque anni fa, perché il progresso da questo punto di vista è continuo. Potremmo addirittura dire che l’efficacia di questi farmaci è stata massimizzata mentre gli aspetti su cui si continuano a registrare miglioramenti sono proprio quelli della tossicità e della tollerabilità. Tuttavia, oggi sappiamo che il paziente con HIV in trattamento può essere colpito da una serie di comorbidità non infettive, cioè non generate da batteri o virus, in misura più frequente rispetto alla popolazione generale. Sappiamo anche che molte di queste patologie sono age-related, ossia correlate all’invecchiamento. Una buona gestione del paziente HIV oggi non può più quindi fermarsi al controllo dell’efficacia della terapia ART, ma deve puntare ad un monitoraggio globale della salute ed, eventualmente, all’armonizzazione di terapie concomitanti.

ART e polypharmacy in età geriatrica: facciamo il punto con il dott Antonio Di Biagio
(aspetti clinici)

Il trattamento farmacologico delle persone anziane costituisce un aspetto particolarmente delicato della medicina: il sovrapporsi di più patologie legate all’età e, quindi, di più trattamenti farmacologici richiede un’attenzione complessiva allo stato di salute dei/delle pazienti e un’armonizzazione dei trattamenti farmacologici in modo tale che non contrastino tra di loro e che non creino interazioni dannose. Questo è tanto più vero per le persone con HIV già interessate da terapie complesse come quella Antiretrovirale. Al momento le indicazioni-guida sono di limitare le prescrizioni ai soli farmaci davvero essenziali e di favorire terapie antiretrovirali con il minor impatto possibile su reni, densità ossea, sistema cardiovascolare. Si vanno inoltre sviluppando studi e ricerche sull’interattività dei farmaci più frequentemente somministrati in età geriatrica con la ART.  Il Dottor Antonio Di Biagio, infettivologo dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova, è tra i medici più esperti in materia di gestione farmacologia dei pazienti in HIV ed ha curato, nel recente convegno di Roma, la relazione “Taf vs Tenofovir –sparing” . Ecco la nostra intervista. 

Dottor Di Biagio, grazie all’efficacia delle terapie ART, le persone con HIV, almeno nei paesi a welfare avanzato, hanno guadagnato molti anni di vita e ora si va componendo rapidamente la prima generazione anziana di persone con infezione da HIV.  Si può già tracciare un quadro delle condizioni di salute con cui le PLHIV arrivano all’età geriatrica e dell’impatto di tanti anni di terapie?

Negli anni passati il capitolo invecchiamento era un argomento poco importante, la battaglia si concentrava nelle retrovie, ossia nel garantire la vita; Oggi possiamo invece permetterci di affrontare argomenti fino a poco tempo fa ostici come le prospettive d’invecchiamento. Le stime di sopravvivenza di cui disponevamo, ottenute da modelli matematici spesso complicati, si basavano fino al recente passato su un’età d’infezione attorno ai venti anni. Certo, erano già incoraggianti ma, come spesso accade, abbiamo dovuto aspettare la prova sul campo. Oggi vivere con l’HIV fino a tarda età è possibile. Ecco due grafici, con i relativi dati, a sostegno di quanto detto. Il primo ci offre uno spaccato sulla situazione negli Stati Uniti:

CDC, Web Site: aging and HIV

Abbiamo però anche dei dati Italiani: questo grafico, ad esempio, riguarda la Clinica di Malattie Infettive, Ospedale Policlinico San Martino di Genova, ed è diviso tra maschi e femmine.

www.ReteLigureHIV.it

Come sempre i numeri ci dicono molto; ci dicono, ad esempio, come la situazione negli USA e in Italia sia molto simile. Tra pochi anni ci sarà uno spostamento delle colonnine dell’età verso 55-59 e verso 60+. La vera domanda è: quanto siamo preparati a questo fenomeno che diventerà la regola per tutti i centri? Sappiamo inoltre che le persone con infezione da HIV in età avanzata raggiungono molto frequentemente un HIV-RNA <50 copie/ml (una carica virale inferiore alle cinquanta copie), ossia un’aderenza alla terapia maggiore, anche se la risposta delle cellule CD4+ molto spesso non è ottimale. La foto genovese ci dice infine che il soggetto di sesso maschile sarà quello che ci costringerà a fare gli straordinari essendo il gruppo più numeroso.

La maggiore e precoce insorgenza di patologie geriatriche nelle persone in HIV sono documentate. A quali fattori è dovuto questo fenomeno? C’è una correlazione con i trattamenti assunti nel corso della vita per il controllo dell’infezione? Se sì, quali differenze si rilevano tra l’impatto di certi farmaci rispetto ad altri, ad esempio in termini di tossicità? 

