CD4 e carica virale
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Tag: CD4 e carica virale
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Esito positivo: che fare?
(Vivere con l'Hiv)

La nostra esperienza di persone con Hiv può esserti di aiuto.Se hai fatto il test e ti hanno comunicato un esito positivo, sicuramente ti sentirai sconvolto o sconvolta. Anche quando è successo a noi, la nostra prima reazione è stata soltanto un pensiero: "È tutto finito!". Ma in seguito abbiamo capito che aver contratto l'Hiv non costituisce una condanna a morte. Come te, e come altre persone prima di noi, abbiamo attraversato questa esperienza vivendo momenti di sconforto. Ma ormai da molti anni sappiamo che è possibile convivere insieme al virus.

 

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La Terapia anti-Hiv
(Vivere con l'Hiv)

L’introduzione delle terapie antiretrovirali nel 1996 ha rappresentato una svolta nella storia dell’Hiv, determinando l’immediato crollo delle diagnosi di Aids e della mortalità. Da allora sono stati sviluppati molti nuovi farmaci, meno tossici e meno intrusivi, che hanno migliorato la qualità della vita delle persone con Hiv e reso l'aspettativa di vita paragonabile a quella della popolazione generale. Nonostante non esistano ancora dei farmaci in grado di eliminare l’Hiv dall’organismo, l’infezione opportunamente trattata è oggi considerata un’infezione cronica, che lascia spazio a progetti di vita personali, lavorativi e familiari, compreso quello di diventare genitori.Oltre a sostenere lo stato di salute, le terapie sono in grado di diminuire la capacità infettiva dell'Hiv riducendo significativamente il rischio di trasmettere il virus ad altre persone. Questo aspetto della terapia ha una ricaduta positiva sia per le persone con Hiv che per la collettività, contribuendo in modo sostanziale al contenimento dell’epidemia.

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CD4, carica virale e altri test
(Vivere con l'Hiv)

Data: 2009 (ed. inglese); 2010 (ed. italiana) Autore: Michael Carter per NAM (National AIDS Manual)Un quadro esaustivo dei controlli medici previsti per la persona sieropositiva. Alcuni servono per verificare l’impatto che l’HIV sta avendo sull’organismo, altri per monitorare lo stato di salute generale; possono far parte dei check-up di routine o essere prescritti solo in caso di necessità.

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Quando iniziare il trattamento?
(Vivere con l'Hiv)

Data: 2010 Autori: NAM (National AIDS Manual) – traduzione a cura della Lila Una panoramica schematica delle linee guida europee sul perché e quando iniziare il trattamento anti-HIV.

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CROI 2014 - XXI Conferenza sui Retrovirus ed Infezioni Opportunistiche
(Nel mondo)

Data: 3 - 6 marzo 2014Autore: NAM - Traduzione italiana a cura di LILA Onlus

LILA Onlus - Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids, in collaborazione con NAM, è lieta di fornirti la copertura scientifica ufficiale on-line della XXI Conferenza sui Retrovirus ed Infezioni Opportunistiche, che si terrà a Boston, negli Stati Uniti, dal 3 al 6 marzo 2014. NAM sarà presente e riferirà sui temi chiave della Conferenza inviando bollettini riassuntivi (in italiano, grazie alla collaborazione con LILA Onlus) via email.

Sarà possibile richiedere i bollettini semplicemente inviando una mail all'indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

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IAS 2013 - VII Conferenza su Patogenesi, Trattamento e Prevenzione dell'HIV
(Nel mondo)

Data: 30 giugno - 3 luglio 2013Autore: NAM - Traduzione italiana a cura di LILA Onlus

LILA Onlus - Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids, in collaborazione con NAM, è lieta di fornirti la copertura scientifica ufficiale on-line della 7a Conferenza su Patogenesi, Trattamento e Prevenzione dell'HIV (IAS 2013), che si terrà a Kuala Lumpur, in Malesia, dal 30 giugno al 3 luglio 2013. NAM sarà presente e riferirà sui temi chiave della Conferenza inviando bollettini riassuntivi (in italiano, grazie alla collaborazione con LILA Onlus) via email.

