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Epatite C, associazioni: "Trattati solo metà dei pazienti promessi, a rischio salute e sconti sui nuovi farmaci"
(Comunicati Stampa 2015)

Arcigay, Anlaids, Lila, Nadir, Mario Mieli e Plus denunciano: "A un anno dalla stipula del contratto per la rimborsabilità delle nuove terapie contro l'Epatite C trattati solo la metà dei 50mila promessi". "Con la scadenza del contratto nei prossimi mesi si perderà in salute dei cittadini con coinfezione Hiv e Hcv ma anche in risorse del Servizio Sanitario Nazionale, dati gli sconti previsti per un maggior volume di medicinali acquistati".

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A REGGIO CALABRIA non seguirebbero una terapia con farmaci acquistati on line
(medici)

Intervista a Giuseppe Foti dell'ospedale Bianchi Melacrino Morelli

E’ molto basso il tasso di persone con coinfezione Hiv-Hcv seguite dall’Ospedale Bianchi Melacrino Morelli di Reggio Calabria, unico centro della provincia autorizzato da Aifa a prescrivere i nuovi farmaci antivirali diretti. “Su un migliaio di persone con Epatite C, seguiamo circa una ventina di coinfetti - afferma il dottor Giuseppe Foti, infettivologo, direttore del reparto di Malattie Infettive della struttura – di questi circa 5-6 sono stati avviati al trattamento con i nuovi farmaci antivirali diretti". In Calabria vi sono nel complesso 12 centri prescrittori di nuovi farmaci: oltre all’Ospedale di Reggio, quattro sono in provincia di Catanzaro, due a Lamezia, due a Crotone, due a Cosenza, uno a Vibo Valentia.

 

Quante persone sono state avviate ai trattamenti con i farmaci antivirali diretti nell'ospedale Bianchi Melacrino Morelli?Da febbraio 2015 sono state avviate ai nuovi trattamenti oltre 200 persone. Nel complesso abbiamo un migliaio di pazienti con Epatite C. Siamo l’unico centro della provincia cui si fa riferimento per questo problema.

 

Quante di queste persone hanno una coinfezione Hiv/Hcv?Noi seguiamo circa 20 coinfetti, di questi 5-6 hanno iniziato le nuove terapie.

 

Come avviene la distribuzione dei farmaci? Le persone in trattamento fanno riferimento alla farmacia territoriale di competenza - vicina a dove risiedono nella provincia - e in due settimane ricevono i farmaci. La distribuzione avviene attraverso la farmacia territoriale, allo stesso modo di quanto si fa per i farmaci per l’Hiv. E’ un sistema usato da 10 anni anche per venire incontro alle esigenze logistiche dei pazienti.

 

La Regione ha posto dei limiti al rimborso dei farmaci?Al momento non è stato posto alcun limite: abbiamo messo in terapia tutti i pazienti eleggibili secondo i sette criteri Aifa. Quando la Regione ha fatto un decreto per l’attivazione dei centri che potevano erogare la terapia con gli antivirali diretti, era stata fatta una stima dei pazienti che nell'immediato avevano necessità di trattamento: 1064 pazienti per l’intero territorio regionale. Si tratta di un numero di trattamenti che ritengo sia già ampiamente superato. Nella regione Calabria abbiamo 12 centri prescrittori: quattro in provincia di Catanzaro, due a Lamezia, due a Crotone, due a Cosenza, uno a Vibo Valentia e il nostro a Reggio Calabria.

 

Rileva un’epidemia da Epatite C?No. Non c’è una particolare diffusione dell’Epatite C oggi: piuttosto c’è molto sommerso che di anno in anno viene fuori, e così aumenta la percezione della malattia.  Ci sono pazienti che pur non rientrando nei criteri di Aifa hanno bisogno delle nuove cure? Noi dobbiamo necessariamente stare entro i paletti definiti da Aifa. Per coloro che non rientrano si propone la terapia con Interferone e Ribavirina.

Capita che persone chiedano di farsi curare con farmaci generici di provenienza indiana?No, non mi è mai capitato.

 

Ma se glielo chiedessero, lei li seguirebbe?Personalmente non mi sono posto il problema ma credo di no, perché prendersi la responsabilità di seguire un paziente che acquista un farmaco su internet mi sembra una cosa poco consona. So che questi farmaci si trovano in India e Egitto a prezzi più che stracciati ma sulla loro sicurezza non abbiamo le certezze che abbiamo con quelli offerti dal nostro Sistema Sanitario Nazionale (Ssn). Credo che deciderei se seguire il paziente di volta in volta, anche in base alla sua affidabilità e ad altri elementi. Personalmente, penso che se lavoriamo nell’ambito del Ssn dobbiamo operare con i farmaci distribuiti dallo stato. 

 

Qual è la risposta a questi farmaci?Molto buona. Abbiamo avuto qualche recidiva solo nei primissimi pazienti, che hanno fatto solo 12 settimane dell’associazione Simeprevir – Sofosbuvir, quando ancora non c’era l’indicazione a fare questo trattamento per 24 settimane. Ma oltre il 95% di pazienti risponde positivamente alla terapia.

 

Come vive l’esclusione dalle nuove terapia delle persone meno gravi, che guarirebbero con certezza?Malissimo. Credo che tutti dovrebbero avere accesso al farmaco. I meno gravi peraltro son quelli che rispondono meglio di tutti, per i quali la terapia è molto ridotta in termini di tempi e non dà assolutamente effetti collaterali. Perché spesso sono pazienti molto giovani che non assumono altri farmaci e di conseguenza non hanno neanche problemi di interazione tra medicinali. Dunque sarei per la diffusione della terapia a tutti i pazienti Hcv positivi, anche per un problema epidemiologico di ridurre la diffusione della malattia. 

 

In Parlamento si discute di trasparenza sui prezzi dei farmaci
(altro)

"Il governo dica no alla secretazione dei prezzi dei farmaci, usata con i nuovi trattamenti contro l'Epatite C": lo chiedono due risoluzioni presentate in commissione affari sociali della Camera a firma di M5S e PD, che saranno votate nei prossimi giorni. Nel corso del dibattito parlamentare sul tema, iniziato a giugno, sia il presidente dell'autorità Antrust che il direttore dell’Istituto di Ricerche farmacologiche Mario Negri si sono schierati a favore della trasparenza.

 

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gilead, più aiuto di sempre, più silenzio di sempre: 8 domande, 0 risposte
(altro)

Abbiamo inviato all'ufficio italiano di Gilead otto domande che pubblichiamo di seguito, per meglio comprendere le prospettive dell'accesso alla cura nel nostro paese. Ma dopo averle valutate, dall'ufficio ha deciso e comunicato che non era il caso di rispondere. 

