HIV/AIDS: quanti errori e orrori di stampa! Un danno enorme per la prevenzione e per la dignità delle persone. Parliamo civilmente.

Ci risiamo. L’avvio del processo a Valentino T, la presunta sieropositività all’HIV di uno degli autori del delitto Varani, il caso Iene/Unar, hanno dato libero sfogo, su numerose testate italiane, scandalistiche e non, ad una terminologia offensiva, discriminatoria, omofoba, ad una sequela di pregiudizi e narrazioni scientificamente sbagliate sull’HIV/AIDS che, travalicando i singoli, drammatici, casi di cronaca, ci riportano ad un clima da caccia alle streghe degno degli anni ’80. Stupisce inoltre con quanta noncuranza siano resi pubblici i dati sensibili sulla salute di talune persone, sia pure accusate di gravi crimini.

Lungi dal voler entrare nel merito degli specifici casi giudiziari, non possiamo non rilevare come il taglio generale con cui si affrontano queste vicende, pur con gradi diversi di accanimento, rischi di annullare la fatica enorme compiuta dalle persone, con o senza HIV, che ogni giorno si battono per la difesa dei diritti e della salute di tutti e tutte,  cercando di proporre messaggi corretti, scientificamente provati, non discriminatori, sulla prevenzione e sull'infezione. Ancora una volta, nel parlare di HIV, prevale la logica del caso estremo e delle conclusioni generalizzanti, ancora una volta si rendono centrali la sieropositività all'HIV o l'orientamento sessuale di talune persone, anche quando nulla hanno a che fare con le vicende in questione, ancora una volta l' HIV è associato a comportamenti criminali o devianti, addirittura considerato un’aggravante dell’omicidio; essere “sieropositivo” (altro termine scorretto) diventa, nel titolo di un settimanale, un “orrore senza fine”, per altri si tratta di “Untori”: un linguaggio irresponsabile, che stigmatizza e offende tutte le persone con HIV. Non si tratta però solo di una, pur importante, questione di sensibilità e di correttezza deontologica. Questo modo di riferirsi all’HIV/AIDS trasmette messaggi estremamente dannosi per i diritti e per la salute pubblica. Che si tratti di sesso di gruppo o di rapporti più o meno stabili, indicare le persone con HIV come le uniche responsabili della trasmissione del virus vuole dire deresponsabilizzare tutti e tutte. I messaggi che si trasmettono sono: “Mi proteggo dall’Hiv solo se l’altro/a ha l’HIV, solo se l’altro/a mi informa del suo stato, evito le persone a rischio e sono tranquillo/a”.

In un paese in cui la conoscenza delle modalità di trasmissione e prevenzione del virus è ancora molto bassa, in cui troppe persone non sono consapevoli del proprio stato sierologico (almeno una persona con HIV su 4) e in cui oltre il 50% delle diagnosi si rivelano gravemente tardive, parte della stampa rischia di alimentare una percezione devastante del problema. E’ come se si esentasse chi è negativo all’HIV, o pensa di esserlo, dall’assumersi in prima persona la responsabilità della propria protezione e della propria salute. Si rischia inoltre di fornire un alibi alle autorità pubbliche che, pur avendo il dovere di promuovere comportamenti sicuri, test, diritti, terapie, restano ampiamente latitanti sul fronte della prevenzione. Se tra i doveri della stampa c’è anche quello di vigilare sul buon funzionamento delle istituzioni, in questo caso si rischia invece di moltiplicarne gli errori. Un esempio per tutti: tra le colpe attribuite a Valentino T ci sarebbe anche quella della nascita di bambini con HIV. Nessuno dei media però rileva la gravissima violazione, in questo caso, delle linee guida nazionali sulla gravidanza che prevedono l'offerta del Test per l’HIV sia nel primo, che nell’ultimo trimestre della gestazione. L’applicazione di questa elementare norma avrebbe permesso, in caso di positività, l’erogazione delle terapie necessarie a impedire la trasmissione materno - infantile del virus.

Fa riflettere quanto abbondi sui media l’uso del termine “untore” che il Manzoni, già due secoli fa, utilizzava come simbolo nefasto dell’irrazionalità e dell’ignoranza collettive, indicatore di tutta una serie di comportamenti, fomentati dai potenti di turno, che, lungi dal prevenire la peste, finirono con il favorirla. Categorie come “Untori o peste del 2000” hanno drammaticamente segnato le vite di tante persone e pregiudicato gravemente l’adozione di quelle poche, semplici, necessarie, misure di prevenzione e sesso sicuro che, tutti e tutte, indipendentemente dallo stato sierologico, siamo chiamati ad adottare. I pregiudizi, in questi trent'anni, hanno ucciso quanto e più del virus facendo perdere anni preziosi per la lotta allinfezione. In un momento in cui l’ONU dichiara possibile la sconfitta dell’AIDS entro il 2030, in cui sono disponibili nuove e innovative strategie di prevenzione, come la Tasp, il ruolo della comunicazione è fondamentale. Gli organi d’informazione ci aiutino e aiutino tutta la collettività a non tornare indietro.

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Hiv e Media - Breve guida per gli operatori dell'informazione
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