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Hiv, dirlo o non dirlo? Dentista, patente, viaggi: fai un check ai tuoi diritti
(Vivere con l'Hiv)

Essere una persona con HIV espone, tuttora, a un alto rischio di discriminazioni. Sono diverse le situazioni della vita quotidiana che costringono le persone a nascondere il proprio stato sierologico a colleghi, conoscenti, talvolta familiari e amici ma non solo: anche il rapporto con medici e strutture sanitarie esterni ai centri d’infettivologia, i viaggi, le incombenze burocratiche possono trasformarsi, talvolta, in ostacoli insormontabili, così come ci segnalano quotidianamente le persone attraverso i nostri centralini e la nostra LilaChat. Vogliamo per questo tentare di tracciare un piccolo manuale di quotidiana difesa dei propri diritti, volto a dare qualche risposta pratica ai problemi che vengono posti più di frequente.

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Piano Nazionale di interventi contro HIV e AIDS (PNAIDS)
(Prevenzione)

Data: 31 ottobre 2017Autore: Ministero della Salute

Il PNAIDS/HIV è stato presentato dalla ministra della Salute Beatrice Lorenzin nel novembre del 2016 e recepito dalla Conferenza Stato-Regioni nella seduta dello scorso 26 ottobre 2017. Si tratta del primo piano nazionale AIDS di cui si dota l’Italia e la sua elaborazione ha visto un ampio coinvolgimento delle associazioni e della società civile. Previsti interventi innovativi e in linea con gli obiettivi indicati dalle agenzie Internazionali (ONU/UNAIDS/OMS). Al momento non è stato tuttavia dotato di specifiche risorse finanziarie che ne rendano possibile una piena ed efficace attuazione.

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IAS 2017 - Terzo Bollettino
(IAS 2017)

LILA Onlus - Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids, in collaborazione con NAM , è lieta di fornirti la copertura scientifica ufficiale on-line della IX Conferenza su Patogenesi, Trattamento e Prevenzione dell'HIV organizzata dall'International AIDS Society (IAS 2017), che si terrà a Parigi dal 23 al 26 luglio 2017.

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ART e polypharmacy in età geriatrica: facciamo il punto con il dott Antonio Di Biagio
(aspetti clinici)

Il trattamento farmacologico delle persone anziane costituisce un aspetto particolarmente delicato della medicina: il sovrapporsi di più patologie legate all’età e, quindi, di più trattamenti farmacologici richiede un’attenzione complessiva allo stato di salute dei/delle pazienti e un’armonizzazione dei trattamenti farmacologici in modo tale che non contrastino tra di loro e che non creino interazioni dannose. Questo è tanto più vero per le persone con HIV già interessate da terapie complesse come quella Antiretrovirale. Al momento le indicazioni-guida sono di limitare le prescrizioni ai soli farmaci davvero essenziali e di favorire terapie antiretrovirali con il minor impatto possibile su reni, densità ossea, sistema cardiovascolare. Si vanno inoltre sviluppando studi e ricerche sull’interattività dei farmaci più frequentemente somministrati in età geriatrica con la ART.  Il Dottor Antonio Di Biagio, infettivologo dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova, è tra i medici più esperti in materia di gestione farmacologia dei pazienti in HIV ed ha curato, nel recente convegno di Roma, la relazione “Taf vs Tenofovir –sparing” . Ecco la nostra intervista. 

Dottor Di Biagio, grazie all’efficacia delle terapie ART, le persone con HIV, almeno nei paesi a welfare avanzato, hanno guadagnato molti anni di vita e ora si va componendo rapidamente la prima generazione anziana di persone con infezione da HIV.  Si può già tracciare un quadro delle condizioni di salute con cui le PLHIV arrivano all’età geriatrica e dell’impatto di tanti anni di terapie?

