La LILA Celebra i suoi trent’anni e guarda al futuro: servono risorse per attuare il PNAIDS. Allarme di medici e società civile: ancora molto insufficiente l’accesso al test.

Un minuto di silenzio per tutte le persone morte di AIDS in questi anni ha aperto ieri sera a Siena, a margine del congresso ICAR, il convegno “Trent’anni di LILA, trent’anni insieme per i diritti, la salute, la dignità sociale”. A confronto attivisti e fondatori della LILA e di altre ONG, esperti, medici, cittadini per ricordare quanto è stato fatto e quanto resta da fare per sconfiggere l’HIV/AIDS entro il 2030, così come indicato dagli obiettivi Onu.

Prima Franco Grillini, storico attivista dell’Arcigay e fondatore, nel 1987, della LILA, e poi Massimo Oldrini, attuale presidente dell’associazione hanno ripercorso la nascita e la storia dell’associazione: dagli anni bui del primo decennio, funestate dai lutti per un’infezione allora senza cura, all’avvento delle terapie antiretrovirali che hanno trasformato l’Hiv in una patologia cronica gestibile, fino alle odierne evidenze sulla TasP (Treatment as Prevention). “Nella storia delle persone con Hiv ci sono state due buone notizie -ha detto Alessandra Cerioli, attivista e già presidente LILA- l’avvento della Art, grazie alla quale non si muore più e la TasP che ha reso non infettive le persone in terapia e con carica virale soppressa”.

Filo conduttore di questi decenni, a fronte dell’immobilismo, e talvolta dei danni, causati dalle istituzioni, l’impegno costante della LILA in difesa della dignità e dei diritti delle persone con HIV, contro lo stigma e discriminazioni ma anche per la prevenzione a difesa della salute di tutti e di tutte. “Per la LILA sono stati 30 anni complessi –ha raccontato Massimo Oldrini- ma anche 30 anni di straordinario impegno civile da parte di moltissime persone con background, storie e professioni diverse. Quanto al futuro “l’HIV resta un problema di sanità pubblica che solo negli ultimi anni è rientrato nell’agenda politica europea –ha detto Oldrini- e che ora dovrà entrare veramente nell’agenda Italiana. Per arrivare all’obbiettivo 90x90x90 previsto dall’ONU non basta un Piano Nazionale, servono innovazione e quindi risorse ma serve anche coraggio.

Il nuovo PNAIDS, ancora all’esame della conferenza Stato-Regioni, è stato anche tra i temi della tavola rotonda “Fast track to end AIDS by 2030”, coordinata dal Direttore di LILAnews Andrea Adriatico cui hanno partecipato il coordinatore di ICAR Andrea Antinori, infettivologo dello Spallanzani di Roma, Massimo Galli, infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano e vicepresidente Simit, Antonella Castagna, ospedale San Raffaele di Milano, Maria Stagnitta presidente Forum droghe e CNCA, Massimo Farinella, Mario Mieli e Michele Breveglieri, ARCIGAY. Tra loro molti componenti del comitato tecnico-sanitario del ministero della Salute che ha contribuito all’elaborazione del Piano.
Relatori tutti concordi nel definire il PNAIDS un documento innovativo nel merito e nel metodo, nato dalla collaborazione tra comunità scientifica e società civile senza precedenti in Italia: “questo piano parla di prevenzione integrata, di TasP, di Key population, ha trovato un linguaggio corretto e non stigmatizzante” ha detto Antinori. Comuni tuttavia le preoccupazioni per il mancato stanziamento di risorse che possano sostenerne l’attuazione. “Impossibile ricomprendere l’attuazione di un progetto così articolato nei LEA, così il PNAIDS rischia di diventare solo un ottimo strumenti di advocacy” ha detto Massimo Galli. “Tutti gli interventi psico-sociali, la lotta allo stigma, la riduzione del danno, non possono essere garantiti dai LEA -ha aggiunto Stagnitta- la ministra Lorenzin deve darci delle risposte”. Anche per Antonella Castagna: “La mancanza di fondi non permetterà di fare quello che il Piano permetterebbe di fare a partire dalle iniziative per ampliare l’accesso al test”. “Il Piano può essere un ottimo strumento –ha concordato Breveglieri- ma manca un investimento economico-politico”. Da Massimo Farinella, del Mario Mieli, l’invito a costruire alleanze anche localmente per far pressione sulle amministrazioni regionali. La piena attuazione del Piano si rivela tanto più necessaria se si guarda agli obiettivi ONU 90x90x90. “Il terzo obiettivo, ossia il conseguimento della soppressione virale nel 90% delle persone trattate lo abbiamo raggiunto -ha detto Antinori- siamo vicini a raggiungere il secondo obiettivo, ossia garantire i trattamenti al 90% delle persone con diagnosi da HIV mentre il primo obiettivo, ossia rendere consapevoli del proprio stato sierologico il 90% delle persone con HIV, resta molto problematico”. D’accordo anche Antonella Castagna: “Il primo obiettivo resta il più lontano da raggiungere mentre cresce la disinformazione, soprattutto tra i più giovani. La mancanza di fondi non permetterà di fare quello che il PNAIDS si propone di fare: ossia ampliare, capillarizzare, l’accesso al test moltiplicando le esperienze come il checkpoint di Bologna”.

Tra i temi discussi anche quello della relazione-medico paziente, considerata uno degli ingredienti fondamentali per il successo o meno della ART e per il mantenimento in cura, ma che rischia di essere messa in crisi dalla mancanza di risorse, di personale medico e dalla riorganizzazione delle strutture per le malattie infettive. Breveglieri e Farinella hanno infine parlato della prevenzione tra gli MSM: “sta cambiando qualcosa, le persone cominciano a comprendere di non essere fuori dal problema, community e associazioni si stanno già mobilitando con l’esperienza di chi sa come evitare di riproporre la logica delle categorie a rischio”.

Di TasP si è occupato Simone Marcotullio, vicepresidente Nadir nella sua relazione. “La TasP ha ricollegato terapie e prevenzione: Le terapie agiscono sulle persone con HIV curandole e rendendole non infettive ma anche sulle persone che non hanno l’Hiv perché le protegge. Dobbiamo urlare queste novità”.