I dati che si vanno accumulando dicono che le persone con infezione da HIV potrebbero andare incontro a manifestazioni cliniche legate all’invecchiamento prima dei loro coetanei. E’ difficile attribuire alla sola infezione da HIV l’eventuale comparsa di questi fenomeni: l’invecchiamento precoce è invece una problematica multifattoriale. Come giustamente sottolineato nella domanda, sono molteplici i fattori di rischio, soprattutto legati allo stile di vita e ai precedenti trattamenti antiretrovirali più tossici. A mio avviso, alcune delle scelte attualmente possibili come l’inizio precoce della terapia, la continuità del trattamento senza interruzioni, l’ottimizzazione della terapia stessa sulla base delle caratteristiche del paziente e l’impiego di farmaci moderni potranno incidere notevolmente e in positivo su questo aspetto.

Gran parte delle persone che invecchiano va incontro ad una serie di patologie geriatriche e/o comorbidità che impongono loro più trattamenti farmaceutici. La gestione della polypharmacy diviene particolarmente complessa per chi è affetto da patologie croniche. Nel caso dell’infezione da HIV quali sono le principali criticità poste dalla gestione di più trattamenti farmaceutici?

Le questioni importanti da considerare quando parliamo di polypharmacy sono due. La prima considerazione da fare è sul numero delle compresse/pastiglie: assumerne una in più può non fare la differenza ma quando queste diventano tre o quattro, magari da dividere nella giornata, oppure da ripartire secondo un certo ritmo, ad esempio stomaco pieno/vuoto, possono ridurre la qualità della vita delle persone. La seconda considerazione è legata alle interazioni farmacologiche. In linea generale possiamo affermare che, fin da subito, medici e pazienti coinvolti nella cura dell’HIV hanno dovuto fare i conti con il metabolismo dei farmaci. Gli NNRTI (inibitori non nucleosidici) e gli IP (inibitori della proteasi) hanno condizionato la prescrizione di numerosi farmaci concomitanti, quindi su questo argomento siamo preparati. Attenzione però: la ricerca farmacologica prosegue e molto spesso vengono introdotti farmaci nuovi che per essere metabolizzati utilizzano le stesse vie degli antiretrovirali. Il controllo, quindi, deve essere continuo, senza sottovalutare alcuna possibile interazione. Infine sulla polypharmacy è bene iniziare a ragionare anche sui long acting, ossia farmaci iniettivi con somministrazione mensile o bimestrale. Nella popolazione che invecchia, sostituire una compressa al dì con un’iniezione, quando si devono comunque assumere quattro o cinque compresse per le comorbidità, ha un suo razionale? Oppure i long acting sono destinati ai più giovani? Tutto questo sarà materia di dibattito e studi futuri.

Nel recente convegno sull’HIV geriatrico che si è svolto a Roma, Lei ha tenuto una relazione su vantaggi di alcune combinazioni ART rispetto ad altre può descrivercene i punti chiave?

Nella mia relazione ho affrontato il tema delle tre principali novità intervenute nella terapia antiretrovirale, ossia: l’introduzione nella pratica clinica del TAF (Tenofovir alafenamide) Il ruolo oramai preponderante degli inibitori delle integrasi e le STR (Single Tablet Regimen, unica compressa giornaliera con tre principi attivi). 

Partiamo dal TAF: il profarmaco del TDF (tenofovir) è il nucleosidico che mancava. Per anni abbiamo “sopportato” TDF e ABC (Abacavir) perché non avevamo scelta. Ancora oggi però, è bene ricordarlo, la prima terapia antiretrovirale è basata sempre sulla coppia di nucleosidici, il cui ruolo è quindi sempre determinante. E’anche vero che gli effetti collaterali sul rene e sull’osso del TDF non erano così frequenti, certo si registravano alcuni casi di Sindrome di Fanconi (rarissime), danni al tubulo del rene (proteinuria) e osteopenia, più frequenti ma che avevamo imparato a gestire. Il dato rilevante, emerso già dai primi studi, è che TAF abbia risolto questo problema del tutto.  La seconda novità è rappresentata dagli inibitori dell’integrasi. Prima Raltegravir poi Elvitegravir e, infine, Dolutegravir hanno, di fatto, cambiato, per l’ennesima volta, la storia della terapia antiretrovirale. Il vero punto di forza degli inibitori dell'integrasi sta nell’efficacia terapeutica simile, o superiore, agli inibitori della proteasi, con la differenza importante di provocare meno effetti collaterali. Oggi l’integrasi è, in tutte le Linee Guida mondiali, il terzo farmaco di scelta.

