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Lila dice....
Premessa
Il numero delle persone che vivono con l’Hiv/Aids
continua ad aumentare: da 35 milioni nel 2001 siamo passati
a 38 milioni nel 2003, sino a raggiungere i 40,3 milioni nel 2005.
Si stima che oggi gli adulti sieropositivi siano 38 milioni (17,5
milioni sono donne), di cui la maggioranza risiede in paesi con
risorse economiche limitate. Fin dagli inizi della pandemia il numero
delle donne affette da Hiv/Aids è in crescita
costante, anno dopo anno, per ragioni che si possono ricondurre
a una maggiore suscettibilità a contrarre il virus HIV per
via eterosessuale, a una minor capacità di contrattazione
rispetto a pratiche di sesso sicuro, anche all’interno del
nucleo familiare, all’essere spesso vittime di violenze anche
domestiche, alle minori risorse economiche a disposizione, a una
più bassa scolarizzazione e all’avere un accesso ai
servizi sanitari minore rispetto a quello degli uomini.
Sempre nel 2005, circa 3 milioni di persone sono morte di Aids e
4,9 milioni sono state le nuove infezioni. Da quando la malattia
è stata identificata, nel 1981, sono morte oltre 25 milioni
di persone.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità
(OMS) stima che nei paesi in via di sviluppo le persone che necessitano
di un trattamento antiretrovirale - vale a dire una combinazione
di almeno tre farmaci in grado di inibire la replicazione del virus
Hiv - siano almeno 6 milioni. Di questi, però, solo una minoranza
può accedere alla terapia, mentre nei paesi industrializzati
l’accesso generalizzato ai farmaci ha ridotto i tassi di mortalità
dell’80%.
Il 1° dicembre, come ogni anno,
si rinnova l’attenzione su scala mondiale al problema Hiv/Aids:
ancora un aumento del numero delle infezioni e delle morti a fronte
di una difficile e complessa strategia di interventi che ha come
comune denominatore l’intenzione di sconfiggere il dilagare
dell’epidemia. Ma che cosa si sta realmente facendo, quali
sono le azioni concrete dei governi sulla base di dichiarazioni
di intenti nobili e condivisi?
L’istituzione più importante a livello internazionale
nella lotta all'Aids, l’UNAIDS (Joint United Nations Programme
on Hiv/Aids), lancia quest’anno un appello ai governi di tutti
i paesi del mondo perché mantengano le promesse fatte e gli
impegni presi:
“STOP AIDS. KEEP THE PROMISE”
di seguito a questo documento la traduzione
della versione originale dell’UNAIDS
STOP AIDS. MANTIENI
L’IMPEGNO!
In Italia più che di promesse
non mantenute alle quali appellarci, vista la totale inversione
di tendenza di investimenti nella risoluzione di un problema sempre
presente, non ci resta che chiedere alle Istituzioni e soprattutto
alla classe politica di qualunque “colore” essa sia
di MANTENERE L’IMPEGNO nella lotta all’Aids pensando
a una strategia nazionale condivisa soprattutto con la società
civile e le parti sociali (associazioni, amministrazioni locali,
enti pubblici e privati) che da anni sono attive per combattere
il vuoto di informazione e di sostegno alla popolazione che trova
ancora difficoltà nell’accedere ai Servizi.
Se è vero che si è fatto molto sul fronte della ricerca
tecnico-scientifica permettendo alle persone sieropositive di accedere
ai trattamenti farmacologici disponibili in Italia dal 1996 e quindi
di migliorare le aspettative di vita, rimane preoccupante il calo
di attenzione agli aspetti sociali e psicologici che pericolosamente
lasciano aperte questioni ancora legate all’imbarazzo e ai
tabù nell’affrontare il tema Aids e sessualità:
il tutto si traduce in paura, disinformazione, emarginazione e discriminazione
e inevitabilmente in nuove infezioni.
