mani fiocco

Si avvia a conclusione questo 2016, che sembrava poter essere un anno importante per le politiche di contrasto all’HIV nel nostro paese. Invece dovremo sicuramente attendere ancora riponendo le nostre speranze per l’anno venturo.

Come ogni anno l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato i dati sull’andamento dell’HIV/AIDS in Italia. Il quadro che ne emerge è di una situazione stazionaria con circa 4.000 nuove diagnosi l’anno. Poco importa che nel commento sintetico ci venga segnalato un lieve decremento delle diagnosi, la verità è che questo dato sarà sicuramente corretto dall’Istituto stesso, per l’annosa questione del ritardo di notifica, come peraltro si precisa nello stesso bollettino.

E’ un trend, quelle delle nuove infezioni, ormai costante da una decina di anni, un andamento che non ci stupisce visto che, da molto tempo, non vengono prodotte azioni concrete di prevenzione e quindi nulla, o molto poco, viene fatto per contrastare il diffondersi dell’HIV.

Resta preoccupante, in particolare, la percentuale di persone che ricevono contemporaneamente la diagnosi di HIV e di AIDS. Il numero di Late Presenter, infatti, cioè di persone che scoprono di avere l’HIV molto tempo dopo averlo contratto e che, al momento della diagnosi, hanno già problemi al sistema immunitario, è alto: il 54,5% delle nuove diagnosi di HIV. Troppo alta è anche la percentuale di chi, nel corso del 2015, ha ricevuto una diagnosi di AIDS senza aver mai saputo prima di aver contratto l’Hiv o avendolo appreso solo nel corso dello stesso anno: parliamo del 74,5% dei casi.

Questo fenomeno, oltre ad essere un problema clinico per le persone che, giungendo tardi alla diagnosi, avranno maggiori problemi nel controllo dell’HIV, è anche un grave problema di sanità pubblica, perché una persona che non sia a conoscenza del proprio stato sierologico, potrebbe trasmettere inconsapevolmente l’HIV. Il problema delle diagnosi tardive in Italia è certamente correlato allo scarso ricorso al test HIV che si riscontra nella popolazione generale. Per questo servono azioni concrete volte a rimuovere tutte le barriere, normative e strutturali che possano ostacolarne l’accesso facilitandone la fruizione soprattutto alle popolazioni più vulnerabili.

Altrettanto urgente è un riordino del sistema di sorveglianza che attualmente prevede due registri, uno per le segnalazioni di infezione da HIV e uno per le segnalazioni dei casi di AIDS. In questo doppio binario di segnalazione molti sono i dati che vanno persi, sia per la debolezza del sistema di rilevazione sia per il basso impegno dei centri segnalatori, che non sempre trasmettono entrambe le schede come previsto invece dalle leggi che regolamentano i registri. Per questo riteniamo che il dato delle 3440 nuove infezioni rilevato per il 2015, sia certamente sottostimato. Il ministero aveva garantito che prima della fine dell’anno si sarebbe proceduto all’unificazione dei registri di sorveglianza ma sino ad oggi di questo atto non si sa nulla.

Va detto che molti paesi dell’Unione Europea stanno incontrando problemi nel contenimento dell’infezione, e che in alcune aree della più vasta regione europea dell’OMS, purtroppo, si registrano aumenti importanti, soprattutto nei segmenti di popolazione maggiormente vulnerabili.

Proprio per questo a fine estate è stata sottoscritta un’importante risoluzione dell’area europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) dopo i ripetuti allarmi lanciati negli scorsi anni dall’ECDC che è l’organismo europeo che si occupa del controllo dell’HIV.  La risoluzione, sottoscritta anche dall’Italia, impegna i paesi sottoscrittori ad approntare azioni concrete e urgenti per:

  • migliorare i sistemi di sorveglianza nazionali,
  • aumentare l’accesso al test delle key population e rimuovere barriere che ne impediscono l’accesso con la collaborazione della società civile
  • promuovere la prevenzione basata su evidenze scientifiche includendo PreP, servizi di Harm reduction e approcci innovativi al test
  • attivare servizi per le persone con HIV e aumentare il numero di persone in trattamento antiretrovirale
  • rafforzare l'impegno politico dei governi e garantire un finanziamento adeguato per attuare programmi di prevenzione.

Sarà forse per questo che anche il Ministero della Salute italiano ha avviato i lavori per la definizione di un Piano nazionale AIDS, il primo dopo molti anni, che ha visto la partecipazione della società civile nella sua stesura e che attualmente è in fase di valutazione da parte del Consiglio Superiore di Sanità.

Qualora fosse approvato sarebbe, di certo, un importante passo in avanti rispetto all’immobilismo e alla negazione del problema HIV riscontrata negli ultimi anni, ma il fatto che non avrà copertura economica nel 2017 è davvero un paradosso.

A preoccuparci maggiormente è il fatto che la Direzione Generale del ministero, sollecitata su questo punto da noi e dalle altre ONG, abbia tracciato un percorso per il reperimento delle risorse che potrebbe durare anche più di due anni adducendo la necessità di cambiamenti normativi e burocratici. Questo nonostante nel piano sia scritto a chiare lettere che, se non si attuano interventi mirati e nuove sperimentazioni, la situazione è destinata a restare preoccupante.

Pensiamo ad esempio al gap sull’accesso al test con altri paesi europei, che vede in molti territori la possibilità di accedere al test HIV solo con una ricetta medica e/o pagando un ticket, a dispetto delle garanzie di anonimato e gratuità previste dalle normative e raccomandate da tutte le agenzie internazionali.

Senza risorse inoltre difficilmente si potranno avviare azioni rivolte alle key population come indicato nel piano o campagne mirate preventive, e, ancora più difficilmente, si potrà avviare un programma, o una sperimentazione, almeno sulla PreP, uno strumento preventivo che da 2 anni viene raccomandato dall’OMS e dall’ECDC come un ulteriore tassello del pacchetto di interventi utili per contenere il diffondersi dell’infezione. Impossibile, senza adeguati finanziamenti, sarà anche migliorare il “continuum of care” delle persone oggi in cura così come aumentare il numero di persone in trattamento. Ricordiamo invece come sia importante incrementare la percentuale di quanti, avendo una carica virale negativa NON trasmettono l’HIV.

Anche questo importante obiettivo sarà disatteso nonostante le enunciazioni che sentiremo rispetto agli obiettivi 90 X 90 x 90 e alle evidenze sulla TasP (Treatment as Prevention).

Massimo Oldrini
Presidente LILA Onlus