 

Eppure la frase che campeggia nell'homepage del sito dell'azienda farmaceutica produttrice di Sovaldi e Harvoni, i più noti e utilizzati tra i nuovi medicinali contro l'Epatite C suona così: "Durante il 2014 i farmaci Gilead hanno aiutato più pazienti di sempre". Ma alle associazioni di pazienti è meglio non rispondere. 

 

Sullo sfondo, il profilo di un uomo in camice bianco intento a scrutare attraverso un microscopio, sembra suggerire l'impegno della multinazionale americana nella ricerca. In realtà non sono stati i ricercatori Gilead a trovare la composizione chimica in grado di sconfiggere l'Epatite C. Il sofosbuvir - molecola alla base di Sovaldi e Harvoni - è stato scoperto da ricercatori della Emory University di Atlanta ed è stato brevettato dall'azienda Pharmasset Inc, acquistata dalla Gilead nel giugno 2012 per 11,2 miliardi di dollari. L'enorme investimento è stato però già recuperato: con le sole vendite di Sovaldi e Harvoni Gilead ha ottenuto 12,4 miliardi di dollari nel 2014 e 19,1 miliardi nel 2015, più che raddoppiando i ricavi rispetto agli anni precedenti. Oggi i due superfarmaci costituiscono quasi due terzi del bilancio complessivo dell'azienda, che è stata recentemente accusata in un rapporto della commissione finanze del senato americano di aver agito esclusivamente per interessi finanziari senza alcuna attenzione all'accessibilità dei suoi prodotti e alla salute delle persone. Per quanto riguarda l'Italia, secondo un'analisi realizzata dal giornale Healthdesk sull'ultimo rapporto Osmed (Osservatorio sull'Impiego di Medicinali) di Aifa, per il solo Sovaldi, sono stati spesi nei primi nove mesi del 2015, 680 milioni di euro, una cifra superiore a quella spesa per i 10 antitumorali più costosi acquistati dal nostro Servizio Sanitario Nazionale.

 

Ecco le nostre domande senza risposta:

 

1) Il piano nazionale contro le Epatiti pubblicato dal ministero della salute a dicembre stima che nel nostro Paese, i pazienti portatori cronici del virus HCV siano oltre un milione, di cui 330.000 con cirrosi. Voi avete effettuato studi sul numero di persone che hanno contratto il virus in Italia e sulla modalità di trasmissione?

 

2) Secondo le vostre stime quante sono in Italia le persone con co-infezione Hiv Hcv?

 

3) Quali sono i criteri e gli indicatori sulla cui base Gilead definisce i prezzi cui vendere i farmaci antivirali diretti nei diversi paesi?

 

4) A un anno dall'inizio della commercializzazione in Italia dei farmaci antivirali diretti contro l'epatite C prodotti dall'azienda Gilead, le vendite effettive rispettano le previsioni di vendita elaborate dall'azienda sulla base del contratto stipulato con Aifa?

 

5) In considerazione del fatto che la trattativa Aifa-Gilead per il Sofosbuvir e' stata fatta secondo la modalità prezzo/volume, gira voce che l'ultimo scaglione di sconto porterebbe il costo della terapia dai 37mila a 12mila euro, può confermarmi che lo sconto sia di tale portata?

 

6) Qual'è stato il ruolo delle associazioni di pazienti con Hiv, nei paesi come il Portogallo, in cui i farmaci antivirali diretti sono stati già concessi in via prioritaria anche alle persone con co-infezione Hiv- Hcv?

 

7) Come azienda state portando avanti studi sull'efficacia dei nuovi farmaci nelle persone con co-infezione Hiv- Hcv?

 

8) Qual è la risposta di Gilead al fenomeno del turismo sanitario in India che sta coinvolgendo molti italiani con Epatite C che non rientrano nei criteri Aifa per l'accesso ai nuovi farmaci? Potremmo aspettarci una riduzione del prezzo dei farmaci nei prossimi mesi così da permettere a Aifa di offrire il trattamento a un maggiore numero di pazienti? 

 

intervista a luca pani, direttore di aifa: la coinfezione non è priorità, i coinfetti trattati sono il 9% del totale
(altro)

L'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) è l'istituzione che, oltre ad autorizzare l'immissione in commercio dei farmaci e negoziarne i prezzi nel nostro paese, stabilisce i criteri per l'accesso ai farmaci innovativi. Nell'algoritmo terapeutico che indica i criteri per l'accesso agli antivirali diretti per il trattamento dell'Epatite C pubblicato lo scorso marzo, l'Aifa non ha considerato la maggior progressione della malattia che la condizione di positività all'Hiv di fatto comporta, al contrario di quanto riconosciuto da altri paesi, come il Portogallo, dove tutte le persone con coinfezione hanno diritto ai nuovi farmaci. Il direttore dell'agenzia Luca Pani ha detto a LILANEWS che le persone con Hiv che hanno avuto accesso alle nuove terapie alla fine del 2015 sono 2.768 su sono 30.823, ovvero circa il 9% del totale. Alla domanda sulla possibilità di ampliamento dei criteri di accesso prioritario Pani ci ha risposto che solo dopo che tutte le persone con fibrosi F3 e F4 saranno state trattate, si potrà procedere al trattamento di alcune categorie di persone tra coloro con fibrosi F2.

 

 

Quante persone sono state inserite nei registri Aifa per il trattamento con i farmaci antivirali diretti al 31/12/2015? Quante per ciascuna regione?

L'Agenzia Italiana del Farmaco pubblica settimanalmente sul proprio portale istituzionale unaggiornamentodei dati, raccolti dai Registri di Monitoraggio, sui trattamenti con i nuovi farmaci ad azione antivirale diretta di seconda generazione (DAAs) per la cura dell'epatite C cronica. Al 31 dicembre 2015 risultavano avviati al primo trattamento con i DAAs, in base ai diversi criteri di eleggibilità, 30.823 pazienti in tutta Italia. A corredo dell'articolo pubblichiamo le tabelle (ndr).

 

Quante persone con coinfezione HIV/HCV sono state registrate per i nuovi trattamenti alla stessa data? Quante per ciascuna regione?

Il totale dei pazienti con coinfezione HIV/HCV trattati con questi farmaci al 31 dicembre 2016 era 2.768, mentre lo stesso totale organizzato per Regioni era 2.770 (la differenza è dovuta a due pazienti che hanno effettuato i trattamenti in due Regioni diverse).