Negli anni passati il capitolo invecchiamento era un argomento poco importante, la battaglia si concentrava nelle retrovie, ossia nel garantire la vita; Oggi possiamo invece permetterci di affrontare argomenti fino a poco tempo fa ostici come le prospettive d’invecchiamento. Le stime di sopravvivenza di cui disponevamo, ottenute da modelli matematici spesso complicati, si basavano fino al recente passato su un’età d’infezione attorno ai venti anni. Certo, erano già incoraggianti ma, come spesso accade, abbiamo dovuto aspettare la prova sul campo. Oggi vivere con l’HIV fino a tarda età è possibile. Ecco due grafici, con i relativi dati, a sostegno di quanto detto. Il primo ci offre uno spaccato sulla situazione negli Stati Uniti:

CDC, Web Site: aging and HIV

Abbiamo però anche dei dati Italiani: questo grafico, ad esempio, riguarda la Clinica di Malattie Infettive, Ospedale Policlinico San Martino di Genova, ed è diviso tra maschi e femmine.

www.ReteLigureHIV.it

Come sempre i numeri ci dicono molto; ci dicono, ad esempio, come la situazione negli USA e in Italia sia molto simile. Tra pochi anni ci sarà uno spostamento delle colonnine dell’età verso 55-59 e verso 60+. La vera domanda è: quanto siamo preparati a questo fenomeno che diventerà la regola per tutti i centri? Sappiamo inoltre che le persone con infezione da HIV in età avanzata raggiungono molto frequentemente un HIV-RNA <50 copie/ml (una carica virale inferiore alle cinquanta copie), ossia un’aderenza alla terapia maggiore, anche se la risposta delle cellule CD4+ molto spesso non è ottimale. La foto genovese ci dice infine che il soggetto di sesso maschile sarà quello che ci costringerà a fare gli straordinari essendo il gruppo più numeroso.

La maggiore e precoce insorgenza di patologie geriatriche nelle persone in HIV sono documentate. A quali fattori è dovuto questo fenomeno? C’è una correlazione con i trattamenti assunti nel corso della vita per il controllo dell’infezione? Se sì, quali differenze si rilevano tra l’impatto di certi farmaci rispetto ad altri, ad esempio in termini di tossicità? 

I dati che si vanno accumulando dicono che le persone con infezione da HIV potrebbero andare incontro a manifestazioni cliniche legate all’invecchiamento prima dei loro coetanei. E’ difficile attribuire alla sola infezione da HIV l’eventuale comparsa di questi fenomeni: l’invecchiamento precoce è invece una problematica multifattoriale. Come giustamente sottolineato nella domanda, sono molteplici i fattori di rischio, soprattutto legati allo stile di vita e ai precedenti trattamenti antiretrovirali più tossici. A mio avviso, alcune delle scelte attualmente possibili come l’inizio precoce della terapia, la continuità del trattamento senza interruzioni, l’ottimizzazione della terapia stessa sulla base delle caratteristiche del paziente e l’impiego di farmaci moderni potranno incidere notevolmente e in positivo su questo aspetto.

Gran parte delle persone che invecchiano va incontro ad una serie di patologie geriatriche e/o comorbidità che impongono loro più trattamenti farmaceutici. La gestione della polypharmacy diviene particolarmente complessa per chi è affetto da patologie croniche. Nel caso dell’infezione da HIV quali sono le principali criticità poste dalla gestione di più trattamenti farmaceutici?

Le questioni importanti da considerare quando parliamo di polypharmacy sono due. La prima considerazione da fare è sul numero delle compresse/pastiglie: assumerne una in più può non fare la differenza ma quando queste diventano tre o quattro, magari da dividere nella giornata, oppure da ripartire secondo un certo ritmo, ad esempio stomaco pieno/vuoto, possono ridurre la qualità della vita delle persone. La seconda considerazione è legata alle interazioni farmacologiche. In linea generale possiamo affermare che, fin da subito, medici e pazienti coinvolti nella cura dell’HIV hanno dovuto fare i conti con il metabolismo dei farmaci. Gli NNRTI (inibitori non nucleosidici) e gli IP (inibitori della proteasi) hanno condizionato la prescrizione di numerosi farmaci concomitanti, quindi su questo argomento siamo preparati. Attenzione però: la ricerca farmacologica prosegue e molto spesso vengono introdotti farmaci nuovi che per essere metabolizzati utilizzano le stesse vie degli antiretrovirali. Il controllo, quindi, deve essere continuo, senza sottovalutare alcuna possibile interazione. Infine sulla polypharmacy è bene iniziare a ragionare anche sui long acting, ossia farmaci iniettivi con somministrazione mensile o bimestrale. Nella popolazione che invecchia, sostituire una compressa al dì con un’iniezione, quando si devono comunque assumere quattro o cinque compresse per le comorbidità, ha un suo razionale? Oppure i long acting sono destinati ai più giovani? Tutto questo sarà materia di dibattito e studi futuri.