Dati COA
A conferma di ciò ogni anno il bollettino del COA (Centro
Operativo Aids) dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità)
riporta una continua crescita di infezioni:
Nel primo semestre del 2005 in Italia sono stati notificati 789
nuovi casi di Aids: 443 diagnosticati solo nel primo semestre 2005,
gli altri nei mesi precedenti; in particolare di questi 443 ben
171 li troviamo in Lombardia, 47 in Emilia Romagna, 34 in Toscana,
24 in Veneto, ecc. fino alla Valle d’Aosta e al Molise dove
non si sono registrati nuovi casi.
Dal 1982, anno della prima diagnosi di Aids nel nostro paese, a
giugno 2005 sono stati notificati 55.286 casi di malattia conclamata
con una distribuzione sul territorio nazionale che vede la Lombardia
al primo posto con 16.723, poi il Lazio con 7.217 e a seguire l’Emilia-Romagna
con 5.369, il Piemonte con 3.685 e via via le altre regioni fino
al Molise con 44 casi di Aids.
I dati mostrano anche un aumento dei casi attribuibili alla trasmissione
sessuale, sia omosessuale che eterosessuale. Infatti, le
caratteristiche di coloro che acquisiscono l’infezione oggi
sono completamente diverse da quelle di 10 o 20 anni fa quando lo
scambio di siringhe tra le persone tossicodipendenti era il maggior
veicolo di propagazione del virus. Inoltre, come nel resto del mondo,
anche in Italia il numero delle donne sieropositive
è in crescita.
Dati del Centralino
telefonico LILA (2004 + primo semestre
2005)
I centralini telefonici della LILA, 17 sparsi su tutto il
territorio nazionale, continuano la loro opera di informazione
e sensibilizzazione rispondendo a domande di ogni tipo e confrontandosi,
giornalmente, con mille richieste e mille quesiti tra i più
disparati.
Risposte tese a ridurre l’ansia, a togliere dubbi, a rompere
dinamiche comunicative parziali e non scientifiche che causano allarmismi
e incidono pesantemente sul mantenimento dei pregiudizi che colpiscono
le persone sieropositive.
Profilo dell’utenza
Per quanto riguarda il 2004, sono stati in prevalenza gli uomini
a chiamare (77%) rispetto alle donne (23%).
Sul totale delle chiamate che sono arrivate ai nostri centralini,
il 31,5% sono state fatte da persone che hanno detto di essere sieropositive
mentre il 16,7% ha dichiarato di essere sieronegativo. Il restante
51,8% non ha comunicato il suo stato sierologico, né è
stato possibile desumerlo dalla conversazione.
Rispetto al totale delle chiamate in cui viene dichiarata la propria
sieropositività, per il 35% si tratta di donne, mentre il
restante 65% è composto da uomini.
Cosa ci chiedono
Il 43,7% di chi ci chiama vuole avere informazioni sul rischio
di contagio e in particolare sul rischio riferito ai comportamenti
sessuali. Chiede spesso informazioni (siamo a quasi la
metà delle chiamate) su argomenti che dovrebbe già
sapere, perché questa epidemia è presente da oltre
vent’anni e - dal 1990 a oggi - sono state spese cifre ingenti
da parte dei vari Ministri per finanziare campagne nazionali di
informazione: evidentemente con scarsi risultati.
Il 6% circa delle persone che chiamano hanno ancora in mente l’idea
che il bacio possa essere a rischio e, se di per sé la cosa
può far sorridere, assume in realtà toni assai gravi
se si pensa quali livelli di discriminazione e di intolleranza può
produrre una simile convinzione. Se, come abbiamo registrato, il
17% delle telefonate ci chiede di fugare i dubbi rispetto al rischio
in caso si masturbazione reciproca, allora vuol dire che in Italia
siamo lontanissimi dall’aver dato alla popolazione una corretta
informazione, come invece vorrebbero farci credere le istituzioni
nazionali e locali.