Considerando che la scadenza del contratto tra Aifa e l'azienda produttrice Gilead sarà a maggio-giugno - (con esattezza fine giugno 2016)- e che attualmente hanno iniziato il trattamento solo circa 30mila dei 50mila pazienti programmati, non si rischia di non usufruire dell'ultimo scaglione di sconto e quindi di non acquistare proprio i trattamenti concessi a prezzo inferiore?

Non credo, gli ultimi due scaglioni sono ovviamente quelli più convenienti per il SSN e, nel rispetto dei criteri di eleggibilità, più veloce sarà l'arruolamento dei pazienti, tanto prima verranno raggiunti gli sconti che abbattono in modo rilevante il costo della trattamento, consentendo con un minor volume di risorse, il trattamento di un sempre maggior numero di malati. Secondo l'ultimo aggiornamento (8 febbraio 2016) i pazienti avviati al primo trattamento sono 34.487, 900 in più rispetto alla settimana precedente, 3.303 in più rispetto al mese di gennaio.

 

Nel caso in cui le regioni non riuscissero a reclutare - tra le persone con accesso prioritario secondo i criteri stabiliti da Aifa - i 50mila pazienti per cui il Ministero della Salute ha previsto la rimborsabilità dei farmaci, qual e' la data ultima entro la quale sarà possibile definire un allargamento dei criteri per la rimborsabilità?

La Commissione Tecnico-Scientifica dell'AIFA sta già discutendo un’ipotesi di ampliamento dei criteri di rimborsabilità per l'accesso ai farmaci anti-epatite C che si fonda sulla verifica del numero di pazienti a oggi trattati rispetto al programma di urgenza e sulla valutazione della saturazione dei criteri già definiti. A seguito di queste analisi sarà possibile individuare ulteriori sottopopolazioni di pazienti che presentino un rischio aggiuntivo legato a coinfezione o ad altre comorbilità per le quali rendere rimborsabile il trattamento. È verosimile che la possibilità di ampliamento dei criteri di rimborsabilità da parte della CTS sarà guidata dal medesimo criterio di urgenza clinica al trattamento che ha dettato, sin dal principio, la definizione del programma di accesso modulato a questi farmaci, che attualmente garantisce l'accesso rimborsato ai farmaci anti-epatite per i pazienti con grado di fibrosi ≥F3. Pertanto la successiva categoria di pazienti con urgenza al trattamento è quella con grado di fibrosi F2, all’interno della quale dovranno essere individuate le categorie di pazienti a maggior rischio di progressione e, quindi, con più elevata priorità di trattamento. Tuttavia, come si evince dai dati periodicamente pubblicati sul sito dell’Agenzia, i pazienti con grado di fibrosi ≥F3 (criterio 4) che ad oggi sono stati avviati al trattamento sono ancora inferiori all’atteso, al riguardo è necessaria una grande attenzione e senso di responsabilità nel garantire equità di accesso alle cure.

 

 Di seguito la tabella con i dati sui pazienti trattati - monoinfetti e coinfetti - forniti dal direttore dell'Aifa:

 

REGIONE PAZIENTI TRATTATI PAZIENTI TRATTATI  CON COINFEZIONE HIV-HCV ABRUZZO 495 27 BASILICATA 291 11 CALABRIA 1001 39 CAMPANIA 4041 99 EMILIA ROMAGNA 2338 269 FRIULI VENEZIA GIULIA 405 22 LAZIO 2458 262 LIGURIA 796 152 LOMBARDIA 5556 978 MARCHE 543 61 MOLISE 91 0 PIEMONTE 1539 124 PROV. AUTON. BOLZANO 146 10 PROV. AUTON. TRENTO 112 16 PUGLIA 3307 143 SARDEGNA 888 59 SICILIA 2619 108 TOSCANA 2167 179 UMBRIA 224 10 VALLE D'AOSTA 48 5 VENETO 1758 196 TOT. 30823 2770
costi segreti, stime sorprendenti: il farmaco ha un prezzo
(altro)

Al momento, il costo finale dei farmaci antivirali diretti è ufficialmente sconosciuto agli stessi medici che li prescrivono, poiché l'accordo tra l'Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) e le aziende produttrici prevede una clausola di riservatezza, necessaria, secondo quanto ha recentemente affermato il direttore dell'agenzia Luca Pani, per ottenere un prezzo più conveniente dalle aziende, a beneficio del sistema sanitario nazionale.

 

Abbiamo comunque deciso di pubblicare uno schema dei prezzi relativi ai diversi trattamenti con per la cura dell'Epatite C cronica - che variano in base ai 6 genotipi virali della malattia - elaborato dal dottor Francesco Benanti (infettivologo dell'ospedale Garibaldi Nesima di Catania) sulla base di informazioni da lui ottenute dagli informatori delle singole aziende produttrici.

Accanto a ciascuno schema di terapia abbiamo messo in evidenza il costo che, secondo quanto riferito, attualmente pagato dal servizio sanitario nazionale per ogni paziente trattato. Il prezzo è indipendente dalla durata del trattamento e quindi dal numero di confezioni di farmaco consumate. Nei prezzi indicati di seguito sono stati considerati sia gli sconti applicati alle aziende ospedaliere, sia i rimborsi previsti in regime di pay-back - per quanto riguarda l'azienda Abbvie - e quelli ottenuti con il meccanismo dello “sconto prezzo-volume” concordato con l'azienda Gilead, secondo il quale il prezzo del farmaco diminuisce con l'aumentare del numero di trattamenti acquistati. In base a questo accordo il prezzo della cura diminuisce con il superamento di determinati numeri di trattamenti acquistati. Il prezzo che di seguito indichiamo è relativo alla data del 20 febbraio 2016.

 

A tutti i trattamenti senza interferone si può aggiungere la ribavirina il cui costo incide da 84 a 168 euro a secondo della durata del trattamento.

 

1)      Viekirax+Exviera: 23.000 euro (ABBVIE) 2)      Harvoni : 18.500 euro (GILEAD) 3)      Sovaldi+Olysio: 17.000+10.000=27.000 euro (GILEAD+JANSSEN) 4)      Sovaldi+Daklinza: 17.000+17.500= 37.500 euro (GILEAD+BMS) 5)      Interferone pegilato +Ribavirina+Olysio: 2.500 (può’ leggermente variare a secondo del dosaggio)+168+10.000= 12.668 euro Questo ultimo è uno schema di trattamento con interferone ed è l'unico rimborsato per pazienti con fibrosi F0-F2, nel caso in cui abbiano malattie extra-epatiche correlate all'Epatite C. E' applicabile solo ai genotipi 1 e 4.