Infine le STR: a breve anche gli inibitori della proteasi avranno il loro STR, quindi qualunque sia la scelta di terapia tra NNRTI, PI e INSTI (inibitori dell'integrasi), si potrà costruire tutto in “single pill”, ossia in compresse singole. Ma non finisce qui: a ruota sarà commercializzato il primo STR senza backbone nucleosidico (Dolutegravir/Rilpivirina) e, a seguire, una STR NRTI light (Dolutegravir/lamivudina). Insomma, ci saranno possibilità per quasi tutte le esigenze.

Quali prospettive offrono le terapie ART basate su due farmaci nella gestione dei pazienti anziani con HIV?

Le terapie basate su due farmaci, per molto tempo, non hanno trovato spazio nelle linee guide anglosassoni, a differenza di Italia e Spagna che invece avevano sdoganato da subito questa combinazione. A scanso di equivoci: la terapia a due farmaci, ad oggi, può essere solo una combinazione di seconda linea. Non abbiamo dati per proporre una terapia iniziale con due farmaci, anche se indicazioni importanti potrebbero arrivare dalla Conferenza mondiale sull’AIDS che si terrà la prossima estate ad Amsterdam. Le associazioni possibili PI/r +lLamivudina classiche sono state affiancate da altre combinazioni contenenti Dolutegravir (Rilpivirina e Lamivudina). Se prima queste combinazioni nascevano dal desiderio di rimuovere TDF in modo proattivo, oppure a seguito di effetto collaterale, oggi invece vivono di luce propria e il medico opta per questo tipo di strategia anche in assenza di un danno da TDF. Attenzione però: la scelta non è mai banale: servirebbe un test di resistenza, oppure una storia clinica e terapeutica molto dettagliata. Gli errori terapeutici possono generare fenomeni di resistenza con il rischio di penalizzare i due farmaci quindi: calma!

Le prospettive di un invecchiamento “difficile” preoccupano molte le persone con HIV. Ci sono aspetti rassicuranti che possiamo rilevare?

Tutte le mattine nel mio ambulatorio cerco di tranquillizzare le persone che seguo. Il tasto su cui batto è la prevenzione, con riferimento al rischio cardiovascolare, al fumo, allo stile di vita. Ai miei pazienti ricordo anche che fare gli esami due/ tre volte l’anno è un vantaggio importante rispetto ai loro coetanei non HIV. Possono sfruttarne i risultati per migliorare la loro salute mentre i loro amici e colleghi fanno raramente controlli, parlano poco con il loro dottore e quindi non sono consigliati in modo adeguato.

Stili di vita salutari e prevenzione possono rendere più facile e tollerabile la gestione farmacologica e polifarmacologica di una persona con HIV? Nel caso quali consigli dare? Fare attività fisica, adottare un’alimentazione sana, curare la socialità, controllare e/o curare il diabete, il colesterolo, l’ipertensione sono pratiche che possono davvero aiutare?

Questo è il punto chiave: stile di vita e prevenzione saranno sempre più i pilastri sui quali si regge lo stato di salute nelle persone che invecchiano. E questo è valido per tutta la popolazione generale. Non dimenticherei di inserire nel suo precedente elenco il fumo di sigaretta: un vero killer che spesso sottovalutiamo ma al quale dobbiamo prestare molta attenzione.

Consigli in breve per un invecchiamento in salute
(aspetti clinici)

Tutti gli esperti che abbiamo intervistato per questo speciale ci confermano che si può fare molto per vivere una vecchiaia meno problematica:

fare esercizio fisico, controllare il peso, mangiare sano, smettere di fumare, curare le relazioni sociali e il proprio benessere psicologico sono alcune delle raccomandazioni valide per tutta la popolazione anziana o meno giovane, indipendentemente dallo stato sierologico. 

Per le persone con HIV sono inoltre particolarmente importanti il costante e attento monitoraggio delle proprie condizioni di salute e la puntualità nei controlli e nelle analisi.

Diabete, colesterolo, malattie sessualmente trasmissibili, epatiti, ipertensione e sofferenze cardiovascolari, renali, urinarie, tutti fattori che si correlano ad un invecchiamento difficile, possono essere inoltre prevenute e curate.

