HIV: il caso di Ancona e l’eterno ritorno (mediatico) degli “untori”

La vicenda dell’uomo di Ancona che avrebbe consapevolmente trasmesso il virus alla compagna e altre decine di persone ripropone, ancora una volta, il tema del linguaggio e dei messaggi utilizzati da alcuni organi di stampa nella trattazione di vicende che coinvolgono persone con HIV. Dello specifico della vicenda e delle responsabilità dell’indagato si occuperà, ovviamente, la magistratura ma: “Da parte nostra, certamente, non possiamo non pensare al terrore che stanno vivendo le persone che hanno avuto rapporti sessuali non protetti con questo signore – dice Massimo Oldrini, presidente nazionale della LILA – a loro va la nostra vicinanza. E’ importante che si sottopongano subito al test – prosegue Oldrini - sappiano anche che non è scontato che abbiano contratto l’HIV e che, in caso contrario, la vita non è per niente finita e si può fare molto per vivere bene. Le persone coinvolte possono contattare le nostre helpline e contare sul nostro supporto informativo e psicologico.

Proprio nel superiore interesse della salute pubblica, e per evitare il ripetersi di simili episodi, la LILA non può, dunque, non segnalare i rischi connessi alla diffusione di messaggi sbagliati, discriminatori e pericolosi sull'HIV.

  • Il primo di questi messaggi sbagliati sta nell’ampio utilizzo dal termine “untore” di cui non facciamo che ribadire da decenni il potenziale discriminatorio ed offensivo nei confronti di tutte le persone con HIV, oltreché la pericolosa scorrettezza scientifica. Il termine “untore”, legato al nefasto immaginario della “peste”, e irriso dal Manzoni già due secoli or sono, evoca modalità di contagio unilaterali, attribuibili al solo contatto fisico o addirittura alla trasmissione per via aerea; suggerisce, ancora, atti volontari e colpevoli messi in atto da personalità perverse da cui è impossibile difendersi. Le vie di trasmissione dell’HIV sono invece ben note, circoscrivibili, precise; soprattutto, dall’HIV ci si può proteggere utilizzando il condom nei rapporti sessuali o con le profilassi pre-e post esposizione (PrEP e PEP).
  • Come già accaduto per altri analoghi fatti di cronaca, alcuni organi di stampa stanno presentando il caso di Ancona come se fosse un caso-simbolo, rivelatore di un rischio incombente e sempre presente che può sconvolgere le vite di “ignari” cittadini o cittadine. Suscitare sentimenti di orrore e paura può essere una ricetta mediatica molto redditizia ma nulla è più lontano dalla realtà. In Italia le persone con HIV in cura presso i centri clinici sono oltre 100mila. Quasi Il 95% di loro, grazie alla terapia ART, ha raggiunto uno stato di viremia controllata, cioè prossima allo zero, fattore che, come dimostrano ormai le evidenze scientifiche (TasP), le rende non infettive. In altre parole, le persone con HIV, in stato di soppressione virologica monitorata, non trasmettono il virus anche in caso di mancato uso del profilattico. Al contrario, il principale serbatoio di infezione nel nostro paese è dovuto alle persone con HIV che non sono consapevoli del loro stato sierologico e che non percepiscono di aver corso o di correre dei rischi. In diversi servizi e notizie concernenti il caso di Ancona invece tutto questo non è spiegato. Il messaggio che se ne evince è: “L’uomo ha l’HIV dunque trasmette il virus”. Invece la persona in questione trasmette il virus perché non è in trattamento.
  • I servizi e gli articoli di questi giorni ripropongono ancora una volta lo schema: untore-vittima “ignara”, cioè non informata dal partner del proprio stato sierologico HIV- positivo. Informare di questo il/la partner attiene a un codice di condotta personale certamente apprezzabile. Tuttavia non è certo un elemento risolutivo sul piano della salute pubblica in quanto scarica la responsabilità della prevenzione solo sulle persone con HIV, peraltro oggi, come già spiegato, in gran parte non più “infettive”. Proteggerci dall’HIV dovrebbe essere invece una precisa responsabilità di ciascuno/a di noi: il nostro partner o la nostra partner può non sapere di aver contratto il virus, può trovarsi nel periodo finestra, noi stessi o stesse potremmo non essere consapevoli della nostra condizione.
  • Nel caso limite di Ancona è entrato in ballo, purtroppo, anche l’elemento negazionista. A fronte delle evidenze scientifiche, nel nostro paese stanno diminuendo le persone con HIV che, non riuscendo ad accettare questa condizione, rimuovono il problema sposando queste pseudo - teorie. “L’’HIV non esiste dunque io non sono malato” è il paradigma di questi filoni di pensiero anti-scientifici alimentati, purtroppo, anche dallo stigma sociale che grava da sempre sulle persone con HIV e dalla paura di non essere accettati/e. Diffondere un’informazione scientificamente corretta e non discriminatoria è fondamentale anche per sradicare queste teorie vecchie e pericolose.
  • Questo caso, come già altri precedenti, ci suggerisce anche altri interrogativi degni di essere approfonditi: “dove ha fatto il test quest’uomo? Chi ha parlato con lui? Ha ricevuto un counselling adeguato al momento della comunicazione dell’esito del test? Sono state messe in atto tutte le strategie per un efficace trattenimento in cura? E ancora, perché in Italia non si mettono sistematicamente in campo azioni di prevenzione e di testing efficaci e mirate a target differenziati? Secondo Massimo Oldrini: “E’ assurdo e ipocrita, ad esempio, che in nessuno dei tanti siti d’incontri, prevalentemente a carattere sessuale, non ci siano indicazioni e raccomandazioni su come divertirsi senza rischiare”.

In conclusione: affrontare il problema HIV/AIDS in un’ottica allarmistica o scandalistica aumenta solo lo stigma verso le persone con HIV che da decenni si battono, non solo per i propri diritti, ma per il diritto alla salute di tutti e tutte. Raccontare nel modo sbagliato un evento come quello di Ancona, sicuramente grave, serve solo a riaccendere la paura verso le persone che vivono con l’HIV, contrasta la diffusione di corrette informazioni sulla prevenzione, non permette una corretta percezione del rischio e spinge tanta gente a rimuovere il problema, a non proteggersi e a non fare il test.
Per sconfiggere il virus abbiamo più bisogno che mai della stampa e dell’informazione. Il ripetersi di certi errori rischia tuttavia di vanificare anche il lavoro di tanti giornalisti e di tante testate (per fortuna sempre di più) che operano con competenza e passione.