A tutt’oggi il 27,6% delle persone che chiama vuole approfondire
le informazioni sul test e sul periodo finestra
perché non ha chiaro cosa fare, dove rivolgersi,
a chi chiedere informazioni; non ci si deve stupire quindi
se l’ISS ci dice che più del 60% dei nuovi casi di
Aids sono rappresentati da persone che scoprono nello stesso momento
la propria sieropositività e la diagnosi di Aids. Se le campagne
fino a oggi proposte su scala nazionale hanno confuso gli affetti
con la prevenzione all’Aids e hanno mantenuto vivo il pensiero
che, in fondo, chi se lo prende è perché “se
lo è andato a cercare”, non possiamo meravigliarci
del risultato a cui è giunto lo studio I.CO.NA. (Italian
Cohort Naive Antiretrovirals) secondo il quale la trasmissione oggi
avviene - nella maggior parte dei casi - in famiglia.
Quando ci chiamano, le donne sembrano essere più informate
rispetto agli uomini, ma è significativo rilevare che soltanto
il 23% delle chiamate sente una voce di donna che le risponde.
Inoltre l’informazione che le donne ricevono è ancor
più difficile da comprendere, perché è tutta
declinata al maschile e non c’è nessun servizio, nemmeno
quelli che si definiscono dedicati, che adatti quell’informazione
al loro corpo, alle loro pratiche sessuali, alla necessità
di tutela che una sessualità penetrativa imporrebbe di adottare.
Le donne che ci chiamano sono infatti le donne sieropositive perché
spesso si sentono ancor più sole, isolate e discriminate
degli uomini.
Cosa ci dicono
In generale, possiamo dire che il 38% delle telefonate riguardanti
il rischio di contagio sono frutto di timori immotivati
che derivano da una errata percezione del rischio.
Ciò può avere almeno due cause: una sicuramente riconducibile
a una cattiva informazione che non aiuta il singolo a percepire
il pericolo reale; l’altra è invece legata a una modalità
cognitiva “selettiva” che porta alcune persone a percepire
solo le informazioni che confermano le proprie paure. Ad esempio
questi soggetti spesso diffidano delle informazioni dei media e
screditano quelle che l’operatore o l’operatrice sta
fornendo loro (“… sì ma se poi si scopre che
il bacio è pericoloso?…”).
Questo tipo di atteggiamento, più diffuso di quanto si possa
credere, è molto frequente in uomini sposati che si rimproverano
per aver tradito la moglie o per aver avuto rapporti sessuali con
una prostituta o con una trans. Nel 12,3% dei casi ci chiamano spaventati,
anche se ci riferiscono di rapporti avuti con prostitute con cui
hanno usato il preservativo in maniera corretta e senza che questo
si sia rotto. Oppure, come accade nel 32,5% dei casi, esprimono
ansia per aver “ricevuto” un rapporto orale da una persona
che non è la loro moglie.
Sono situazioni che possono apparire paradossali ma che raccontano
di un disagio diffuso in cui ancora oggi vive buona parte della
popolazione sessualmente attiva del nostro paese.
Campagne di comunicazione/prevenzione
ministeriali
L’impegno nella lotta all’Aids non può lasciare
in secondo piano campagne di comunicazione efficaci volte a sensibilizzare
la popolazione sulle modalità di contagio per contenere l’infezione:
fino a oggi contiamo pochissime iniziative nazionali ma soprattutto
poco incisive sul piano della modifica dei comportamenti perché
ancora legate a posizioni oscurantiste che non permettono di fare
informazione corretta e laica parlando esplicitamente dell’importanza
dell’uso del preservativo.
Le statistiche evidenziano chiaramente come la diffusione
del virus Hiv avviene oggi per lo più attraverso il contagio
per via sessuale e su questa evidenza non si può
restare pericolosamente arroccati su posizioni moraliste comunicando
alla popolazione quali scelte di vita sono più o meno pericolose:
la castità e la fedeltà non sono principi realistici
da consigliare se si vuole davvero incidere sulla modifica dei comportamenti
a rischio tra la popolazione sessualmente attiva, specie nell’odierno
contesto storico e culturale.