 

Colpisce che il prezzo del 5° trattamento, quello con con Olysio e Interferone – medicinale che provoca gravi effetti collaterali – risulti di poco inferiore (meno di 6000 euro) al costo dell'Harvoni e comunque, in media non molto meno costoso delle altre combinazioni di farmaci che invece permettono al paziente di condurre una vita normale durante tutta la terapia. Il trattamento con Interferone è l'unico che viene offerto anche ai malati di epatite C con fibrosi F2 (fegato non in cirrosi), nel caso in cui abbiano altre malattie extra-epatiche ma provocate dall'Epatite C e il genotipo 1 o 4 della malattia. A tutti gli altri viene sempre offerta solo la vecchia terapia con Interferone e Ribavirina.

Il punto
(prima)

Avere una malattia cronica che potrebbe aggravarsi con conseguenze irreversibili e sapere che una medicina per curarla c'è ma non possiamo averla. Costa troppo. Lo Stato ce la darà, ma solo dopo che ci saremmo aggravati. E' la condizione in cui si trovano migliaia di italiani che convivono con il virus dell'Epatite C, una malattia del fegato che, se si cronicizza, compromette anche altri sistemi e favorisce altre patologie. Dalla fine del 2014 sono state autorizzate e rimborsate dal Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) terapie in grado di guarire questa patologia rapidamente e senza effetti collaterali. Si tratta delle terapie antivirali dirette prive di interferone, estremamente efficaci ma anche costosissime, il cui prezzo al pubblico arriva a 70mila euro per persona. Per poter offrire questi farmaci innovativi il governo ha istituito uno specifico fondo da un miliardo per due anni (2015-2016), ma questi soldi sono sufficienti a curare solo una parte dei malati più gravi – circa 50mila persone- mentre il Piano nazionale per la prevenzione delle epatiti virali, approvato dalla conferenza stato-regioni all'inizio dell'anno, stima che siano un milione gli italiani con il virus e 330mila quelli in cirrosi. L'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), ha stabilito che per accedere alle nuove cure bisogna essere in una condizione di cirrosi epatica, nello specifico avere una fibrosi F3 o F4, ovvero i due livelli più alti di danno del fegato.

La coinfezione Hiv/Hcv: una “relazione pericolosa” non riconosciuta in Italia

Sono 33mila le persone che in Italia hanno una coinfezione da Hiv e Epatite C (Hcv) accertata, di queste, si è stimato che circa 8mila rischiano di morire se non trattate a breve. L'Associazione Europea per lo Studio del Fegato (Easl) ha raccomandato di trattare i coinfetti quanto prima, perché la coesistenza dei due virus favorisce e rende più rapido l'aggravamento della malattia epatica. L'Aifa però non ha considerato in alcun modo, nei criteri di priorità di accesso alla cura, l'aggravamento della malattia che la condizione di coinfezione Hiv/Hcv di fatto comporta. Dai dati che ci sono stati forniti dall'Aifa emerge che, alla fine del 2015, delle 30.823 persone complessivamente trattate con i farmaci forniti dal Ssn, sono stati 2.770 i pazienti con coinfezione che hanno usufruito delle nuove cure: meno del 9% del totale. Alla nostra domanda sulla possibilità di ampliamento dei criteri di accesso ai nuovi farmaci, il direttore dell'Aifa Luca Pani ha risposto che la Commissione Tecnico-Scientifica dell'agenzia ne sta discutendo, tuttavia, ha sottolineato, questa ipotesi si fonda esclusivamente “sulla verifica del numero di pazienti a oggi trattati rispetto al programma di urgenza e sulla valutazione della saturazione dei criteri già definiti”, ovvero bisognerà prima curare tutti i pazienti con un livello di fibrosi del fegato uguale o superiore a F3, indipendentemente dalla condizione di coinfezione Hiv/Hcv. Le persone in cirrosi che ad oggi sono state avviate al trattamento, conclude Pani, “sono ancora inferiori all’atteso”. Oggi, secondo i dati della corte Icona – di cui fanno parte circa 10mila italiani con Hiv – il 40% delle persone con coinfezione Hiv/Hcv e con una fibrosi superiore a F3 non sono ancora stati trattati: lo sottolinea Cristina Mussini, infettivologa, direttrice della struttura complessa di malattie infettive dell'azienda ospedaliero-universitaria di Modena.

I medici: “Rischio epatocarcinomi, se la cura arriva tardi”

L'obbligo di dare la nuova cura solo alle persone con il fegato in cirrosiè vissuto male dai medici infettivologi e epatologi italiani. Ne abbiamo intervistati nove, da Milano a Lecce, passando per le isole. Come il dottor Bruno Cacopardo, direttore del reparto malattie infettive dell'Ospedale Garibaldi Nesima di Catania che ci ha raccontato come abbia assistito all'insorgere di epatocarcinomi – ovvero tumori determinati dalla malattia del fegato – in due persone in cui l'Epatite C era già stata debellata grazie alle nuove, costosissime cure. Ciò è successo perché quando il virus era stato finalmente eliminato, l'organo era stato già danneggiato irreversibilmente. “Vanno trattati quanto prima i pazienti con il fegato ancora in buono stato – raccomanda Cacopardo - sono gli unici cui dopo l’eradicazione del virus potremo dire che hanno definitivamente chiuso con l'Epatite C”. L'appello del medico catanese diventa ancora più pressante quando parla di persone che hanno la coinfezione Hiv/Hcv: “I coinfetti spesso sviluppano una malattia extraepatica, la crioglobulinemia, che può complicarsi provocando linfomi”. “Io ho due pazienti con Hiv e Hcv che hanno avuto una progressione rapida di malattia epatica con complicanze extra-epatiche – racconta Caterina Uberti, infettivologa, dirigente del reparto malattie infettive del San Raffaele di Milano - in loro il trattamento non ha portato all'eradicazione della malattia virale, perché è stato concesso troppo tardi”. “Ho visto pazienti coinfetti che non hanno una cirrosi avanzata, ma che con un danno del fegato meno grave vanno incontro a epatocarcinomi devastanti, veramente epatocarcinomi che esplodono”, aggiunge Luchino Chessa, docente al Dipartimento di Scienze Mediche dell’Università di Cagliari, epatologo e infettivologo. Per Chessa è fondamentale trattare in tempo le persone coifette anche per un altro motivo: “Non sono tanti i centri trapianti che fanno trapianti in persone con Hiv”. “Dai centri, prima rispondono che è troppo presto per l’inserimento in lista, ma poi quando la malattia è troppo avanzata, non fanno in tempo ad arrivare al trapianto – ha detto a LILANEWS - tutti i pazienti coinfetti che io ho messo in lista non ce l'hanno fatta”.

