Test HivNelle scorse settimane gran parte della comunicazione italiana sull’Hiv è stata catalizzata dalla notizia dell’immissione in commercio di un autotest che può essere acquistato in farmacia, un fatto positivo ma le incognite non mancano. Per farne uno strumento efficace, e non solo un’operazione commerciale, servono reti di supporto ed informazioni adeguate. La posizione della Lila sulle migliori pratiche per l’utilizzo di questi prodotti.

Nelle scorse settimane gran parte della comunicazione italiana sull’Hiv è stata catalizzata dalla notizia dell’immissione in commercio di un autotest che può essere acquistato in farmacia, novità che ha fatto passare quasi inosservato il lancio di un nuovo piano nazionale Aids da parte della ministra della Salute Lorenzin.

Si tratta certamente di un fatto positivo in un paese come il nostro, caratterizzato da troppe barriere per l’accesso al test: scarso rispetto della privacy e dell’anonimato, paura del forte stigma sociale e dei pregiudizi ancora legati all’Hiv/Aids, orari e modalità di accesso non facilitanti dei centri di screening. L’andamento epidemiologico è tornato inoltre a farsi preoccupante: le nuove diagnosi non scendono da anni e, in prevalenza, si riferiscono a persone che, avendo contratto il virus molti anni fa, vengono a conoscenza del proprio stato solo quando la loro salute risulta già compromessa. Ampliare il numero di diagnosi precoci sarebbe invece importantissimo per le persone con HIV, che accedendo tempestivamente alle terapie, possono vivere a lungo e in salute ma anche per le politiche di sanità pubblica in quanto, chi non sa di aver contratto il virus può inconsapevolmente contribuire a propagarlo.

L’introduzione di un dispositivo di auto-diagnosi può essere dunque un’ulteriore opportunità per centrare l’obiettivo Onu “90- 90-90”, ossia il 90% di persone sieropositive consapevoli del proprio stato, con accesso alle terapie e con soppressione della carica virale, obiettivo su cui l’Italia è in deciso ritardo.

Non mancano tuttavia criticità sulle quali occorre essere molto chiari: l’immissione in commercio di questo tipo di prodotto potrà contribuire solo in parte a far emergere il sommerso. Per invertire una tendenza preoccupante – ritenuta tale da tutti gli stati della regione europea dell’Oms, che hanno, infatti, sottoscritto un impegno comune-, servono ben altre misure, a partire da quelle tracciate dal nuovo Piano Nazionale AIDS, ma soprattutto servono risorse per realizzarle.

Seppur non risolutiva, una novità come il self-test, per avere una sua efficacia, dovrebbe comunque essere “accompagnata” dalle istituzioni con una comunicazione adeguata e da un percorso condiviso con gli stakeholder. Auspicabile sarebbe stata, e sarebbe, una fase di sperimentazione volta ad evitare un uso distorto di questo tipo di dispositivi, ad individuarne potenzialità e punti deboli, a bilanciarne l’appetibilità commerciale (sicuramente notevole per la Mylan e per chi ha sostenuto il lancio del prodotto) con serie riflessioni sul possibile impatto socio-sanitario.

Il rischio di lasciare le persone da sole di fronte a passaggi difficili della propria vita non è da trascurare, così come quello di indurre effetti controproducenti: quanti e quante potrebbero essere indotti a sostituire l’utilizzo di corretti strumenti di prevenzione, dal condom, alla PreP, alla PeP, con un ricorso sistematico all’autotest?

Anche sulla base della nostra trentennale esperienza, sappiamo bene quanto sia importante fornire a chi decida di fare il test per l’HIV strumenti e risorse per valutare i rischi di contagio a cui ci si è effettivamente esposti, informare correttamente sul periodo finestra, sulla prevenzione, sulle opportunità terapeutiche.

In questo caso invece, non solo questo tipo di servizi non è previsto, ma lo stesso bugiardino che accompagna il test risulta essere, a nostro avviso, carente di informazioni sui comportamenti a rischio e non sufficientemente esplicativo sul periodo finestra. Anche chiamarlo “autotest VIH” alla francese, ci sembra essere incomprensibile e confondente.

Si sarebbero dovute affiancare all’immissione sul mercato di questi strumenti reti di supporto e di orientamento nonché la creazione di un numero verde ad Hoc aperto 24 ore, pagato dai produttori, con operatori formati al counselling, così come la FDA americana ha imposto ai produttori di un altro analogo dispositivo negli USA. E’ poco corretto, ad esempio, che l’azienda produttrice non abbia pensato a chi farà il test durante i fine settimana piuttosto che la sera quando i presidi pubblici sono chiusi.

Gli effetti di questa occasione mancata li stiamo già registrando attraverso i nostri centralini che cominciano a raccogliere le telefonate di chi è in cerca di informazioni su questo prodotto. Per questo abbiamo aggiornato la sezione “Test” del nostro sito e abbiamo deciso di offrire supporto e consulenza anche rispetto a questo nuovo strumento: chi, una volta acquistato il test, non volesse eseguirlo in solitudine potrà contattarci e venire a farlo presso le nostre sedi dove troverà il supporto e le informazioni necessarie. Ricordiamo inoltre che in alcune città restano attivi i servizi di testing della LILA con l’offerta di test rapidi, anonimi, gratuiti e con supporto counselling.