Sarà possibile richiedere i bollettini semplicemente inviando una mail all'indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

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CROI 2013 - Bollettino 3
(CROI 2013)

LILA Onlus - Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids, in collaborazione con NAM, è lieta di fornirti la copertura scientifica ufficiale on-line della XX Conferenza su Retrovirus ed Infezioni Opportunistiche (CROI 2013), in corso presso il Georgia World Congress Center di Atlanta, negli Stati Uniti, dal 3 al 6 marzo 2013.

  

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CROI 2013 - Bollettino Conclusivo
(CROI 2013)

LILA Onlus - Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids, in collaborazione con NAM, è lieta di fornirti la copertura scientifica ufficiale on-line della XX Conferenza su Retrovirus ed Infezioni Opportunistiche (CROI 2013), in corso presso il Georgia World Congress Center di Atlanta, negli Stati Uniti, dal 3 al 6 marzo 2013.

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CROI 2013 - Bollettino 1
(CROI 2013)

LILA Onlus - Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids, in collaborazione con NAM, è lieta di fornirti la copertura scientifica ufficiale on-line della XX Conferenza su Retrovirus ed Infezioni Opportunistiche (CROI 2013), in corso presso il Georgia World Congress Center di Atlanta, negli Stati Uniti, dal 3 al 6 marzo 2013.

 

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CROI 2013 - Bollettino 2
(CROI 2013)

LILA Onlus - Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids, in collaborazione con NAM, è lieta di fornirti la copertura scientifica ufficiale on-line della XX Conferenza su Retrovirus ed Infezioni Opportunistiche (CROI 2013), in corso presso il Georgia World Congress Center di Atlanta, negli Stati Uniti, dal 3 al 6 marzo 2013.

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IAS 2013 - Secondo Bollettino - Martedì 2 luglio 2013
(IAS 2013)

LILA Onlus - Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids, in collaborazione con NAM, è lieta di fornirti la copertura scientifica ufficiale on-line della 7° Conferenza su Patogenesi, Trattamento e Prevenzione dell'HIV - IAS 2013, in corso a Kuala Lumpur, Malesia, dal 30 giugno al 3 luglio 2013.

 

 

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IAS 2013 - Primo Bollettino - Lunedì 1 Luglio 2013
(IAS 2013)

LILA Onlus - Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids, in collaborazione con NAM, è lieta di fornirti la copertura scientifica ufficiale on-line della 7° Conferenza su Patogenesi, Trattamento e Prevenzione dell'HIV - IAS 2013, in corso a Kuala Lumpur, Malesia, dal 30 giugno al 3 luglio 2013.

 

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Disturbi neurocognitivi e HIV: il professor Andrea Antinori risponde alle nostre domande
(aspetti clinici)

Il fenomeno dell’invecchiamento preoccupa le persone con HIV e preoccupano, soprattutto, le patologie neurocognitive che possono insorgere. Il professor Andrea Antinori, infettivologo, Direttore Malattie Infettive dell'IIRCCS INMI Lazzaro Spallanzani di Roma, è uno dei maggiori esperti in materia. A lui abbiamo chiesto di aiutarci a comprendere meglio questo problema. 

Professore, qual è la portata di questo fenomeno tra le PLHIV?

I dati che provengono dall’osservazione di questa fascia di popolazione in Europa ci dicono oggi che non più di una persona con HIV su cinque mostra deficit di tipo cognitivo e che, per più della metà di casi, si tratta di un "deficit asintomatico”. Parliamo dunque di un disturbo di alcune funzioni (memoria, abilità motoria, alcune abilità esecutive) che non ha però  interferenze importanti sulla quotidianità, ossia sulla performance lavorativa, sulla vita di relazione, sulla capacità di attendere alle relazioni quotidiane. Quindi: non più del 20% mostra deficit cognitivi e di questo 20% più della metà è di tipo asintomatico. Siamo cioè ben lontani da uno scenario di patologie frequenti e altamente invalidanti come Parkinson, Alzheimer e altre condizioni neurodegenerative. In HIV solo il 2-3% di chi ha oggi un difetto cognitivo sviluppa queste patologie più gravi, oggi denominate demenze, che corrispondono allo stadio più avanzato della malattia. Il fatto che i pazienti siano in gran parte in terapia, che abbiano recuperato un buon livello di CD4, che la gestione complessiva comporti un miglioramento della qualità della vita, fa sì che questo problema, rispetto a trent'anni fa, si sia nettamente ridimensionato. Va detto con chiarezza che la terapia non ha eliminato completamente questo problema ma i passi in avanti sono comunque molto importanti.