Curare tardi potrebbe peggiorare la malattia

“C’è la percezione, abbastanza diffusa in chi si occupa di fegato, che esista un livello di gravità della malattia epatica oltre il quale anche se diamo la terapia, le probabilità che le funzioni del fegato riprendano sono molto poche”, afferma Lorenzo Badia, infettivologo del reparto malattie infettive dell'ospedale S. Orsola di Bologna. “Noi abbiamo avuto due casi di pazienti cui il trattamento ha peggiorato la funzione epatica – afferma – anche se ancora non possiamo dire se questo sarebbe successo comunque, perché era la storia naturale della sua malattia, oppure se la terapia ha acutizzato dei meccanismi infiammatori”.

Guarigione: ottimi numeri per i coinfetti

Nonostante la maggiore progressione della malattia epatica nelle persone con Hiv, alcuni dati statistici dicono che i coinfetti rispondono particolarmente bene ai nuovi trattamenti. Dai dati relativi all'area di Bologna raccolti da Badia – 700 pazienti trattati nel 2015 di cui 70 coinfetti - risulta che il 99,3% dei coinfetti trattati con i nuovi farmaci sono guariti, mentre l'eradicazione della malattia nei monoinfetti si ferma all'88% delle persone che hanno assunto la terapia. Il dato non è una prova che i coinfetti rispondano alla terapia in assoluto meglio dei monoinfetti, ma certamente è un elemento che mostra come l'efficacia del farmaco non sia ostacolata dalla coinfezione.

Il rischio di reinfezioneAdriana Ammassari, infettivologa dell'ospedale Lazzaro Spallanzani di Roma, che dal 1980 è uno dei principali centri italiani per la cura e la ricerca sull’Aids, evidenzia come la maggior parte delle persone oggi escluse dall'accesso alle nuove terapie sono Msm (Maschi che fanno Sesso con Maschi) con infezione relativamente recente: “Per loro c'è da considerare un rischio rilevante di infezione e re-infezione, anche dopo la cura”. Il rischio di infettarsi di nuovo, dopo essere stati trattati, è evidenziato anche Uberti: “Casi di reinfezione virale dopo aver beneficiato della terapia anti-Hcv ci sono sicuramente, da qualche anno anche a Milano, è un dato abbastanza noto”. Ammassari evidenzia che spesso il virus viene trasmesso attraverso strumenti contaminati usati per assumere sostanze per via inalatoria, che si usano durante incontri sessuali, e così il virus si trasmette anche se i rapporti sono protetti. L’elevata diffusione dell'infezione in questi gruppi a rischio c'è potrebbe dunque essere affrontata estendendo i criteri per l’accesso alla cura e riducendo le fonti di infezione. “Ma se viene offerto il trattamento e dopo ci si reinfetta, si pone un altro problema serio cui fare fronte – sottolinea l'infettivologa dello Spallanzani - abbiamo curato una persona investendo molti soldi e poi questa si è reinfettata”. Per questo, sottolinea Ammassari, la cura dovrebbe essere associata a programmi di prevenzione e educazione alla salute.

La burocrazia sulle spalle dei medici

“Nella mia esperienza purtroppo l’Aifa e la Regione Lazio non si sono coordinati, comportando un enorme sovraccarico lavorativo nei medici prescrittori”: Ammassari evidenzia un pesante problema di adempimenti burocratici che devono essere svolti direttamente dal personale sanitario per avere la possibilità di utilizzare i nuovi farmaci. Si tratta – sottolinea l'infettivologa dello Spallanzani – dell'onere di compilare le stesse schede, con moltissimi dati dei pazienti, sia su un portale dell'Aifa che su quello della regione di riferimento: un doppio lavoro che avrebbe potuto essere evitato se le due istituzioni si fossero coordinate, alleggerendo il lavoro dei medici. Questo problema rischia di ripercuotersi nella capacità dei medici di trattare più persone, afferma Cristina Mussini direttrice della struttura complessa di malattie infettive all'ospedale di Modena: “Essendo rimasti immutati gli organici, i medici non riescono a trattare più di un certo numero di pazienti”. “Mi chiedo perchè l'Aifa non abbia predisposto un sistema coordinato con le regioni risparmiandoci questo doppio lavoro che ci ha davvero messo a dura – insiste Ammassari - comunque, nessuno di noi si è risparmiato visto che erano molti anni che sognavamo di avere una opportunità come questa per i nostri pazienti”.

Altri problemi burocratici logistici che ostacolano l'erogazione delle terapie vengono evidenziati dai medici, in particolare del Sud Italia. “In tutta la regione Calabria c'è un solo fibroscan, ovvero lo strumento che serve per misurare il livello di fibrosi – evidenzia Lucio Cosco, direttore del reparto malattie infettive dell'ospedale Pugliese-Ciaccio di Catanzaro – questo è un problema per coloro che ancora non hanno avuto accesso alla cura e devono restare sotto controllo”. Pierpaolo Congedo, infettivologo dell'Ospedale Vito Fazzi di Lecce, denuncia come problemi di budget della farmacia abbiano rallentato l'erogazione dei nuovi farmaci da parte del centro medico. Inoltre, a causa della consegna dei medicinali che avviene una sola volta al mese, restano esclusi dalle nuove terapie diversi pazienti che abitano molto lontano dalla città pugliese e non hanno i mezzi per raggiungerla mensilmente.

Autorizzato per F2 trattamento con interferone: ma costa poco meno delle altre cureIl prezzo pagato dal Ssn per ciascuna terapia è oggi in Italia – ma anche in altri paesi europei - un “segreto di stato” perché, come ha recentemente spiegato il direttore di Aifa, la clausola di riservatezza è stata una condizione posta dall'azienda Gilead per poter concedere sconti a beneficio del sistema sanitario nazionale. Sulla base di informazioni date in via non ufficiale al dottor Francesco Benanti, infettivologo dell'ospedale Garibaldi Nesima di Catania abbiamo ricostruito il prezzo attualmente pagato dal nostro Ssn per ogni terapia: da quanto riferito, emerge che il prezzo del trattamento composto da uno dei nuovi farmaci insieme all'Interferone risulta di poco inferiore al costo dell'Harvoni. Il trattamento con interferone è però l'unico che viene offerto anche ai malati di Epatite C con fibrosi F2 (non ancora in cirrosi) ma con altre malattie extra-epatiche. Dalle nostre interviste a diversi infettivolgi emerge che le persone senza cirrosi, per evitare di essere soggette per mesi a febbre, mal di testa, dolore alle ossa e depressione, tendono a non fare terapia e attendere le altre cure. Dalle informazioni raccolte emerge però come la cura senza interferone abbia un prezzo di poco superiore a quella che provoca gravi malesseri al paziente.