Il preservativo - insieme all’educazione
sessuale e al controllo delle infezioni sessualmente trasmesse -
è uno dei punti fondamentali delle campagne di informazione
e prevenzione approvate dall’OMS in tutti i paesi del mondo:
ma, mentre la maggior parte degli stati europei confeziona progetti
di comunicazione parlando esplicitamente del profilattico, l’Italia
sta ancora a guardare vincolata a scelte comunicative troppo influenzate
da una cultura confessionale. Inoltre, l’alto costo dei condom
è da sempre una barriera al suo utilizzo soprattutto da parte
dei giovani.
Campagne mirate
Il linguaggio adottato non può tralasciare i targets
specifici ai quali si rivolge: sono necessari accorgimenti particolari
se la comunicazione sui comportamenti a rischio arriva alle donne
piuttosto alle persone omosessuali, ai giovani o alle persone sieropositive.
L'esperienza della LILA – da anni impegnata nella prevenzione
dell'Hiv attraverso interventi specifici nelle scuole, nei locali
notturni e in eventi esterni sul territorio – evidenzia come
l'uso di un linguaggio mirato e consapevole delle abitudini dei
destinatari (nel pieno rispetto di tutti gli orientamenti sessuali)
sia uno strumento fondamentale per raggiungere gli scopi della comunicazione
operata. Allo stesso modo le campagne di informazione nazionale
dovrebbero tenere in grande considerazione questo aspetto. Che dire
infatti della completa assenza, per esempio, di iniziative nazionali
dirette agli uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini
(MSM), come se questi milioni di persone non esistessero e i loro
comportamenti non riguardassero istituzioni nate per tutelare la
salute di tutti i cittadini e le cittadine al di là del loro
orientamento sessuale.
Hiv e Donne
Anche per le donne i discorsi sulla prevenzione restano prigionieri
di vecchie dicotomie: donne senza sessualità/uomini irresponsabili;
donne senza desiderio/uomini incapaci di controllarlo. Vale a dire
che ancor oggi la loro vita sessuale ha difficilmente diritto di
cittadinanza e che le campagne di prevenzione già in partenza
non si interessano né delle pratiche sessuali femminili né
dei loro desideri, o – peggio - fanno una caricatura dei loro
comportamenti.
In Italia è praticamente assente il profilattico femminile
che, molto simile a quello maschile, è in lattice e deve
essere inserito prima della penetrazione ogni volta che si ha un
rapporto sessuale. Questo preservativo è disponibile nelle
farmacie e nei consultori di molti paesi: in Brasile, per esempio,
il governo lo distribuisce gratuitamente a tutte le donne che ne
facciano richiesta; in Francia il governo, sollecitato dalle associazioni,
ha lanciato una campagna specifica su questo prodotto e lo ha reso
disponibile a prezzi accessibili. In Italia, invece, lo si può
acquistare solo nei sexyshop, come se fosse un giocattolo sessuale
e a prezzi molto alti (5 euro circa caduno), mentre dovrebbe essere
considerato un’opzione in più per le donne che vogliono
gestire in prima persona la propria protezione.
Commissione Nazionale Aids e Consulta del
Volontariato
per i problemi dell’Aids
Una strategia nazionale efficace di lotta all’Aids
non può dimenticare nessuno degli elementi sociali e psicologici
del problema e per fare ciò il coinvolgimento di attori sociali
impegnati in prima linea nella lotta all’Aids è di
assoluta priorità. Questo aspetto è riconosciuto di
vitale importanza da tutte le istituzioni internazionali, UNAIDS
compresa, e a volte ribadito anche dal Ministero della Salute italiano,
ma a fronte di ciò la realtà è ben differente.
Il dialogo tra le istituzioni nazionali e la società
civile è spesso assente, nei rari casi dove sussiste
spesso è parziale e le posizioni differenti tra istituzioni
e associazioni non riescono a trovare una corretta sintesi che produca
poi un intervento lì dove è stato individuato il problema.
Nell’ormai lontano 1987 l’allora Ministro
della Sanità istituì la Commissione Nazionale
Aids che aveva come compito di fornire indicazioni, proposte,
svolgere un’azione di coordinamento per contenere l’infezione.