Nel recente convegno sull’HIV geriatrico che si è svolto a Roma, Lei ha tenuto una relazione su vantaggi di alcune combinazioni ART rispetto ad altre può descrivercene i punti chiave?

Nella mia relazione ho affrontato il tema delle tre principali novità intervenute nella terapia antiretrovirale, ossia: l’introduzione nella pratica clinica del TAF (Tenofovir alafenamide) Il ruolo oramai preponderante degli inibitori delle integrasi e le STR (Single Tablet Regimen, unica compressa giornaliera con tre principi attivi). 

Partiamo dal TAF: il profarmaco del TDF (tenofovir) è il nucleosidico che mancava. Per anni abbiamo “sopportato” TDF e ABC (Abacavir) perché non avevamo scelta. Ancora oggi però, è bene ricordarlo, la prima terapia antiretrovirale è basata sempre sulla coppia di nucleosidici, il cui ruolo è quindi sempre determinante. E’anche vero che gli effetti collaterali sul rene e sull’osso del TDF non erano così frequenti, certo si registravano alcuni casi di Sindrome di Fanconi (rarissime), danni al tubulo del rene (proteinuria) e osteopenia, più frequenti ma che avevamo imparato a gestire. Il dato rilevante, emerso già dai primi studi, è che TAF abbia risolto questo problema del tutto.  La seconda novità è rappresentata dagli inibitori dell’integrasi. Prima Raltegravir poi Elvitegravir e, infine, Dolutegravir hanno, di fatto, cambiato, per l’ennesima volta, la storia della terapia antiretrovirale. Il vero punto di forza degli inibitori dell'integrasi sta nell’efficacia terapeutica simile, o superiore, agli inibitori della proteasi, con la differenza importante di provocare meno effetti collaterali. Oggi l’integrasi è, in tutte le Linee Guida mondiali, il terzo farmaco di scelta.

Infine le STR: a breve anche gli inibitori della proteasi avranno il loro STR, quindi qualunque sia la scelta di terapia tra NNRTI, PI e INSTI (inibitori dell'integrasi), si potrà costruire tutto in “single pill”, ossia in compresse singole. Ma non finisce qui: a ruota sarà commercializzato il primo STR senza backbone nucleosidico (Dolutegravir/Rilpivirina) e, a seguire, una STR NRTI light (Dolutegravir/lamivudina). Insomma, ci saranno possibilità per quasi tutte le esigenze.

Quali prospettive offrono le terapie ART basate su due farmaci nella gestione dei pazienti anziani con HIV?

Le terapie basate su due farmaci, per molto tempo, non hanno trovato spazio nelle linee guide anglosassoni, a differenza di Italia e Spagna che invece avevano sdoganato da subito questa combinazione. A scanso di equivoci: la terapia a due farmaci, ad oggi, può essere solo una combinazione di seconda linea. Non abbiamo dati per proporre una terapia iniziale con due farmaci, anche se indicazioni importanti potrebbero arrivare dalla Conferenza mondiale sull’AIDS che si terrà la prossima estate ad Amsterdam. Le associazioni possibili PI/r +lLamivudina classiche sono state affiancate da altre combinazioni contenenti Dolutegravir (Rilpivirina e Lamivudina). Se prima queste combinazioni nascevano dal desiderio di rimuovere TDF in modo proattivo, oppure a seguito di effetto collaterale, oggi invece vivono di luce propria e il medico opta per questo tipo di strategia anche in assenza di un danno da TDF. Attenzione però: la scelta non è mai banale: servirebbe un test di resistenza, oppure una storia clinica e terapeutica molto dettagliata. Gli errori terapeutici possono generare fenomeni di resistenza con il rischio di penalizzare i due farmaci quindi: calma!