Superfarmaci e superguadagniIl sofosbuvir - molecola alla base di Sovaldi e Harvoni - è stato scoperto da ricercatori della Emory University di Atlanta ed è stato brevettato dall'azienda Pharmasset Inc, acquistata dalla Gilead Sciences nel giugno 2012 per 11,2 miliardi di dollari. Un'enorme investimento che Gilead ha recuperato il primo anno in cui sono stati messi in commercio Sovaldi e Harvoni: 12,4 miliardi di dollari sono stati infatti i ricavi della vendita dei due prodotti nel 2014. Gli introiti dei due superfarmaci sono ulteriormente cresciuti nel 2015 - quando sono stati messi in commercio anche in Italia - arrivando a 19,13 miliardi di dollari (13.86 dall'Harvoni e 5,27 dal Sovaldi). Secondo un'analisi realizzata da Healthdesk sull'ultimo rapporto Osmed (Osservatorio sull'Impiego di Medicinali) di Aifa, per il solo Sovaldi, in Italia sono stati spesi nei primi nove mesi del 2015, 680 milioni di euro, una cifra superiore a quella spesa per i10 antitumorali più costosi acquistati dal Ssn. Abbiamo inviato all'ufficio italiano di Gilead sciences otto domande perché ci aiutassero a comprendere le prospettive dell'accesso alla cura nel nostro paese. Ma dopo che le domande sono state valutate ci è stato comunicato che la direzione italiana dell'azienda ha deciso, per il momento, di non rispondere. Una delle risposte alle nostre domande è venuta i primi di dicembre dal rapporto finale di un'inchiesta della Commissione finanze del Senato americano pubblicato il mese scorso: la multinazionale che sul suo sito web rivendica di “aver aiutato più persone di sempre”, avrebbe agito nella commercializzazione del sofosbuvir esclusivamente per interessi finanziari senza alcuna attenzione all'accessibilità dei suoi prodotti e alla salute delle persone.La “soluzione” indiana e lo scetticismo dei medici“Io comprendo che lo stato, se non ha soldi per tutti, sceglie di curare i più gravi. Ma io dovevo fare qualcosa. Perché mi stavo aggravando. Dovevo fare qualcosa prima che mi venisse un tumore”. E' la voce fresca e squillante di Margherita, 56 anni di cui 20 vissuti con l'Epatite C, che ha raccontato a LILANEWS la sua storia di ricerca di salute di cura. Una storia che va in una direzione diversa da quella raccomandata da leggi e istituzioni italiane, ma che, a portato, a lei e i suoi cari, salute e felicità. Margherita ci ha raccontato che negli ultimi mesi la sua viremia ha cominciato a salire vertiginosamente, anche se la sua fibrosi restava bassa, inferiore a F3. “Avevo pensato di fare un mutuo da 90mila euro per curarmi prima che mi venisse un carcinoma – ci ha detto – poi ho saputo della possibilità dei generici prodotti in India e con l'aiuto di un parente che lavora lì ho acquistato il Sovaldi per sei mesi a 1.800 euro”. Ci ha detto di non aver avuto alcun timore della contraffazione dei farmaci “perché sono gli stessi venduti nelle farmacie per gli indiani e autorizzati da Gilead” e “dopo tre mesi di terapia la viremia ora è soppressa”. La Gilead infatti, per far fronte alla concorrenza delle aziende farmaceutiche indiane che, forti del fatto che lo stato indiano non ha riconosciuto il brevetto sul sofosbuvir, sono in grado di di produrre i trattamenti a prezzi bassissimi, ha stretto un accordo con le sette principali aziende generiche del paese, che gli riconoscono comunque dei diritti, pur producendo a costi più bassi. Per questo anche i farmaci indiani sono garantiti da Gilead. Eppure quasi tutti i medici che abbiamo intervistato hanno mostrato scetticismo verso questi farmaci, per il fatto che lo stato italiano, in alcun modo garantisce per loro. “Non ci sono state date indicazioni aggiuntive a quelle vigenti – sostiene Ammassari - stando alle regole, il Servizio Sanitario Nazionale non prevede l’impiego di questi prodotti”. Ma il dovere dei medici è di curare e alcuni servizi per facilitare questa cura sono possibili: “Se il paziente ha dei dubbi sul fatto che ci sia davvero il farmaco nelle compresse che sta prendendo, gli possiamo fare un prelievo per verificare che in circolo c’è il farmaco – afferma Badia - siamo attrezzati per offrire questo servizio, che finora facciamo per valutare come va la concentrazione del farmaco”. Margherita ci ha raccomandato: “Spero che possiate far conoscere ad altri come me questa possibilità, perchè oggi sono una persona più felice”.

UNA RINNOVATA MISSIONE l'editoriale di massimo oldrini
(editoriale)

 

 

L’attivismo oggi ha bisogno di svilupparsi su nuovi percorsi perché nuove e scottanti sono le sfide, specie nell’ambito Hiv/Aids. Mai come in questo inizio del nuovo millennio la sfida della salute pubblica si è intrecciata così fortemente alle questioni di macroeconomia, di statistica, di opportunità politica. Se da un lato i successi scientifici hanno fortemente influenzato il corso di epidemie e pandemie (la rivoluzione dei farmaci antiretrovirali ne è la prova evidente), dall’altro i costi sociali delle terapie, in uno scenario di forte contrazione dell’economia occidentale, hanno generato percorsi che chi fa attivismo deve verificare, controllare, indagare con massimo scrupolo e senza preconcetti. Con questo obiettivo abbiamo ridisegnato il nostro portale informativo, gli abbiamo dato una veste giornalistica investendo in risorse umane e professionali per provare a raccontare quello che succede in modo autentico, raccogliendo le esperienze del mondo scientifico e sanitario insieme a quelle delle persone che si trovano in condizione di aver bisogno di terapie.