Inizialmente le finalità erano soprattutto l'emergenza organizzativa
clinico-sanitaria e assistenziale legata all'Aids e ovviamente la
sorveglianza epidemiologica. A fronte di ciò le professionalità
chiamate in causa dal Ministro, in qualità di esperti del
settore, sono sempre state medico-sanitarie. La totalità
degli esperti comprende tuttora infettivologi, immunologi, virologi
o esperti di sanità pubblica.
Oggi, dopo quasi vent’anni, considerato che
alcuni obiettivi generali medico-organizzativi sono stati raggiunti
ed è stato costituito un servizio di sorveglianza epidemiologica,
crediamo che la funzione di questa commissione vada riconsiderata
rispetto alle attuali priorità e modificata di conseguenza.
Una corretta ed efficace prevenzione è sicuramente una priorità.
Sarebbe importante includere esperti di scienze umane tuttora assenti
dalla commissione (con l’eccezione della sola psicologia).
Sociologi, operatori in scienze dell’educazione e dei comportamenti,
sessuologi, comunicatori potrebbero finalmente stimolare un piano
di prevenzione efficace e diretto alle varie tipologie di popolazione
e implementare i programmi di accesso ai servizi e alle cure per
le popolazioni vulnerabili: persone con disagio economico e sociale,
consumatori di sostanze illegali per via iniettiva, persone che
si prostituiscono, persone detenute, migranti.
Irrisolta e insufficiente rimane la partecipazione
della società civile alla commissione che vede una
sola persona sieropositiva - nominata dal Ministro - come
esperta in problematiche delle persone sieropositive.
La Consulta Nazionale del Volontariato per
i problemi dell’AIDS, che dovrebbe essere un organismo parallelo
alla Commissione e in contatto con essa, nel 2005 non è
mai stata convocata dal Ministro lasciando presumere un
vuoto istituzionale fino alle prossime elezioni politiche.
Chiediamo all’attuale Ministro
un gesto concreto e tangibile di un impegno in materia di AIDS,
di provvedere all’immediata ricostituzione, entro il mese
di dicembre, della Consulta del Volontariato, incentivandone la
collaborazione con la Commissione. Dal nostro punto di vista, una
maggiore valorizzazione del lavoro della Consulta si rende oggi
ancor più necessaria vista l’importanza che gli aspetti
sociali e socio-assistenziali rivestono per le persone con Hiv/Aids.
Nello specifico chiediamo:
- che le nomine di Commissione e Consulta avvengano contemporaneamente
e per un periodo di due anni, in modo tale da consentire ai componenti
una maggiore efficacia programmatoria;
- che il numero di componenti della Consulta chiamati a partecipare
alle riunioni della Commissione Nazionale Aids sia portato a 4,
in modo da migliorare la comunicazione e la collaborazione tra i
due organismi.
Situazione carcere
Ancora un altro asse di fondamentale importanza per una presa in
carico totale del problema Aids è la situazione delle persone
detenute Hiv+ e in Aids all'interno del carcere.
Ancora oggi la legge 231/99 sull'incompatibilità
tra Aids e carcere non viene rispettata, così molte
persone ritenute incompatibili con la detenzione vengono recluse
nei centri clinici all'interno del penitenziario senza però
ricevere adeguata assistenza.
Allo stesso modo le persone sieropositive in terapia
non trovano all'interno del luogo di detenzione l'accesso garantito
ai farmaci antiretrovirali. Questa grave situazione si protrae da
anni e poco si è fatto per garantire un adeguato stanziamento
di fondi alla sanità carceraria, ma soprattutto non
si è mai concluso l'iter legislativo (d.lgs 22/6799)
che prevede il trasferimento delle funzioni sanitarie svolte dall'amministrazione
carceraria al Servizio sanitario nazionale. Solo poche Regioni hanno
avviato il percorso sperimentale in tale direzione mentre è
invece necessario un impegno continuo e attento a livello nazionale.