Le prospettive di un invecchiamento “difficile” preoccupano molte le persone con HIV. Ci sono aspetti rassicuranti che possiamo rilevare?

Tutte le mattine nel mio ambulatorio cerco di tranquillizzare le persone che seguo. Il tasto su cui batto è la prevenzione, con riferimento al rischio cardiovascolare, al fumo, allo stile di vita. Ai miei pazienti ricordo anche che fare gli esami due/ tre volte l’anno è un vantaggio importante rispetto ai loro coetanei non HIV. Possono sfruttarne i risultati per migliorare la loro salute mentre i loro amici e colleghi fanno raramente controlli, parlano poco con il loro dottore e quindi non sono consigliati in modo adeguato.

Stili di vita salutari e prevenzione possono rendere più facile e tollerabile la gestione farmacologica e polifarmacologica di una persona con HIV? Nel caso quali consigli dare? Fare attività fisica, adottare un’alimentazione sana, curare la socialità, controllare e/o curare il diabete, il colesterolo, l’ipertensione sono pratiche che possono davvero aiutare?

Questo è il punto chiave: stile di vita e prevenzione saranno sempre più i pilastri sui quali si regge lo stato di salute nelle persone che invecchiano. E questo è valido per tutta la popolazione generale. Non dimenticherei di inserire nel suo precedente elenco il fumo di sigaretta: un vero killer che spesso sottovalutiamo ma al quale dobbiamo prestare molta attenzione.

Geriatria e HIV: intervista a Giovanni Guaraldi
(aspetti sociosanitari)

Il Professor Giovanni Guaraldi , infettivologo della Clinica metabolica dell’Università di Modena e Reggio Emilia, è stato tra i promotori e animatori del "1st geriatric HIV Medicine Summit" ed è tra i maggiori studiosi dei fenomeni dell’invecchiamento in HIV.

Professore, perché questo convegno? Quali obiettivi ha tracciato?

Il "1st Geriatric HIV Medicine Summit" è stato, un’alba un inizio. L’intento è affrontare una nuova branca della medicina, quella di una medicina geriatrica che si possa occupare delle persone con HIV che invecchiano. Non si tratta di un fatto ovvio visto che, come hanno detto tante persone con HIV durante questo convegno, si sta aprendo uno scenario nuovo: ci sono persone che al momento della diagnosi non si sarebbero mai aspettate di entrare nell’età geriatrica, persone cui erano stati diagnosticati sei mesi di vita, poi cinque anni, poi dieci... e che invece hanno poi conquistato nuove prospettive, compresa quella di poter invecchiare. Dal punto di vista clinico la complessità dell’aging, che disegna traiettorie diverse per ciascuno di noi, diventa ancora più complessa nel paziente che vive con HIV in quanto introduce meccanismi biologici, comportamentali, di stili di vita che rendono questa traiettoria ancora più imprevedibile.

Quando e come comincia ad invecchiare una persona con HIV? Cosa ci dicono in proposito la ricerca e la medicina?

L’età anagrafica non è sufficiente a disegnare un profilo di salute e non lo è nemmeno il numero di anni trascorsi con l’infezione da HIV. In questo convegno, per la prima volta, abbiano voluto creare una “faculty “ tra infettivologi e geriatri per capire quali siano gli strumenti per leggere i vari diversi rischi cui è esposta la popolazione anziana con HIV e per stratificare dei sottogruppi delle varie vulnerabilità, perché diversi profili richiedono anche interventi, farmacologici e non, differenziati. Abbiamo così toccato vari aspetti metodologici di valutazione, clinici e di ricerca per capire cosa si possa prendere in prestito dalla medicina geriatrica così da poterla applicare alla popolazione con HIV. Si tratta di valutare nuovi obiettivi di trattamento sia stimolando le case farmaceutiche a nuovi trials clinici specificamente condotti sulla popolazione geriatrica con infezione da HIV, sia di pensare a modelli che vadano al di là della sola valutazione viro-immunologica.