Invecchiamento e HIV: la nuova sfida
(apertura)

Grazie alle terapie Antiretrovirali, c’è un’intera generazione di persone con HIV che sta raggiungendo aspettative di vita non immaginabili fino a pochi anni fa e che, in termini di longevità e qualità della vita, si va sempre più avvicinando ai parametri della popolazione generale. Per tante persone che vivono con l’infezione da HIV si tratta di ripensare al proprio futuro, di fare i conti con una fase dell’esistenza, quella dell’invecchiamento, in cui non ci si era mai proiettati; Anche per la medicina, e in particolare per l’infettivologia, si aprono nuove sfide nella gestione dell’“aging in HIV” che, com’è noto da tempo, può presentare particolari criticità. Occorrono, per questo, un approccio più interdisciplinare ed una più stretta collaborazione con la geriatria, con particolare attenzione alla salute sociale e al benessere psicologico delle persone.

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Geriatria e HIV: intervista a Giovanni Guaraldi
(aspetti sociosanitari)

Il Professor Giovanni Guaraldi , infettivologo della Clinica metabolica dell’Università di Modena e Reggio Emilia, è stato tra i promotori e animatori del "1st geriatric HIV Medicine Summit" ed è tra i maggiori studiosi dei fenomeni dell’invecchiamento in HIV.

Professore, perché questo convegno? Quali obiettivi ha tracciato?

Il "1st Geriatric HIV Medicine Summit" è stato, un’alba un inizio. L’intento è affrontare una nuova branca della medicina, quella di una medicina geriatrica che si possa occupare delle persone con HIV che invecchiano. Non si tratta di un fatto ovvio visto che, come hanno detto tante persone con HIV durante questo convegno, si sta aprendo uno scenario nuovo: ci sono persone che al momento della diagnosi non si sarebbero mai aspettate di entrare nell’età geriatrica, persone cui erano stati diagnosticati sei mesi di vita, poi cinque anni, poi dieci... e che invece hanno poi conquistato nuove prospettive, compresa quella di poter invecchiare. Dal punto di vista clinico la complessità dell’aging, che disegna traiettorie diverse per ciascuno di noi, diventa ancora più complessa nel paziente che vive con HIV in quanto introduce meccanismi biologici, comportamentali, di stili di vita che rendono questa traiettoria ancora più imprevedibile.

Quando e come comincia ad invecchiare una persona con HIV? Cosa ci dicono in proposito la ricerca e la medicina?

L’età anagrafica non è sufficiente a disegnare un profilo di salute e non lo è nemmeno il numero di anni trascorsi con l’infezione da HIV. In questo convegno, per la prima volta, abbiano voluto creare una “faculty “ tra infettivologi e geriatri per capire quali siano gli strumenti per leggere i vari diversi rischi cui è esposta la popolazione anziana con HIV e per stratificare dei sottogruppi delle varie vulnerabilità, perché diversi profili richiedono anche interventi, farmacologici e non, differenziati. Abbiamo così toccato vari aspetti metodologici di valutazione, clinici e di ricerca per capire cosa si possa prendere in prestito dalla medicina geriatrica così da poterla applicare alla popolazione con HIV. Si tratta di valutare nuovi obiettivi di trattamento sia stimolando le case farmaceutiche a nuovi trials clinici specificamente condotti sulla popolazione geriatrica con infezione da HIV, sia di pensare a modelli che vadano al di là della sola valutazione viro-immunologica.

Il tema dell’invecchiamento sembra suscitare molta ansia tra le persone con HIV. Grazie alle terapie si sono aperte nuove prospettive di vita, ma quale qualità della vita ci si può attendere?

E’ un tema che durante questo convegno è stato sollevato da molte testimonianze. Sento di poter rassicurare molto le persone con HIV. Ci sono state diverse, interessantissime relazioni durante il summit che hanno dimostrato come l’impatto dei disturbi neurocognitivi in HIV si sia molto ridotto in questi anni in cui lo abbiamo monitorato. E questo non solo perché abbiamo cambiato gli strumenti di valutazione ma, probabilmente, perché abbiamo una nuova generazione di pazienti che invecchia senza aver vissuto le condizioni drammatiche dell’era precedente le ART e anche perché abbiamo avuto successo nella riduzione del fenomeno dell’invecchiamento precoce. Abbiamo dimostrato come le traiettorie di fragilità stiano andando nella direzione giusta. Certo, intorno ai cinquanta anni si manifesta ancora un certo livello di fragilità ma per il 2030 si prevede una forte riduzione della vulnerabilità in questa fascia d’età. I progressi della medicina per l’HIV, l’accesso tempestivo alle terapie, l’evitare bassi livelli di Nadir CD4 e farmaci meno tossici di quelli del passato ci stanno portando a vedere una storia naturale d’invecchiamento più simile a quella della popolazione generale. Tutto questo rimane però legato anche alla variabilità individuale: ogni traiettoria personale va poi valutata dal punto di vista clinico.