E’ possibile fare un raffronto tra l’incidenza di queste patologie nella popolazione generale e nella popolazione con HIV?

I dati di confronto ottenuti da alcuni studi, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, ovviamente tra gruppi omogenei per fattori di rischio, ossia stessa età, stessa incidenza di depressione o di altre caratteristiche, ci dicono che in HIV questo rischio è maggiore rispetto alla popolazione generale comparabile.

Di quanto è maggiore questo rischio? Si riesce a quantificare?

Si tratta di un aumento significativo; però ripeto: parliamo comunque di un numero limitato di soggetti interessati e di manifestazioni, in gran parte, sotto la soglia clinica, riscontrabili, cioè, soltanto con dei test accurati e prive di rilevanti conseguenze sulla vita quotidiana. La persona che ne è portatrice nemmeno si accorge di esserlo, non ha questa percezione, non registra deficit di performance: si tratta, in gran parte, di problemi che emergono solo se uno specialista ci sottopone a un test.

Quali sono i fattori di rischio che più possiamo associare all’insorgenza di questo tipo di patologie?

In primo luogo l’età, come per tutta la popolazione generale. Il problema dell’aging in HIV ha poi una sua complessità legata al fatto che, per una serie di meccanismi, l’infezione può portare a fenomeni d’invecchiamento precoce. Poi ci sono le comorbosità legate all’età che  in HIV sono più frequenti e si verificano in età più giovane rispetto alla popolazione sieronegativa. Un altro fattore di rischio sono i lasciti di un’immunodeficienza pre-esistente: potrei aver scoperto tardi l’infezione, aver sperimentato uno stadio di immunodeficienza avanzata e prolungata o la malattia conclamata, cosa che ancora succede per una quota considerevole delle nuove diagnosi. Oggi i dati di sorveglianza ci dicono che circa il 20-25% dei soggetti HIV di nuova diagnosi è già in una condizione molto avanzata di immunodeficienza e che circa la metà è già sotto la soglia cirtica dei 350 CD4. Questo non vuol dire poi non si possa recuperare una buona condizione con l’inizio della terapia, con la normalizzazione dei livelli di viremia e con il recupero dei CD4, tutti fattori che riducono il rischio. Tuttavia, i soggetti che hanno, o hanno avuto, un nadir basso di CD4 sono esposti ad un rischio potenzialmente maggiore di invecchiamento problematico. C’è poi un terzo gruppo di fattori a cui si dà oggi molta più importanza di ieri e sono i fattori legati alle malattie vascolari, cardiovascolari (infarto, angina, malattie coronariche, ecc) e cerebro-vascolari (ictus, ischemia cerebrale, difetti di perfusione cerebrale, vasculopatie dei piccoli vasi cerebrali). Si tratta di patologie che non sono tipiche dell’HIV ma che, anzi, sono una delle principali cause di morbosità della popolazione anziana, al di là dell’HIV. I fattori di rischio che alimentano queste patologie, come il diabete, l’aumento di lipidi nel sangue, il fumo, l’appartenenza al sesso maschile, l’ipertensione, tendono ad aumentare le probabilità di disturbi cognitivi. Molte delle forme patologiche cognitive che osserviamo in questi anni sono legate a fattori di rischio cardiovascolari .

Cosa si può fare per prevenire o contenere questi rischi?

Il fatto positivo è che buona parte di questi elemtni di rischio sono controllabili e/o modificabili: il fumo, gli stili di vita, il colesterolo, l’ipertensione, il diabete. Tenere sotto controllo questi fattori, anche i con i farmaci, riduce ovviamente sia i rischi cardiovascolari, sia quelli cerebro-vascolari in cui rientrano molti dei deficit cognitivi che possono interessare le persone con HIV. Ripeto, quando parliamo di deficit cognitivi, non dobbiamo pensare solo all’ictus che ne è la manifestazione estrema, dagli esiti spesso invalidanti ma a tutta una serie di deficit dei piccoli vasi cerebrali che possono causare una ridotta performance cognitiva con disturbi della memoria, delle abilità motorie o di quelle esecutive.  

Si possono prospettare modelli più avanzati per la diagnosi precoce dei disturbi cognitivi? 

