foto 120 battitiDopo il grande successo registrato in Francia, è arrivato nelle sale italiane “120 battiti al minuto”, il film di Robin Campillo pluripremiato all’ultimo festival di Cannes (Grand Prix, Premio Fipresci e Queer Palm) e candidato dalla Francia nella corsa all’Oscar come miglior film straniero. Un film che, un po’, ci ricorda anche la nostra storia, un grande racconto corale sull’attivismo delle persone con Hiv e sulle grandi battaglie che, partendo dalla lotta all’AIDS, hanno segnato la storia e la cultura dei diritti civili e sociali.

 Il film ha come sfondo la storia di Act UP, storico movimento di lotta all’AIDS, nella Parigi dei primi anni ’90, i più duri dell’epidemia. Non esistevano allora cure efficaci. L’AZT, il farmaco più diffuso, poteva contribuire a rallentare il decorso verso l’AIDS ma, somministrato in dosi massicce, provocava pesantissimi effetti collaterali e sviluppava presto resistenze. Erano gli anni in cui di AIDS si moriva, perseguitati fino alla fine dallo stigma sociale, dai pregiudizi, dall’indifferenza. In Italia, qualche anno prima, era nata la LILA che, proprio in questo 2017 compie trent’anni, in un clima che era pesantissimo: tra campagne informative con gli aloni viola a marchiare le persone con HIV, la castità proposta come unico antidoto e un ministro della Sanità, Donat Cattin, che proclamava l’inefficacia del preservativo sostenendo che “l’AIDS lo prende chi se lo va a cercare”. La fine degli anni 80 e i primi anni ’90 furono, tuttavia, anche quelli dell’esplosione, in tutto il mondo, dei movimenti di lotta all’AIDS, del passaggio all’attivismo di tante persone con HIV, l’inizio di un’epocale battaglia collettiva che segnerà profondamente la storia dei diritti civili e sociali del ventesimo secolo.  A dare impulso a queste esperienze furono, quasi ovunque, le comunità LGBT alle quali si unirono quelle dei consumatori di sostanze, dei e delle sex workers, i movimenti per i diritti civili, le associazioni delle persone politrasfuse. Migliaia, lo ricordiamo, furono in quegli anni le vittime dello scandalo internazionale del sangue infetto che coinvolse case farmaceutiche e istituzioni facendo registrare in Italia una delle sue pagine più nere. 

Ed è alla storia di un gruppo di attivisti e di attiviste di ACT UP Parigi di quegli anni che è dedicato il film di Campillo; in particolare alla storia d’amore tra due ragazzi, Nathan (Arnaud Valois) e Sean (Nahuel Perez Biscayert). L’amicizia, la morte, gli scontri interni all’associazione su strategie e metodi di lotta, la rabbia, il sesso, la festa e la musica -tanta musica con i suoi 120 battiti palpitanti al minuto- fanno da filo conduttore al racconto delle eclatanti azioni del movimento, deciso a rompere il muro di indifferenza e disinformazione che gravava intorno al tema HIV/AIDS e a denunciare la colpevole inerzia delle istituzioni. “Silenzio uguale morte” recita lo slogan più famoso degli attivisti di Act Up, pronti a tutto pur di farsi sentire: in piedi, comunque, tra disperazione e coraggio, con le vite scandite dalla conta dei propri CD4, dai peggioramenti improvvisi o dagli insperati miglioramenti delle proprie condizioni di salute, dagli effetti collaterali dell’AZT o del DDI. Ci si batte per i propri diritti ma anche, da subito, per la prevenzione, per il diritto alla salute di tutti e tutte, perché, recita uno dei manifesti di Act Up, citato nel film di Campillo: “Non voglio che tu muoia”.