Qual è il percorso da fare per migliorare le prospettive di un invecchiamento in salute?

Da questo punto di vista bisogna fare tanta educazione verso i centri clinici, verso i medici che devono saper raccogliere degli "outcome geriatrici" significativi e tanta educazione verso il paziente per prepararlo a diventare vecchio ma senza attribuire a questa condizione caratteristiche negative. Non si tratta necessariamente di strategie ad alto costo. Nel convegno abbiamo dimostrato come la descrizione dell’invecchiamento vada fatta in maniera positiva e non negativa: ciò che descrive la clinica del paziente è la capacità funzionale residua e quindi non il numero delle comorbidità attinenti allo stadio clinico; L’obiettivo di un invecchiamento in salute è valorizzare la capacità della persona con HIV di poter condurre una vita conforme ai propri desideri. E’ ora di smettere di parlare di “malattia” da HIV bisogna piuttosto parlare di “salute” della persona che vive con infezione da HIV. Questo ci sta insegnando la medicina geriatrica ed è quanto dobbiamo applicare anche nell’ambito dell’HIV. Si tratta di intraprendere una rivoluzione culturale, di cominciare a parlare in termini positivi, di cominciare a raccogliere i dati che ci parlino della capacità funzionale del paziente.

Nella sua relazione lei ha posto l’accento proprio sull’importanza dell’ascolto nel rapporto medico-paziente: saper comprendere, cioè, quello che la persona riferisce come problematico e non valutare solo ciò che è oggettivamente problematico. A cosa porta questo nuovo punto di vista?

Uno degli elementi che emerso è stata la necessità di integrare i PROs, Patient Reported outcomes (ndr: una sorta di questionari sullo stato di benessere generale riferito dal paziente senza mediazioni del medico) nell’ambito della valutazione clinica, quindi tutto ciò che deriva dall’esperienza. La medicina geriatrica, inoltre, più di altre branche, sta sperimentando nuove tecnologie che possono permettere l’ascolto del paziente attraverso vari registri comunicativi. Sono state riportate, ad esempio, esperienze di raccolta di informazioni anche attraverso APP installate sui nostri cellulari o tramite rilevatori dell’attività fisica come braccialetti o contapassi. Ecco, queste informazioni si possono integrare con quanto riferito dal paziente attraverso i questionari PROs e con la valutazione clinica, così da avere un approccio sempre più olistico e complessivo che ci aiuti a descrivere lo stato di salute di una persona e non solo lo stato di malattia. Se dovessi riassumere cosa può cambiare nella prospettiva della medicina geriatrica per l’HIV è il saper cominciare a descrivere l’invecchiamento come un fenomeno di salute e il saper raccogliere gli aspetti positivi della salute delle persone che vivono con HIV.

Fitness e cure integrate per le persone anziane
(aspetti sociosanitari)
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La salute degli anziani/e va valutata, come si è detto, non solo dalla presenza, o meno, di malattie ma anche dalla capacità delle persone di interagire con l’ambiente circostante. Fondamentali per un invecchiamento in salute sono, dunque, le opportunità offerte dalle comunità e dai servizi pubblici, anche in termini di educazione alla salute della popolazione anziana.