Questo è uno dei grandi problemi in tema di disturbi cognitivi e non è specifico dell’HIV ma riguarda tutta la popolazione. Fare la diagnosi di un deficit cognitivo è difficile perché ci vogliono test, non costosi ma specifici, lunghi, vincolati alla presenza di un esperto (neurologo, neuropsichiatra, neuropsicologo) e dunque si tratta di modalità non proponibili su vasta scala; Si stanno studiando modalità più rapide e autogestibili di test di screening ma non sono al momento sufficientemente accurati. Tra gli strumenti emergenti possono essere molto utili i PROs: Patient Reported Outcomes. Si tratta di questionari che partono dall’aderenza, dalla qualità della vita, dalla salute mentale ed esplorano anche la sfera cognitiva. Tuttavia non c’è ancora uno strumento di screening accurato che possa permettere rapidamente di stabilire se una persona abbia o meno un deficit cognitivo.

Quanto possono interferire o influire alcuni fattori sociali e/o ambientali sullo sviluppo di talune patologie? Lei, nella sua relazione accennava, ad esempio, alla depressione.

La depressione è il principale fattore di confondimento per una diagnosi dei disturbi cognitivi. Una persona depressa, anche modicamente depressa, può facilmente passare per una persona con disturbi cognitivi perché la depressione può alterare delle perfomance esecutive e quindi i relativi test. Spesso, infatti, tali test vengono evitati su persone gravemente depresse perché questa condizione potrebbe inficiarne l’affidabilità e dunque falsare la diagnosi. Anche l’abuso di alcol, il ricorso a sostanze psico-attive, gli psicofarmaci possono alterare i test attribuendo ad una persona disturbi cognitivi che in realtà non ha.

Lo Spallanzani è un osservatorio nazionale privilegiato: qual è lo stato generale di benessere delle persone con HIV e quali altri traguardi si possono raggiungere?

Un primo dato realistico e rassicurante è che in Italia la stragrande maggioranza dei soggetti, ad oggi in trattamento ART, ha una viremia controllata: il 90%, forse anche il 95% delle persone che si curano sono in una condizione di soppressione della carica virale.

Su questo aspetto siamo dunque in linea con le indicazioni ONU?

Assolutamente sì. Questo vuol dire che i nostri pazienti sono ben seguiti e che gli infettivologi italiani hanno acquisito grande competenza ed esperienza nel gestire i trattamenti. Inoltre i farmaci di nuova generazione sono molto più efficaci e, soprattutto, meglio tollerati consentendo un’aderenza molto più alta. Chi segue correttamente la ART, nella stragrande maggioranza dei casi, ottiene oggi un successo terapeutico e questo è un dato importantissimo. Restano però dei problemi fondamentali.

Quali?

Il primo è il “sommerso”. Ci sono persone che non accedono alle cure perché non sanno di essere HIV positive. Le stime più accurate riferiscono di circa 15mila soggetti che, essendo inconsapevoli del loro stato, ritardano la diagnosi e possono arrivare ad uno stadio avanzato di malattia, il che li espone a gravi rischi per la salute. Inoltre è sempre complicato iniziare un percorso terapeutico in questa fase. Viste le potenzialità offerte dalle cure, non è accettabile che un 15-20% delle nuove diagnosi avvenga, tuttora, in fase di AIDS. Iniziare una terapia tempestivamente, con un numero di CD4 ancora buono, offre ora grandi prospettive di salute, sicurezza, efficacia. L’abbattimento del sommerso resta, dunque, una sfida importantissima ancora da vincere. Un altro aspetto riguarda il fatto che, non essendo l’HIV un’infezione eradicabile, chi si cura deve farlo per tutta la vita. Iniziamo ad avere a che fare con pazienti che assumono farmaci da trent’anni e che potenzialmente possono arrivare a cinquant’anni di ART e, dunque, ci dobbiamo porre il problema degli effetti a lungo termine.

E qui torniamo al punto di partenza, come gestire la salute delle persone con una storia così lunga di terapie?  

Occorre ripetere che oggi i trattamenti sono molto più sicuri di quelli di vent’anni fa, e anche di cinque anni fa, perché il progresso da questo punto di vista è continuo. Potremmo addirittura dire che l’efficacia di questi farmaci è stata massimizzata mentre gli aspetti su cui si continuano a registrare miglioramenti sono proprio quelli della tossicità e della tollerabilità. Tuttavia, oggi sappiamo che il paziente con HIV in trattamento può essere colpito da una serie di comorbidità non infettive, cioè non generate da batteri o virus, in misura più frequente rispetto alla popolazione generale. Sappiamo anche che molte di queste patologie sono age-related, ossia correlate all’invecchiamento. Una buona gestione del paziente HIV oggi non può più quindi fermarsi al controllo dell’efficacia della terapia ART, ma deve puntare ad un monitoraggio globale della salute ed, eventualmente, all’armonizzazione di terapie concomitanti.