Già nel 2003 la Consulta Nazionale Aids aveva sollevato questo
problema, accolto e fatto proprio da ben 65 parlamentari con un'interpellanza
al Ministro della salute e al Ministro di giustizia sulle condizioni
di vita e di salute delle persone sieropositive in carcere. Le risposte
concrete da parte del governo non sono mai arrivate se non continui
tagli ai fondi per la sanità carceraria in occasione di ogni
nuova finanziaria.
Riduzione del danno e
consumo di sostanze
In questi ultimi vent’anni il consumo di sostanze è
stato declinato prevalentemente con i paradigmi della patologia
e della devianza. Se nei decenni passati le modalità di risposta
sono state soprattutto di tipo sanitario, ultimamente è maggiormente
condivisa una visione del problema non legata al riduzionismo biologico.
Tale visione, centrata sulla soggettività del consumatore,
cerca di coniugare i principi etici dell’autonomia e dell’autodeterminazione
nell’ottica dell’alleanza terapeutica.
Quindi, il tema dei diritti, nella dimensione della loro concreta
esigibilità, è divenuto tema centrale nelle politiche
di inclusione sociale e piena cittadinanza.
Se è vero che la maggior parte delle infezioni
avviene oggi attraverso il contagio sessuale - smontando finalmente
il preconcetto di categorie a rischio - non si può però
tralasciare la preoccupante situazione delle persone con problemi
di dipendenza nel quadro dell'imbarazzante progetto governativo.
La proposta di legge Fini–Mantovano, che mira a reintrodurre
il reato di consumo di droghe (abrogato nel 1993 da un referendum
popolare che vinse con uno scarto superiore ai 10 punti percentuali),
rappresenta un enorme rischio e va contrastata
in ogni modo possibile, anche - e forse soprattutto - dal punto
vista della diffusione dell’Aids. Il rischio è di
precipitare nella situazione epidemiologica di quindici anni fa,
ricreando un clima diffuso di stigmatizzazione e marginalizzazione
ai massimi livelli nei confronti dei consumatori di droghe, costringendo
sempre di più queste persone a nascondersi, evitando così
i servizi e i progetti di intervento/prevenzione ed esponendosi
così a rischi sempre più grandi.
Oltre a essere un problema di ordine politico, culturale
e sociale questo è un grande pericolo anche dal punto
di vista epidemiologico: i consumatori di droghe NON vivono
sulla luna, bensì insieme al resto della popolazione. Contenere
il virus Hiv nelle categorie più esposte significa contenerne
la diffusione in tutta la popolazione. L’obiettivo è
la tutela della salute pubblica e la via da seguire è quella
attuata nel resto d’Europa, basata sul riscontro dell’evidenza
scientifica.
Dobbiamo ripartire dalla strategia dei quattro
pilastri – lotta al traffico, prevenzione, cura/riabilitazione,
riduzione del danno – che l’Unione Europea propone e
sperimenta da anni negli stati membri come unica strada percorribile,
convalidata da centinaia di progetti, sperimentazioni, servizi e
relazioni attivate in questi anni anche in Italia.
È folle voler appiattire tutto alla luce dell’ideologia
che vuole trasformare tabelle scientifiche di sostanze psicoattive
estremamente diverse – con pericolosità e controindicazioni
diverse, elaborate per esigenze scientifiche, sanitarie e di trattamento
– in categorie politiche funzionali alla condanna non solo
dei comportamenti, ma anche delle persone. Parificare tutto, dall’eroina
alla cannabis, dalla cocaina all’estasi, dal consumo occasionale
a quello ripetuto e dipendente, dallo spaccio al consumo condiviso,
ne è la conferma. La proposta generalizzata di pene pesanti
e illogiche, a partire da un minimo di sei fino a vent’anni
di carcere, punisce quasi allo stesso modo il giovane che sperimenta
con gli amici una trasgressione, il tossicodipendente gravemente
compromesso nel consumo, lo spacciatore di strada, il grande trafficante
che ci specula.