Il tema dell’invecchiamento sembra suscitare molta ansia tra le persone con HIV. Grazie alle terapie si sono aperte nuove prospettive di vita, ma quale qualità della vita ci si può attendere?

E’ un tema che durante questo convegno è stato sollevato da molte testimonianze. Sento di poter rassicurare molto le persone con HIV. Ci sono state diverse, interessantissime relazioni durante il summit che hanno dimostrato come l’impatto dei disturbi neurocognitivi in HIV si sia molto ridotto in questi anni in cui lo abbiamo monitorato. E questo non solo perché abbiamo cambiato gli strumenti di valutazione ma, probabilmente, perché abbiamo una nuova generazione di pazienti che invecchia senza aver vissuto le condizioni drammatiche dell’era precedente le ART e anche perché abbiamo avuto successo nella riduzione del fenomeno dell’invecchiamento precoce. Abbiamo dimostrato come le traiettorie di fragilità stiano andando nella direzione giusta. Certo, intorno ai cinquanta anni si manifesta ancora un certo livello di fragilità ma per il 2030 si prevede una forte riduzione della vulnerabilità in questa fascia d’età. I progressi della medicina per l’HIV, l’accesso tempestivo alle terapie, l’evitare bassi livelli di Nadir CD4 e farmaci meno tossici di quelli del passato ci stanno portando a vedere una storia naturale d’invecchiamento più simile a quella della popolazione generale. Tutto questo rimane però legato anche alla variabilità individuale: ogni traiettoria personale va poi valutata dal punto di vista clinico.

Qual è il percorso da fare per migliorare le prospettive di un invecchiamento in salute?

Da questo punto di vista bisogna fare tanta educazione verso i centri clinici, verso i medici che devono saper raccogliere degli "outcome geriatrici" significativi e tanta educazione verso il paziente per prepararlo a diventare vecchio ma senza attribuire a questa condizione caratteristiche negative. Non si tratta necessariamente di strategie ad alto costo. Nel convegno abbiamo dimostrato come la descrizione dell’invecchiamento vada fatta in maniera positiva e non negativa: ciò che descrive la clinica del paziente è la capacità funzionale residua e quindi non il numero delle comorbidità attinenti allo stadio clinico; L’obiettivo di un invecchiamento in salute è valorizzare la capacità della persona con HIV di poter condurre una vita conforme ai propri desideri. E’ ora di smettere di parlare di “malattia” da HIV bisogna piuttosto parlare di “salute” della persona che vive con infezione da HIV. Questo ci sta insegnando la medicina geriatrica ed è quanto dobbiamo applicare anche nell’ambito dell’HIV. Si tratta di intraprendere una rivoluzione culturale, di cominciare a parlare in termini positivi, di cominciare a raccogliere i dati che ci parlino della capacità funzionale del paziente.

Nella sua relazione lei ha posto l’accento proprio sull’importanza dell’ascolto nel rapporto medico-paziente: saper comprendere, cioè, quello che la persona riferisce come problematico e non valutare solo ciò che è oggettivamente problematico. A cosa porta questo nuovo punto di vista?

Uno degli elementi che emerso è stata la necessità di integrare i PROs, Patient Reported outcomes (ndr: una sorta di questionari sullo stato di benessere generale riferito dal paziente senza mediazioni del medico) nell’ambito della valutazione clinica, quindi tutto ciò che deriva dall’esperienza. La medicina geriatrica, inoltre, più di altre branche, sta sperimentando nuove tecnologie che possono permettere l’ascolto del paziente attraverso vari registri comunicativi. Sono state riportate, ad esempio, esperienze di raccolta di informazioni anche attraverso APP installate sui nostri cellulari o tramite rilevatori dell’attività fisica come braccialetti o contapassi. Ecco, queste informazioni si possono integrare con quanto riferito dal paziente attraverso i questionari PROs e con la valutazione clinica, così da avere un approccio sempre più olistico e complessivo che ci aiuti a descrivere lo stato di salute di una persona e non solo lo stato di malattia. Se dovessi riassumere cosa può cambiare nella prospettiva della medicina geriatrica per l’HIV è il saper cominciare a descrivere l’invecchiamento come un fenomeno di salute e il saper raccogliere gli aspetti positivi della salute delle persone che vivono con HIV.