Geriatria e HIV: intervista a Giovanni Guaraldi
(aspetti sociosanitari)

Il Professor Giovanni Guaraldi , infettivologo della Clinica metabolica dell’Università di Modena e Reggio Emilia, è stato tra i promotori e animatori del "1st geriatric HIV Medicine Summit" ed è tra i maggiori studiosi dei fenomeni dell’invecchiamento in HIV.

Professore, perché questo convegno? Quali obiettivi ha tracciato?

Il "1st Geriatric HIV Medicine Summit" è stato, un’alba un inizio. L’intento è affrontare una nuova branca della medicina, quella di una medicina geriatrica che si possa occupare delle persone con HIV che invecchiano. Non si tratta di un fatto ovvio visto che, come hanno detto tante persone con HIV durante questo convegno, si sta aprendo uno scenario nuovo: ci sono persone che al momento della diagnosi non si sarebbero mai aspettate di entrare nell’età geriatrica, persone cui erano stati diagnosticati sei mesi di vita, poi cinque anni, poi dieci... e che invece hanno poi conquistato nuove prospettive, compresa quella di poter invecchiare. Dal punto di vista clinico la complessità dell’aging, che disegna traiettorie diverse per ciascuno di noi, diventa ancora più complessa nel paziente che vive con HIV in quanto introduce meccanismi biologici, comportamentali, di stili di vita che rendono questa traiettoria ancora più imprevedibile.

Quando e come comincia ad invecchiare una persona con HIV? Cosa ci dicono in proposito la ricerca e la medicina?

L’età anagrafica non è sufficiente a disegnare un profilo di salute e non lo è nemmeno il numero di anni trascorsi con l’infezione da HIV. In questo convegno, per la prima volta, abbiano voluto creare una “faculty “ tra infettivologi e geriatri per capire quali siano gli strumenti per leggere i vari diversi rischi cui è esposta la popolazione anziana con HIV e per stratificare dei sottogruppi delle varie vulnerabilità, perché diversi profili richiedono anche interventi, farmacologici e non, differenziati. Abbiamo così toccato vari aspetti metodologici di valutazione, clinici e di ricerca per capire cosa si possa prendere in prestito dalla medicina geriatrica così da poterla applicare alla popolazione con HIV. Si tratta di valutare nuovi obiettivi di trattamento sia stimolando le case farmaceutiche a nuovi trials clinici specificamente condotti sulla popolazione geriatrica con infezione da HIV, sia di pensare a modelli che vadano al di là della sola valutazione viro-immunologica.

Il tema dell’invecchiamento sembra suscitare molta ansia tra le persone con HIV. Grazie alle terapie si sono aperte nuove prospettive di vita, ma quale qualità della vita ci si può attendere?

E’ un tema che durante questo convegno è stato sollevato da molte testimonianze. Sento di poter rassicurare molto le persone con HIV. Ci sono state diverse, interessantissime relazioni durante il summit che hanno dimostrato come l’impatto dei disturbi neurocognitivi in HIV si sia molto ridotto in questi anni in cui lo abbiamo monitorato. E questo non solo perché abbiamo cambiato gli strumenti di valutazione ma, probabilmente, perché abbiamo una nuova generazione di pazienti che invecchia senza aver vissuto le condizioni drammatiche dell’era precedente le ART e anche perché abbiamo avuto successo nella riduzione del fenomeno dell’invecchiamento precoce. Abbiamo dimostrato come le traiettorie di fragilità stiano andando nella direzione giusta. Certo, intorno ai cinquanta anni si manifesta ancora un certo livello di fragilità ma per il 2030 si prevede una forte riduzione della vulnerabilità in questa fascia d’età. I progressi della medicina per l’HIV, l’accesso tempestivo alle terapie, l’evitare bassi livelli di Nadir CD4 e farmaci meno tossici di quelli del passato ci stanno portando a vedere una storia naturale d’invecchiamento più simile a quella della popolazione generale. Tutto questo rimane però legato anche alla variabilità individuale: ogni traiettoria personale va poi valutata dal punto di vista clinico.