Qualità della vita delle persone
sieropositive
Un ultimo appello nel mantenere alto l'impegno per migliorare la
situazione in Italia non può prescindere dall'attenzione
alla qualità della vita delle persone sieropositive.
Ancora oggi esistono disparità nell'accesso
ai trattamenti farmacologici tra il nord e il sud del paese dettate
da scelte aziendali sulla base di disponibilità di budget.
Anche la possibilità di sottoporsi a esami diagnostici importanti
e necessari all'individuazione della terapia idonea non è
garantita in tutte le Regioni. Ancora, episodi di emarginazione
e discriminazione in ambito lavorativo non sono stati cancellati
del tutto dal vivere quotidiano. Le persone sieropositive quando
si recano al di fuori dei reparti di Malattie Infettive, in ambulatori
pubblici o privati o devono essere operate, sono spesso oggetto
di discriminazione da parte di medici e di operatori sanitari, così
come quando si recano dal dentista.
Siamo perfettamente coscienti di come non sia semplice debellare
anni di ignoranza e disinformazione che ancor oggi persistono a
danno delle persone sieropositive, ma le istituzioni non devono
dimenticarsi che il prolungamento delle aspettative di vita comporta
la possibilità di scelte importanti come per esempio quella
di portare avanti una gravidanza.
Alla luce delle nuove attese di vita, della giovane
età di molte persone sieropositive e della provata efficacia
della profilassi materno-fetale nel ridurre la trasmissione da madre
a nascituro, molte donne e uomini Hiv+ decidono di avere bambini.
Tuttavia l’offerta di servizi di concepimento assistito
e di riproduzione assistita per persone che vivono con
l’Hiv è quasi assente dal territorio nazionale. Considerando
l’importanza del tema della prevenzione sessuale nelle coppie
sierodiscordanti (in cui una sola delle persone è sieropositiva)
ed essendo l’Hiv un’infezione che si trasmette sessualmente,
è ovvio che il concepimento per vie naturali ha in sé
un rischio di trasmissione virale all’interno della coppia
sierodiscordante che andrebbe evitato.
In Italia vi sono solo un paio di centri - tra strutture
pubbliche e private - che riescono a dare una risposta alle coppie
che decidono di concepire un bambino utilizzando la tecnica del
lavaggio dello sperma, limitando quasi allo zero il rischio di contagio
della partner sieronegativa. È invece importante costruire
percorsi strutturati di invio a questi servizi ed è essenziale
moltiplicare i centri, tenendo conto delle difficoltà di
molte coppie ad affrontare le spese per la trasferta.
Una questione invece mai affrontata nel nostro paese
è la situazione inversa, quando cioè è la donna
a essere sieropositiva e necessiti di una fecondazione medicalmente
assistita, operazione che nessun centro italiano offre.
A tale proposito ribadiamo l'appello a rivedere la già ampiamente
discussa legge 40 del 2004 che non permette l'accesso alla fecondazione
assistita per le coppie sieropositive che non sono in possesso del
requisito accertato di sterilità (perché questo è
requisito fondamentale per l'accesso alla sperimentazione).
“STOP AIDS. KEEP THE PROMISE”
traduzione della versione originale dell’UNAIDS
FERMIAMO L’AIDS
MANTENIAMO LE PROMESSE
Possiamo farlo?
MANTENERE LE PROMESSE
La ragione frequentemente addotta dalle istituzioni
pubbliche per giustificare il mancato impulso alle iniziative di
lotta all’Aids è la carenza di fondi. Secondo la Banca
Asiatica di Sviluppo, tuttavia, i governi potrebbero benissimo incrementare
i finanziamenti dedicati alle misure di controllo e riduzione dell’epidemia.
Nel 2003 i finanziamenti erogati da enti pubblici e privati nella
regione Asia-Pacifico sono ammontati a soli 200 milioni di dollari.
I 5 miliardi di dollari all’anno, corrispondenti al valore
massimo di finanziamenti necessari nel periodo 2007-2010, sono pari
allo 0,2% del reddito registrato in quest’area nel 2001.