Benessere psico-fisico e incidenza dei fattori socio-ambientali
(aspetti sociosanitari)

Il tema delle barriere e/o delle risorse ambientali, sociali, comportamentali che possono influire sullo stato di salute dei/delle pazienti in età geriatrica, mostra una rilevanza sempre maggiore nei percorsi di trattamento e cura. Ma come valutare questi fattori? Come dare loro una rilevanza scientifica che possa integrare la diagnosi strettamente clinica? Nel suo intervento al convegno dello scorso febbraio, dedicato ad HIV e Geriatria, la la Professoressa Antonella Cingolani, infettivologia dell’Università Cattolica di Roma, ha illustrato le potenzialità del PROs, Patient Reported Outcomes, uno strumento, una sorta di questionario, che permette una visione di ogni aspetto dello stato di salute del/della paziente così come arriva dalla persona stessa, senza interpretazioni da parte di medici o altre figure. Si basa sul concetto che lo stato di salute non si configuri come una mera assenza di malattie ma come uno stato complesso di benessere fisico, mentale e sociale che può essere riferito e auto-valutato dal paziente. Oltre a permettere un approccio personalizzato alla cura, le analisi dei PROs possono dunque restituire alle autorità di salute pubblica indicatori fondamentali per orientare i servizi e l’assistenza alle persone con HIV in aging. “Ci troviamo di fronte ad un quadro nuovo anche dal punto di vista sociale, le persone si trovano a gestire un futuro che non pensavano di poter vivere” ha spiegato Cingolani citando lo studio: “We never expected this to happen”, non ci saremmo mai aspettati che questo potesse accadere.

Si tratta di una ricerca condotta a Londra attraverso una raccolta di biografie tra uomini omosessuali con HIV tra i cinquanta e i settantotto anni, volta ad esplorare le condizioni che ne permettono o meno un “invecchiamento di successo”. La differenza di esperienze tra chi considera l'invecchiamento un’opportunità per continuare a progredire verso i propri obiettivi di vita e chi, invece, lo vive come una condizione di ulteriore marginalità, risulta legata, più che all’età, agli svantaggi sociali subiti a causa dell’HIV nell’arco della propria vita: dalle carriere interrotte all’isolamento sociale e familiare. Lo studio esplora anche la possibilità di costruire percorsi, reti e comunità di sostegno per le persone anziane con HIV.

Cingolani ha citato altri studi che indagano su questi aspetti con il metodo del PROs. Tra questi un survey del 2011 del centro OMS per lo studio della qualità della vita, condotto in diversi paesi, dal quale emerge come l'inclusione sociale aumenti la percezione della salute fisica attraverso sentimenti positivi. Questo non dipende sempre dall’età, anzi, talvolta le persone con HIV più giovani riferiscono una qualità della vita peggiore di quelle più anziane.

Conclusioni simili arrivano anche dallo studio britannico ASTRA che mostra come, con il progredire dell'età, tra le persone con HIV aumentino i problemi funzionali ma diminuiscano ansia e depressione. Secondo lo stesso studio a correlarsi con un peggior stato di salute mentale è, inoltre, più il tempo trascorso con l’infezione da HIV, e dunque con tutti i problemi ambientali connessi, che non l’età cronologica in sé.