Esempi importanti arrivano da una serie di studi e programmi d’intervento nel campo geriatrico che prevedono, tra l'altro, un vasto uso delle nuove tecnologie applicate alla salute (IoMT, Internet of Medical Things). Tra questi lo studio Sprintt condotto presso sedici centri clinici europei, tra i quali l’Università Cattolica di Roma e il progetto InCHIANTI, sostenuto dalla Sanità regionale Toscana. Oltre ad un alto valore sul piano della ricerca, entrambi i programmi mostrano il successo di modelli di prevenzione delle disabilità motorie geriatriche e dei deficit cardiovascolari basati su esami clinci periodici, sull’esercizio fisico, sul controllo dell’alimentazione e degli stili di vita, sull’uso delle nuove tecnologie. In particolare, dispositivi “indossabili” o trasportabili come contapassi, cardiofrequenzimetri, App, si sono mostrati in grado di rilevare dati fondamentali per la ricerca sui profili di salute e di migliorare l’aderenza ai programmi di invecchiamento in salute. Risultati interessanti sono arrivati anche dallo “Smart APP Study” condotto dal Dipartimento Scienze Biomediche per la Salute dell’Università di Milano e dall’Ospedale San Raffaele su un gruppo di persone in ART. Il programma ha confermato  gli effetti benefici che l’attività fisica, sia aerobica sia di potenziamento muscolare, può avere sul benessere generale ma ha anche confermato come l’uso di nuovi strumenti tecnologici possa migliorare l’aderenza a stili di vita più sani. In sole dodici settimane, che prevedevano varie attività guidate, si sono osservati significativi miglioramenti dei parametri muscolari e cardiovascolari, una riduzione del colesterolo, una riduzione dei marcatori infiammatori, una riduzione della massa grassa, un miglioramento dell’umore. L’utilizzo di un’App specifica ha favorito, nel gruppo che l’ha utilizzata, la continuità dei programmi di allenamento, con risultati migliori rispetto a chi ha ricevuto un tradizionale programma cartaceo. Specificamente rivolto alla popolazione anziana con HIV è anche “My Smart Age with HIV”, attivato presso la Clinica Metabolica di Modena che prevede un modello d’assistenza multidisciplinare, arricchito di nuove professionalità e nuove tecnologie tramite smartphone o strumenti di tracciamento fitness. Prevista, in particolare, la figura dell’”Health Coach”, un operatore che cura l’empowerment della persona nel cambiamento dei propri stili di vita o il Data Manager, in grado di elaborare i dati raccolti attraverso i nuovi strumenti tecnologici.

Citiamo, infine, uno studio condotto dall'Università del Colorado,, presentato in occasione dell’ultima, recente sessione di CROI 2018. L’indagine era volta a valutare gli effetti dell’attività fisica su ventotto pazienti con HIV tra i cinquanta e i sessantacinque anni, posti a confronto con trentuno pari età HIV negativi. Tutte le persone arruolate avevano in origine uno stile di vita sedentario o poco attivo. L’avvio di programmi di attività fisica moderata ha mostrato un impatto positivo nel contrasto al deterioramento fisico in entrambi i gruppi. Il passaggio a un programma fisico più intenso ha, invece, dimostrato un migliore recupero delle funzioni fisiche nei pazienti HIV positivi rispetto al gruppo di controllo.

Parole e segni di prevenzione. Il progetto di LILA Piemonte per la prevenzione tra le persone sorde. Sosteniamo la raccolta fondi
(dalle sedi)

La Lila Piemonte  onlus, in collaborazione con la Fondazione Istituto dei Sordi di Torino Onlus, sta lavorando ad un progetto per la creazione di materiale informativo sull' HIV/AIDS, accessibile alla popolazione sorda, dal titolo "Parole e segni di prevenzione".

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LILA Milano e LILA Nazionale premiano i giovani creativi e le giovani creative della NABA, la Nuova Accademia di Belle Arti
(dalle sedi)

Lo scorso 9 marzo, presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, si è svolta la proclamazione dei vincitori di un concorso, frutto della stretta collaborazione tra LILA, Fondazione LILA Milano e NABA.

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#Dovevailtuo5X1000: In Zimbabwe, perchè non nascano più bimbi con Hiv
(dalle sedi)

Al Luisa Guidotti Hospital di Mutoko, vengono consegnati pacchi spesa mensili alle donne incinte che prenotano il parto già dal secondo mese di gravidanza, effettuano i controlli periodici e portano il partner a fare il test. Il risultato è che nessuno dei bambini nati nell'ospedale da allora ha il virus. Grazie al progetto “Suzy Costanzo” finanziato con il 5x1000 a Lila Catania. Che vorrebbe estendere l’attività a tutte le persone in trattamento antiretrovirale.

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LILA Catania | Il diritto alla salute è senza frontiere
(dalle sedi)

Dalla stazione centrale alla chiesa della comunità nigeriana ai centri Sprar: si sono tenuti nelle zone della città più frequentare dagli immigrati gli incontri informativi e la distribuzione di condom e femidom previsti dal progetto finanziato dalla Chiesa Valdese, che ha permesso di contattare in un anno circa 1000 persone.

"Abbiamo fatto esperienze importanti di conoscenza delle comunità straniere che vivono nella nostra città": Maria Grazia Messina, volontaria di LILA Catania e coordinatrice del progetto "Solidarietà senza Frontiere", co-finanziato dall'ottopermille della Tavola Valdese, parla con entusiasmo delle attività svolte per facilitare l'accesso ai servizi di salute e prevenzione dei migranti che vivono nella città siciliana. "In un anno abbiamo tenuto 9 incontri di educazione sanitaria e sessuale all'interno degli Sprar – i centri di accoglienza per Richiedenti Asilo e Rifugiati - e due volte abbiamo persino parlato nella chiesa evangelica nigeriana - spiega Messina – che a Catania si trova in un garage". La volontaria di Lila Catania racconta come particolarmente coinvolgente l'incontro avvenuto dopo la lettura del vangelo domenicale, animata da canti e balli della comunità dell'Africa occidentale: "Insieme al medico della LILA abbiamo parlato di salute e prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse a circa 40 persone e, alla fine, dopo una discussione stimolata dalle domande dei presenti, abbiamo distribuito preservativi e femidom".