Ed è nata LILANEWS, una testata che si dedicherà, già a partire da questo numero, a darvi il conto tempestivo di ciò che accade nel nostro ambito di attivismo e al contempo a generare INCHIESTE di più ampio respiro. Ad esempio in questo primo caso ci occupiamo de IL FARMACO NEGATO. Ci occupiamo dunque di quel farmaco che forse, dopo le terapie antiretrovirali, è uno dei più grandi successi della farmacologia: la molecola per la cura e l’eradicazione dell’Epatite C. L’Epatite C è stata sempre una malattia preoccupante per il mondo Hiv/Aids. Le stime parlano chiaro: i casi di coinfezione Hiv/Epatite C non sono pochi e non sono in diminuzione, anzi. Così la nuova cura apre scenari entusiasmanti. Ma non per tutti. Infatti se le stime parlano chiaro, noi siamo convinti che stimare davvero il fenomeno sia quasi impossibile. Dalla nostra inchiesta sembra che i dati, quelli reali, siano affidati solo al numero dei farmaci distribuiti dalle strutture sanitarie. Il resto, per ammissione degli stessi medici, è una nebulosa statistica presuntiva che punta al ribasso e non vede il sommerso. E allora, puntando a caso sullo stivale, non dimenticando le isole, siamo andati a capire come IL FARMACO NEGATO sia più negato nelle strutture sanitarie di alcune zone a dispetto di altre e generi maggiori timori in alcuni clinici a dispetto di altri.

 

Questo perché il nostro paese ha deciso di NON TRATTARE tutti i malati, ma di stilare una classifica di accesso nella quale, ad esempio, la coinfezione Hiv/Epatite C non costituisce la garanzia di trattamento automatico, come quasi tutti i clinici intervistati vorrebbe. Ciò perché trattare indiscriminatamente farebbe saltare l’economia dello Stato, dicono. Ed in effetti il trattamento dell’Epatite C, commercializzato dall’azienda americana GILEAD, è molto costoso. Così è stata stilata una classifica di gravità per permetterne la prescrizione. Un doloroso TU SI’, TU NO. Chi ha la fortuna di rientrare nel SI’  ha accesso alla cura ma è sfortunatamente già molto grave, mentre chi è nello spazio del NO deve solo aspettarsi di diventarlo senza nessun discrimine. Tutto questo è davvero insopportabile, specie perché si dimentica che l’Epatite C è una malattia altamente infettiva e dunque non curare equivale a tenere aperto un serbatoio di infezione che in alcuni ambiti è evidentemente un problema sociale.

 

Indagando nelle pieghe del sistema, la nostra inchiesta ne ha scoperte delle belle: chi ha i soldi può facilmente acquistare la terapia da sé, a prezzi di mercato, basta andare nel vicinissimo STATO del VATICANO. Ma c’è anche chi con duemila euro o poco più accede ai farmaci generici provenienti da paesi come l’India che ormai imperversano in tutta Europa illegalmente. Farmaci che funzionano e che spesso i clinici si trovano nei loro studi portati dai pazienti, uniti alla richiesta di essere testimoni e complici di un trattamento “improprio”. Ecco l’altro SI’ e l’altro NO: alcuni acconsentono a seguire ugualmente la cura con le pillole “portate da casa”, alcuni no, qualcuno lo fa non di buon grado. Poi abbiamo registrato i disagi dei medici per la quantità di burocrazia nella gestione e nella concessione di questa terapia, un processo che li riduce indegnamente al ruolo di passacarte. E infine abbiamo verificato i costi delle terapie, scoprendo che quelle che ancora ammettono l'uso dell’interferone, in fondo tanto più economiche non sono.

Su tutto pesano gli incomprensibili silenzi della Gilead che non spiega e non risponde, come se la questione non meritasse approfondimenti. Da parte nostra come sempre solleviamo questioni e liberi pensieri, convinti che per rintracciare un futuro migliore si debba conoscere e partecipare a scelte tutt’altro che scontate.

 

Allora buona lettura e grazie di cuore a quelli che hanno accettato di rispondere diffondendo sapere a tutti e per tutti, senza sì e senza no.

 

Massimo Oldrini è il Presidente della Lega Italiana per la Lotta all'Aids

UNA RINNOVATA MISSIONE l'editoriale di massimo oldrini
(editoriale)

 

 

L’attivismo oggi ha bisogno di svilupparsi su nuovi percorsi perché nuove e scottanti sono le sfide, specie nell’ambito Hiv/Aids. Mai come in questo inizio del nuovo millennio la sfida della salute pubblica si è intrecciata così fortemente alle questioni di macroeconomia, di statistica, di opportunità politica. Se da un lato i successi scientifici hanno fortemente influenzato il corso di epidemie e pandemie (la rivoluzione dei farmaci antiretrovirali ne è la prova evidente), dall’altro i costi sociali delle terapie, in uno scenario di forte contrazione dell’economia occidentale, hanno generato percorsi che chi fa attivismo deve verificare, controllare, indagare con massimo scrupolo e senza preconcetti. Con questo obiettivo abbiamo ridisegnato il nostro portale informativo, gli abbiamo dato una veste giornalistica investendo in risorse umane e professionali per provare a raccontare quello che succede in modo autentico, raccogliendo le esperienze del mondo scientifico e sanitario insieme a quelle delle persone che si trovano in condizione di aver bisogno di terapie.

Ed è nata LILANEWS, una testata che si dedicherà, già a partire da questo numero, a darvi il conto tempestivo di ciò che accade nel nostro ambito di attivismo e al contempo a generare INCHIESTE di più ampio respiro. Ad esempio in questo primo caso ci occupiamo de IL FARMACO NEGATO. Ci occupiamo dunque di quel farmaco che forse, dopo le terapie antiretrovirali, è uno dei più grandi successi della farmacologia: la molecola per la cura e l’eradicazione dell’Epatite C. L’Epatite C è stata sempre una malattia preoccupante per il mondo Hiv/Aids. Le stime parlano chiaro: i casi di coinfezione Hiv/Epatite C non sono pochi e non sono in diminuzione, anzi. Così la nuova cura apre scenari entusiasmanti. Ma non per tutti. Infatti se le stime parlano chiaro, noi siamo convinti che stimare davvero il fenomeno sia quasi impossibile. Dalla nostra inchiesta sembra che i dati, quelli reali, siano affidati solo al numero dei farmaci distribuiti dalle strutture sanitarie. Il resto, per ammissione degli stessi medici, è una nebulosa statistica presuntiva che punta al ribasso e non vede il sommerso. E allora, puntando a caso sullo stivale, non dimenticando le isole, siamo andati a capire come IL FARMACO NEGATO sia più negato nelle strutture sanitarie di alcune zone a dispetto di altre e generi maggiori timori in alcuni clinici a dispetto di altri.