Qual è il percorso da fare per migliorare le prospettive di un invecchiamento in salute?

Da questo punto di vista bisogna fare tanta educazione verso i centri clinici, verso i medici che devono saper raccogliere degli "outcome geriatrici" significativi e tanta educazione verso il paziente per prepararlo a diventare vecchio ma senza attribuire a questa condizione caratteristiche negative. Non si tratta necessariamente di strategie ad alto costo. Nel convegno abbiamo dimostrato come la descrizione dell’invecchiamento vada fatta in maniera positiva e non negativa: ciò che descrive la clinica del paziente è la capacità funzionale residua e quindi non il numero delle comorbidità attinenti allo stadio clinico; L’obiettivo di un invecchiamento in salute è valorizzare la capacità della persona con HIV di poter condurre una vita conforme ai propri desideri. E’ ora di smettere di parlare di “malattia” da HIV bisogna piuttosto parlare di “salute” della persona che vive con infezione da HIV. Questo ci sta insegnando la medicina geriatrica ed è quanto dobbiamo applicare anche nell’ambito dell’HIV. Si tratta di intraprendere una rivoluzione culturale, di cominciare a parlare in termini positivi, di cominciare a raccogliere i dati che ci parlino della capacità funzionale del paziente.

Nella sua relazione lei ha posto l’accento proprio sull’importanza dell’ascolto nel rapporto medico-paziente: saper comprendere, cioè, quello che la persona riferisce come problematico e non valutare solo ciò che è oggettivamente problematico. A cosa porta questo nuovo punto di vista?

Uno degli elementi che emerso è stata la necessità di integrare i PROs, Patient Reported outcomes (ndr: una sorta di questionari sullo stato di benessere generale riferito dal paziente senza mediazioni del medico) nell’ambito della valutazione clinica, quindi tutto ciò che deriva dall’esperienza. La medicina geriatrica, inoltre, più di altre branche, sta sperimentando nuove tecnologie che possono permettere l’ascolto del paziente attraverso vari registri comunicativi. Sono state riportate, ad esempio, esperienze di raccolta di informazioni anche attraverso APP installate sui nostri cellulari o tramite rilevatori dell’attività fisica come braccialetti o contapassi. Ecco, queste informazioni si possono integrare con quanto riferito dal paziente attraverso i questionari PROs e con la valutazione clinica, così da avere un approccio sempre più olistico e complessivo che ci aiuti a descrivere lo stato di salute di una persona e non solo lo stato di malattia. Se dovessi riassumere cosa può cambiare nella prospettiva della medicina geriatrica per l’HIV è il saper cominciare a descrivere l’invecchiamento come un fenomeno di salute e il saper raccogliere gli aspetti positivi della salute delle persone che vivono con HIV.

Pubblicato da ECDC il report 2016, monitoraggio sull’applicazione della Dublin Declaration.
(notizie)

ECDC ha divulgato lo scorso febbraio, in occasione  della conferenza HepHIV 2017 svoltasi a Malta, il report 2016 sull’applicazione della Dublin Declaration, un documento che, con cadenza biennale, monitora l’applicazione della stessa Convenzione e fa il punto sui progressi compiuti nel contrasto all’HIV/AIDS  nei  trentuno paesi dell’Unione europea e della SEE (Spazio Economico Europeo).  Il rapporto è articolato in diverse sezioni: uno “Special report” dal titolo “The status of the HIV response in the European Union/European Economic Area, 2016”, contenete una panoramica della situazione generale in Europa, dei temi emergenti e delle risposte in atto, e cinque report tematici: “Continuum of HIV care”, “HIV and treatment”, “HIV testing”, “HIV and migrants”, “HIV and men who have sex with men”. A completare il rapporto, un compendio, un evidence brief,  sulla PrEP: “Pre-exposure prophylaxis for HIV in Europe”.Base importante del documento è l’ampio questionario somministrato lo scorso anno da ECDC sull’applicazione della dichiarazione di Dublino. La struttura del questionario è stata riorganizzata in modo da evidenziare le strategie dei vari paesi su alcuni aspetti centrali del contrasto al virus: prevenzione, test, trattamenti terapeutici, mantenimento in cura, informazioni strategiche.