Ecco, dunque, le azioni dirette contro le case farmaceutiche, accusate di voler ritardare l’immissione sul mercato dei nuovi farmaci salva-vita per alzarne i prezzi e per massimizzare i profitti di quelli già in circolazione; ecco i funerali degli amici trasformati in manifestazioni di protesta contro la presidenza Mitterrand, ritenuta incapace di dare risposte e, ancora, le irruzioni nelle scuole per distribuire preservativi e spiegare ai ragazzi come proteggersi “perché -grida Sean nel film- lo Stato francese non è in grado di farlo”. È un racconto “dall’interno” quello di Robin Campillo, che di Act Up fu attivista e che ne ha ricostruito la storia assieme a Philippe Mangeot, altro ex componente del movimento che ha collaborato alla sceneggiatura.

Mi sono unito a Act Up-Paris nell’aprile del 1992 – ha raccontato il regista francese – e fin dal primo incontro a cui ho partecipato, sono rimasto profondamente colpito dall’entusiasmo del gruppo considerando che quegli anni sono stati i più duri del contagio. I gay, che avevano subito inermi la malattia negli anni Ottanta, erano diventati attori chiave nella battaglia per sconfiggerla”. Ma il film è anche, in parte, la biografia di una generazione: “All'epoca riversammo in questa lotta tutta la grazia della nostra giovinezza –ha detto ancora il regista- non so se si può definire eroismo, di certo per noi è stata un'esperienza molto forte”. A parlare di vero e proprio eroismo era stato, lo scorso maggio, un commosso Pedro Almodovar, presidente della giuria di Cannes, subito dopo la premiazione: "Ho amato il film dal primo all'ultimo minuto - ha detto il maestro del cinema spagnolo- Campillo ha raccontato le storie di eroi veri che hanno salvato molte vite".

Tra le scene più sorprendenti la Senna colorata di rosso-sangue, una delle imprese sognate e inseguite dai militanti di Act Up e che Campillo realizza ora nel suo film, in una sorta di omaggio ai compagni di allora. Un altro sogno Act Up riuscì invece a metterlo a segno, grazie ad Oliviero Toscani, nel 1993, quando l’obelisco di Place de la Concorde venne coperto da un enorme preservativo. Tanti i richiami nel film alle comuni battaglie che unirono i movimenti americani ed Europei e che, in Italia, videro protagonista la LILA: dai sit-in di protesta nella sede di Farmindustria, all’occupazione dello Spallanzani di Roma per denunciare i ritardi nell’apertura dei reparti specializzati, all’irruzione nei galà ufficiali per gridare “è la nostra malattia non il vostro business”. E poi le visite nelle carceri dove alle persone detenute con HIV era negata ogni cura, le battaglie per rendere disponibili le terapie anche nei paesi più poveri e più colpiti, le unità di strada per raggiungere le persone invisibili –consumatori di sostanze e sex workers- che nessuno voleva raggiungere, la distribuzione gratuita di preservativi e la prevenzione nelle scuole e nelle università, fortemente osteggiata delle stesse istituzioni che si rifiutarono per anni di promuovere l’uso del profilattico (grande scalpore suscitò, nel 1991, il divieto di diffusione dell’opuscolo di Lupo Alberto sulla prevenzione in cui si citava esplicitamente il preservativo).

 Era il secolo scorso e sono stati fatti enormi passi in avanti ma, per altri aspetti, non sembra passato poi tanto tempo. L’oscurantismo con cui il paese reagì al dramma AIDS continua, ancora, a regalare frutti avvelenati. Tra questi anche il divieto alla visione del film imposto ai minori di 14 anni, un divieto contro il quale ha protestato “Teodora film” distributrice in Italia della pellicola: “Abbiamo sperato fino all'ultimo che 120 Battiti al minuto riuscisse ad arrivare nelle sale italiane come Film per tutti, sarebbe stato un segnale forte, per dimostrare che gli uomini che amano altri uomini non spaventano più nessuno. Così non sarà - si legge in un comunicato stampa- il divieto colpisce un film profondamente educativo, che racconta anche ai giovani e ai giovanissimi la battaglia - non ancora vinta - contro una sindrome che, complice il silenzio di troppi, ha ucciso 40 milioni di persone nel mondo”.  

http://www.lila.it/it/dal-mondo-aids/947-convegno-massimo