 

Questo perché il nostro paese ha deciso di NON TRATTARE tutti i malati, ma di stilare una classifica di accesso nella quale, ad esempio, la coinfezione Hiv/Epatite C non costituisce la garanzia di trattamento automatico, come quasi tutti i clinici intervistati vorrebbe. Ciò perché trattare indiscriminatamente farebbe saltare l’economia dello Stato, dicono. Ed in effetti il trattamento dell’Epatite C, commercializzato dall’azienda americana GILEAD, è molto costoso. Così è stata stilata una classifica di gravità per permetterne la prescrizione. Un doloroso TU SI’, TU NO. Chi ha la fortuna di rientrare nel SI’  ha accesso alla cura ma è sfortunatamente già molto grave, mentre chi è nello spazio del NO deve solo aspettarsi di diventarlo senza nessun discrimine. Tutto questo è davvero insopportabile, specie perché si dimentica che l’Epatite C è una malattia altamente infettiva e dunque non curare equivale a tenere aperto un serbatoio di infezione che in alcuni ambiti è evidentemente un problema sociale.

 

Indagando nelle pieghe del sistema, la nostra inchiesta ne ha scoperte delle belle: chi ha i soldi può facilmente acquistare la terapia da sé, a prezzi di mercato, basta andare nel vicinissimo STATO del VATICANO. Ma c’è anche chi con duemila euro o poco più accede ai farmaci generici provenienti da paesi come l’India che ormai imperversano in tutta Europa illegalmente. Farmaci che funzionano e che spesso i clinici si trovano nei loro studi portati dai pazienti, uniti alla richiesta di essere testimoni e complici di un trattamento “improprio”. Ecco l’altro SI’ e l’altro NO: alcuni acconsentono a seguire ugualmente la cura con le pillole “portate da casa”, alcuni no, qualcuno lo fa non di buon grado. Poi abbiamo registrato i disagi dei medici per la quantità di burocrazia nella gestione e nella concessione di questa terapia, un processo che li riduce indegnamente al ruolo di passacarte. E infine abbiamo verificato i costi delle terapie, scoprendo che quelle che ancora ammettono l'uso dell’interferone, in fondo tanto più economiche non sono.

Su tutto pesano gli incomprensibili silenzi della Gilead che non spiega e non risponde, come se la questione non meritasse approfondimenti. Da parte nostra come sempre solleviamo questioni e liberi pensieri, convinti che per rintracciare un futuro migliore si debba conoscere e partecipare a scelte tutt’altro che scontate.

 

Allora buona lettura e grazie di cuore a quelli che hanno accettato di rispondere diffondendo sapere a tutti e per tutti, senza sì e senza no.

 

Massimo Oldrini è il Presidente della Lega Italiana per la Lotta all'Aids

Importazione di farmaci per uso personale: meno restrizioni grazie ad una circolare del Ministero. La LILA: “rimborsare chi è costretto a comprare all’estero cure essenziali"
(notizie)

Il ministero della Salute ha ridefinito le regole per l’importazione e l’acquisto di farmaci per uso personale registrati all’estero,  fenomeno esploso in particolare per i trattamenti anti-HCV, allentando alcuni dei vincoli previsti da un decreto ministeriale del 1997 (dM 11/02/97).  Le nuove indicazioni sono contenute in una circolare emanata lo scorso 23 marzo che chiarisce in quali casi si possa configurare “la mancanza di una valida alternativa terapeutica”  e, quindi, derogare al più generale divieto di importare e commercializzare in Italia,  farmaci privi di autorizzazione dell’ AIFA o di altre autorizzazioni comunitarie.

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Epatite C: AIFA amplia i criteri per l’accesso alle cure. Il dg Melazzini: “cureremo tutti”. La LILA: “passo in avanti importante, ora pronti a vigilare”
(notizie)

La battaglia per la cura e l’eradicazione dell’epatite C in Italia, segna una svolta. L’AIFA ,  agenzia italiana per il farmaco, ha comunicato nei giorni scorsi la ridefinizione dei criteri di trattamento per le persone affette dall’HCV ampliando l’ accesso alle rivoluzionarie terapie in grado di eradicare definitivamente il virus. I criteri per l’accesso salgono da 7 a 11 con l’obiettivo di curare almeno 240mila persone nel prossimo triennio. Prima dell’adozione formale, lo stesso direttore generale dell’AIFA, Mario Melazzini, ha illustrato la nuova impostazione alle associazioni di pazienti e attivisti e tra queste la LILA.

“Elaborati nell’ambito del piano di eradicazione dell’infezione da HCV in Italia, i nuovi criteri –afferma AIFA- consentiranno di trattare tutti i pazienti per i quali è indicata e appropriata la terapia”. La volontà dichiarata sembra dunque quella di voler finalmente superare il regime di limitazioni imposto per l’accesso ai nuovi farmaci anti-HCV, disponibili da qualche anno. Tali limitazioni, come denunciato anche dalla LILA su queste pagine con l’inchiesta “il farmaco negato”,  hanno rappresentato, fino ad ora, un gravissimo vulnus per il diritto alla salute di centinaia di migliaia di cittadini e cittadine, alimentando il drammatico fenomeno dei viaggi della speranza all’estero.  In un’intervista rilasciata lo scorso venerdì 10 marzo, ad Unomattina su Rai 1, Melazzini ha ulteriormente precisato: “Il piano di eradicazione riguarda tutti i pazienti. Il governo lo ha voluto stanziando 500 milioni di euro per tre anni con l’obiettivo di trattare 80mila persone l’anno. Il cittadino –ha proseguito Melazzini- adesso sa con certezza che, secondo le indicazioni dello specialista curante, riceverà il trattamento”.

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EpatiteC: in Portogallo 1501 persone con Hiv trattate con i nuovi farmaci
(notizie)

Sono 1501 le persone con coinfezione curate con i farmaci innovativi in Portogallo dal 2014 ad oggi. Circa 600 di queste avevano un livello di fibrosi basso, tra F0 e F2. L'accordo siglato per la fornitura di Sofosbuvir e Harvoni prevede il pagamento condizionato alla guarigione e l'applicazione del meccanismo prezzo-volume. Si stima siano stati così risparmiati 89.242 anni di vita e 413 milioni di euro per il futuro.

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Firmiamo! Per le nuove cure anti Epatite C a chi ha una coinfezione Hiv/ Hcv
(notizie)

Ha preso il via con una lettera che come Lila abbiamo deciso di pubblicare, è diventata un appello ed è stata sottoscritta da quasi 5mila di cittadini indignati. Rilanciamo ora, insieme alle associazioni Nadir e Plus, la petizione per l'accesso delle persone con co-infezione alle terapie innovative contro l'Epatite C.

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“SENZA LA C”, dalle associazioni lettera-appello alle Istituzioni: curare tutti i malati di HCV
(notizie)

Resa pubblica una lettera-appello al governo e ai vertici dell’Aifa da parte della neo costituita rete “Senza la C”, network di 6 associazioni impegnate nella difesa dei diritti delle persone affette da HCV e nella prevenzione del virus.

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