L’utilizzo delle risorse va ottimizzato evitando sprechi e
inefficienze: in quasi tutti i paesi della regione l’epidemia
non è generalizzata bensì concentrata su precisi gruppi
sociali, ma le campagne finanziate si rivolgono all’intera
popolazione.
Fermiamo l’Aids. Manteniamo le promesse.
Tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite si sono accordati per raggiungere
gli obiettivi definiti dall’UNGASS (Sessione Speciale dell'Assemblea
Generale delle Nazioni Unite sull'Infanzia) e gli Obiettivi di Sviluppo
del Millennio (MDG). È stato così? E che dire degli
obiettivi nazionali? Si sono tradotte le promesse in interventi
efficaci? Quest’anno, più che mai, dobbiamo fare di
tutto per assicurare che le promesse vengano mantenute.
*******************************************
L’epidemia dell’Aids rappresenta una tragedia per la
salute e lo sviluppo. Nel mondo esistono 40 milioni di individui
colpiti dall’infezione, dei quali 3 milioni infettati nel
solo anno passato. Ciò si sarebbe potuto evitare: conosciamo
a fondo la malattia e sappiamo quali sono gli strumenti utili o
inutili a contrastarla. E allora, perché non si è
agito per evitare il diffondersi del contagio? Perché l’incidenza
continua a incrementare anziché ridursi? È necessario
assumere un impegno reale a raggiungere degli obiettivi precisi,
che aiutino a valutare i risultati conseguiti e a impostare gli
interventi successivi.
Gli obiettivi fissati per la lotta all’Aids
negli ultimi anni sono stati vari:
2000 - Obiettivi di Sviluppo del Millennio
per invertire l’evoluzione dell’epidemia di Hiv/Aids;
2001 - Dichiarazione di Impegno dell’UNGASS, includente numerosi
obiettivi;
2003 - Strategia “3 per 5” per accrescere l’impiego
della terapia antiretrovirale entro il 2005.
Si è trattato di impegni preziosissimi,
ma inutili se non verranno tradotti in interventi concreti. Il tema
della Giornata mondiale della lotta all’AIDS nel 2005 –
“Fermiamo l’Aids. Manteniamo le promesse” - costituisce
un appello rivolto ai governi affinché mantengano la parola
data, un richiamo all’assunzione di responsabilità.
Si possono trarre delle lezioni utili da un esame attento degli
interventi compiuti e delle carenze esistenti.
Esistono segnali crescenti che, mettendo in campo una volontà
precisa e risorse sufficienti, si potrebbe invertire la tendenza
dell’epidemia. Si può evitare che decine di milioni
di nuovi individui contraggano l’infezione, la trasmettano
ai loro cari e vadano poi incontro alla morte. Esiste una prospettiva
diversa.
Ciò che serve è la volontà politica. Solo pochi
paesi hanno attuato interventi efficaci mirati a evitare la diffusione
del virus tra chi assume sostanze stupefacenti per via iniettiva,
benché questo rappresenti uno dei principali meccanismi di
trasmissione dell’infezione da Hiv in questa Regione. Spesso
si assumono misure repressive di carattere punitivo, che però
si sono dimostrate controproducenti. Ciò che serve per proteggere
le fasce più vulnerabili sono coraggio e comprensione.
L’Aids è una malattia che riflette la tragicità
delle condizioni sociali esistenti sul nostro pianeta: disuguaglianze
profonde, fasce sociali emarginate, sistemi sanitari allo sfascio
e politiche volte a tutelare il commercio anziché la vita.
Affrontare l’epidemia richiede la ricerca di soluzioni a problemi
che si trascinano da molto tempo, come la tossicodipendenza o la
mancanza di autonomia per la donna. Ma è proprio qui che
ci si apre una strada per cambiare le cose.
Si sta verificando una catastrofe
sotto i nostri occhi. Modificare l’andamento dell’epidemia
richiede un’azione coraggiosa e immediata, traducendo obiettivi
ed impegni assunti in interventi precisi.
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