Si è chiesta, dunque, Cingolani, cosa influisce sull’Invecchiare bene? Studi condotti negli Stati Uniti nell’ambito della psichiatria e della neuroscienza mostrano come la resilienza contrapposta alla depressione sia un fattore fondamentale per un invecchiamento di successo, almeno al pari della salute fisica. Al contrario, la solitudine, l’isolamento sociale e lo stigma sono fattori che nelle persone con HIV si correlano a un invecchiamento negativo. Già nel 2010, uno studio su una corte di circa mille tra uomini e donne con HIV di New York, di età superiore ai cinquant’anni, dimostrava come oltre il 39% dei partecipanti manifestasse sintomi di depressione severa, legata per quasi la metà dei casi allo stigma, alla solitudine, a una minore performance cognitiva, a livelli ridotti di energia. Al contrario, contrastare lo stigma e la solitudine legati all'HIV, può avere effetti duraturi nel ridurre i sintomi depressivi maggiori e migliorare la salute percepita. Un recente studio olandese del gennaio 2018 ha comparato la qualità della vita delle persone con HIV a quella di altri gruppi di popolazione affetta da patologie croniche (diabete 1 e 2 e artrite reumatoide): Ne emerge un livello di salute fisica simile o superiore a quello degli altri gruppi ma un livello di salute mentale più basso, il che conferma come questo aspetto debba divenire parte integrante della percorso di presa in carico del/della paziente con HIV.

Oltre alla depressione, altri due fattori si correlano a un più basso stato della qualità della vita: le comorbidità e l’abuso di sostanze, come evidenzia questo studio USA del 2017. Si correlano, invece, positivamente con la qualità della vita in età avanzata la disponibilità di “care giving”, il supporto sociale, la rete relazionale delle community. Sono dunque sempre più importanti per affrontare l’aging in HIV l’approccio multidisciplinare e la capacità di intervenire, non solo sulle vulnerabilità, ma anche sui livelli di protezione clinica e sociale.

Il tema del nuovo scenario costituito dall’invecchiamento in HIV è stato affrontato nel corso del convegno da diversi rappresentanti delle community da Giusi Giupponi della LILA che ha confermato come le persone con HIV, dopo aver guadagnato anni di vita inaspettati, si trovino di fronte ad uno scenario inedito: la possibilità di invecchiare con tutte le potenzialità ma anche le incognite del caso. Anche Giulio Corbelli, Plus, ha rilevato come le persone con HIV guardino con sorpresa ma anche con ansia al proprio invecchiamento: “È fondamentale –ha detto- che gli aspetti del benessere psico-fisico siano considerati al pari di altri misuratori di salute”.

Simone Marcotullio di Nadir Onlus, nella sua relazione, ha riferito gli esiti di alcuni survey internazionali dai quali emerge come le persone con HIV, generalmente, si aspettino di vivere meno della popolazione generale mostrando una percezione delle attese di vita peggiore di quanto non sia in realtà. Questo ha comportato un minor investimento sul proprio futuro. Tra le conseguenze pratiche, ad esempio, il fatto che ci si sia preoccupati meno della propria stabilità finanziaria (pensione, mutui, risparmio) o della prevenzione per un buon invecchiamento. Per Marcotullio sarebbe dunque interessante lavorare alla creazione di un nuovo contesto socio-culturale che possa favorire un buon invecchiamento in HIV: approccio personalizzato alla cura della persona basato sull’ascolto, valorizzazione delle reti di relazioni, assunzione pubblica del tema della “solitudine” alcuni degli spunti di riflessione indicati.

 

HIV, dirlo o non dirlo? Dentista, patente, viaggi: fai un check ai tuoi diritti
(notizie)

Le persone con HIV sono tra le più attente alla propria salute, quelle con la più assidua frequentazione di medici e strutture sanitarie (grazie anche al buon livello dei reparti d’infettivologia) e, spesso, le più informate su come prevenire altre patologie da quelle cardiovascolari a quelle osteo-muscolari, alle IST (infezioni sessualmente trasmissibili). Grazie alla TasP (Treatment as Prevention) sono inoltre, al momento, anche quelle meno a rischio di trasmettere l’infezione: infatti, una persona in cura, con carica virale stabilmente non rilevabile, non è infettiva e il livello di successo terapeutico tra le persone in trattamento, supera ormai in Italia l’80%.

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Aderenza alle terapie
(notizie)

Il Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici-Cittadinanzattiva lancia “Segui la vita”, una web-serie dedicata alla vita di 5 cittadine/i  alle prese con una patologia cronica.  Dal 6 marzo sul canale youtube http://bit.ly/seguilavita in onda la prima puntata.

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