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Nuove strategie contro l'Hiv: fondamentale aggiornare la comunicazione. La LILA è già in campo.
(dalle sedi)

In questi ultimi anni si sono andate affermando nuove importanti strategie cliniche che, come dimostrato da un’ampia documentazione scientifica, permettono di potenziare fortemente le opportunità a nostra disposizione sul fronte della prevenzione e della cura dell’Hiv. Strumenti quali TasP (Treatment as prevention), PrEP e PEP (profilassi Pre e Post Esposizione) stanno evidenziando la possibilità di ridurre, a percentuali vicine allo zero, i rischi di contagio tra una persona con Hiv ed il proprio/ la propria partner. Non a caso, anche Unaids ha incentrato quest’anno la propria campagna di informazione sull’utilizzo di questi trattamenti invitando i paesi membri a sfruttarne al massimo le potenzialità se si vuole raggiungere l’obiettivo della sconfitta dell’Aids per il 2030.

In particolare la TasP, si configura come una risorsa cruciale per fermare la trasmissione del virus dell’Hiv: la terapia antiretrovirale infatti, azzerando la carica virale di Hiv nell’organismo, riduce drasticamente il rischio di trasmissione dell’infezione sia per via sessuale che ematica ed assume un alto valore di prevenzione.

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LILA CAGLIARI racconta il suo primo dicembre
(dalle sedi)

LILA Cagliari racconta il suo Wad 2016, punto d’arrivo di impegni e progetti attivi per tutto l’anno. Testing week, Report Educaids dedicato ai giovani, LILA Walking sono le iniziative che hanno riscosso un’ampia partecipazione da parte dei cittadini e che hanno avuto ampio risalto sui media locali. A queste iniziative si è aggiunto un evento di respiro internazionale: presentata a Cagliari, per la prima volta in Italia, la serie americana “DIRTY30”, storie di persone con Hiv, in una versione cinematografica curata dal centro studi dell’associazione.

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Lila Cagliari organizza webinar del progetto EducAids nella scuola
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La prevenzione dell’HIV non si ferma neanche ai tempi del Covid-19: Lila Cagliari ha trasformato il progetto EducAids rivolto alle scuole in un’edizione online aperta a tutti gli istituti superiori. 

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I NUMERI? POCO ATTENDIBILI l'editoriale di massimo oldrini
(editoriale)

 

Da tempo sollecitiamo le istituzioni italiane ad una maggiore attenzione sui numeri che vengono dati quando si parla di HIV, perché grande ci sembra la confusione e scarse le attenzioni poste a questo tema.

Ad esempio, dalle incongruenze che chiunque può verificare in materia di infezioni da HIV nelle persone che usano sostanze, dove nell’ultima Relazione al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze pubblicata sul sito del Dipartimento Antidroga si legge che nel 2014 sono state 2.852 le persone che sono risultate positive nei centri per la cura delle tossicodipendenze, peccato che nel rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità dello stesso anno si parli del 3,8% delle 3.700 diagnosi di HIV fatte in persone che usano sostanze, e quindi di circa 200 persone.

Così come non ci torna leggere nell’ultimo rapporto OSMED che i farmaci usati per la cura dell’HIV nell’ultimo anno hanno subito un decremento sia in termini di compresse che di costi globali, perché quello che si sente dai clinici in ambito scientifico è che il numero di persone che entrano in trattamento è in costante crescita anche in ragione dell’elevato numero di late presenter che ogni anno vengono diagnosticati.

Fino ad arrivare alla pubblicazione annuale dell’Istituto Superiore di Sanita redatta dal Centro Operativo AIDS che se da un lato tende a minimizzare la portata del problema parlando di situazione stabile, dall’altro più volte ribadisce la possibile sottostima della reale situazione.

E questa difficoltà ad avere un quadro chiaro della situazione dell’HIV nel nostro paese è evidente guardando i report delle agenzie internazionali. Nel report annuale dell’ECDC pubblicato a fine 2015 in molte parti si legge che i dati italiani o non sono disponibili o giudicati poco attendibili.