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Giornata nazionale per la salute della donna. Le proposte LILA per la prevenzione, la salute e i diritti delle donne con HIV
(notizie)

La giornata nazionale per la salute della donna del 22 aprile, indetta dal ministero della Salute, è un’occasione da non perdere per ribadire l’urgenza e la necessità di politiche molto più incisive, da parte delle istituzioni, per la prevenzione dell’HIV/AIDS nella popolazione femminile  e per il diritto alla salute delle donne che vivono con l’HIV.  In particolare è necessario che i servizi territoriali che si occupano della salute delle donne (consultori, servizi per la maternità ecc) siano messi in condizione di fornire informazioni e continuità d’assistenza, anche su tutti gli aspetti riguardanti la prevenzione e il trattamento dell’HIV/AIDS;  Allo stesso modo, è necessario che i servizi per l’HIV/AIDS elaborino specifici percorsi per  il coinvolgimento delle donne che vivono con l’HIV e per garantire risposte adeguate alle loro esigenze di salute, in tutte le fasi della vita.

Lo sviluppo di interventi  centrati sulle donne con HIV è fondamentale per garantirne il  diritto alla salute e per vivere con consapevolezza sessualità e maternità, come sostengono anche le nuove linee guida elaborate dall’OMS per la salute sessuale e riproduttiva e per i diritti delle donne con HIV.. Come in molti altri paesi,  anche in Italia troppe donne continuano a vivere in condizioni subalterna la propria sessualità, così come le scelte che riguardano la maternità o l’aborto.  L’HIV/AIDS rende questi aspetti ancora più problematici.  “L’Hiv non solo è favorito dalla disparità tra i sessi  –afferma l’OMS- ma contribuisce ad aggravarla rendendo le donne più vulnerabili all’impatto dell’infezione sulle loro vite”.

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Arriva il Piano Nazionale di interventi contro HIV e AIDS. La LILA: “Documento innovativo e da attuare subito” ma i nodi sono quelli delle risorse e degli adeguamenti normativi
(notizie)

L’Italia si è finalmente dotata di un Piano Nazionale di Interventi contro HIV e AIDS. Il documento, valido per il triennio 2017-2019, è stato appena inviato dal ministero della Salute alle Regioni per essere esaminato in sede di Conferenza. Si tratta di un piano innovativo nel merito e nel metodo: i nodi finora irrisolti dell’informazione, della prevenzione innovativa, dell’accesso al test HIV e ai trattamenti, del mantenimento in cura, della TasP, della lotta allo stigma e alle discriminazioni, sono affrontati con chiarezza, in un’ottica scientifica e di attenzione alle priorità di salute pubblica e dei singoli. Gli obiettivi aderiscono a quelli indicati dalle principali agenzie internazionali, UNAIDS, OMS, ECDC, che puntano a debellare l’Aids entro il 2030 attraverso un drastico calo delle nuove infezioni tra adulti e l’attuazione del principio “90-90-90”.

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‘Undetectable Equals Untransmittable’ (U=U) Consensus Statement
(notizie)

Le evidenze scientifiche ormai sono incontrovertibili: le persone con l’HIV che seguono correttamente una terapia antiretrovirale e che abbiano una carica virale non rilevabile da almeno sei mesi, non trasmettono il virus ai loro partner o alle loro partner.

Si tratta di una novità dirompente per le politiche di prevenzione dell’HIV e per la lotta alla discriminazioni che colpiscono da decenni le persone con HIV ma ancora non conosciuta a sufficienza. A rilanciarla la dichiarazione condivisa “Undetectable=Untransmittable" (U=U #UequalsU) promossa da Prevention Access Campaign con il sostegno dei ricercatori degli studi più importanti effettuati nel mondo su questo tema e sottoscritta da decine di associazioni tra cui la LILA.

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Linee guida: rischio e PPE
(notizie)

A tutti può accadere di correre il rischio di infezione da Hiv. Soprattutto per via sessuale. In questi casi è possibile ricorrere alla PPE, la profilassi post-esposizione. Nel caso in cui si sia corso un reale rischio d’infezione da Hiv è possibile recarsi al pronto soccorso per valutare con il medico l’opportunità di sottoporsi a un trattamento farmacologico per cercare di prevenire l’infezione. Nelle "Linee guida italiane sull’utilizzo dei farmaci antiretrovirali" è indicato quando l’offerta della PPE è raccomandata e quando non lo è.

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