Così come non sono disponibili molti set di dati richiesti per la compilazione del “Global AIDS Response Progress Reporting 2016” di UNAIDS e nel questionario che l’ECDC ha inviato agli stati della regione europea rispetto al “Monitoring implementation of the Dublin Declaration 2016”.

E come si fa ad affrontare una cosa che non si conosce? Questo è il punto. Come si può davvero monitorare l’andamento dell’infezione in Italia se mancano dati importanti? A volte, visto le tante disattenzioni delle istituzioni italiane, dal Ministero della Salute alla Presidenza del Consiglio che ha la delega sulle droghe, dall’Istituto Superiore di Sanità che deve predisporre i rapporti su cui i decisori politici dovrebbero basare le proprie scelte, alle Regioni che concretamente erogano prestazioni e assistenza e che hanno l’obbligo della notifica di HIV e AIDS assegnatagli dal decreto del 2008, siamo portati a domandarci se tutto questo non sia un disegno per non affrontare un problema che tutti gli schieramenti e partiti politici hanno difficoltà a affrontare. Perché parlare di AIDS vuol dire parlare di sesso, di piacere e la nostra classe politica non è ancora pronta.

Il non avere il controllo dei numeri dell’infezione da HIV è la spia di allarme della scarsa attenzione che le istituzioni hanno verso questo tema. E non ci interessa trovare le responsabilità o un capro espiatorio, ci interessa invece trovare maggiore attenzione da tutte quelle istituzioni italiane coinvolte nel controllo dell’infezione che oggi quasi si rimpallano responsabilità.

Perché a nostro avviso molto ci sarebbe da riflettere sulla reale situazione. A partire da come si legge la storia dell’HIV nel nostro paese. Quando si parla degli anni bui dell’AIDS in Italia, dal 90 al 96, dove ogni anno erano circa 5.000 le diagnosi di AIDS (che però purtroppo corrispondevano nella quasi totalità a prime diagnosi), non dobbiamo scordarci che oggi, se siamo bravi a leggere il rapporto del COA, perché nel nostro paese esistono due registri diversi, HIV e AIDS, possiamo capire che ce ne sono circa 4.500 le persone che ogni anno vengono a conoscenza di aver contratto l’HIV, e che quindi oggi non viviamo certo in una situazione tranquillizzante e tanto diversa dai primi anni. Per fortuna ci sono le terapie e almeno sono crollate drasticamente le morti, anche se anche quelle non vengono più contate come un tempo e sono un altro dato mancante.

Il religioso arrestato a Prato: se avere l’HIV diventa un reato. LILA: basta con le narrazioni che stigmatizzano tutte le persone con HIV e danneggiano la prevenzione.
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La vicenda del religioso arrestato a Prato per droga e truffa, porta alla ribalta un cliché giudiziario e mediatico stigmatizzante nei confronti delle persone con HIV e delle persone LGBTQ+.

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21 luglio 2021: buon compleanno U=U! Diretta globale con PAC per celebrare l’evento e guardare avanti
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Il prossimo 21 luglio l’iniziativa internazionale “Prevention Access Campaign” (PAC), che ha diffuso nel mondo il rivoluzionario messaggio U=U, compirà cinque anni. Per celebrare la ricorrenza, fare un bilancio di quanto fatto finora e della strada che ancora c’è da fare è prevista, alle 21 ore italiane, una diretta Facebook e Youtube promossa da PAC dal Titolo: “Happy Birthday U=U, cinque anni di vita e d’amore senza la paura di trasmettere l’HIV”.

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Al via il meeting ONU ad alto livello sull’HIV/AIDS per il prossimo decennio. L'Italia aggiorni il quadro normativo. Nessuna nuova legge senza la società civile.
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La pandemia da COVID-19 ha evidenziato e reso esplosive le debolezze del nostro sistema socio-sanitario dal punto di vista della continuità delle cure, della loro qualità, della prevenzione , dell’accesso alle prestazioni. Le opportunità di rilancio del nostro welfare, offerte dai piani europei post -COVID aprono la possibilità di compiere un salto di qualità nel campo del diritto alla salute, che non può non coinvolgere la società civile e le community di cittadini e cittadine attive da anni in questo campo, a partire da un aggiornamento delle norme e dei piani sanitari.   

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HIV: anche le donne hanno diritto alla PrEP! L’appello di Coalition Plus, LILA e Plus per l’8 marzo.
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L’efficacia della PrEP, la Profilassi Pre-Esposizione, nella prevenzione dell’HIV è comprovata da tempo, tanto che l’OMS ne raccomanda, sin dal 2015, l’uso per tutte le persone più esposte al virus, comprese le donne.

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